L’incubo del limite

Due notizie. Raccontano storie molto diverse, sono riferite da quotidiani diversi, risultano ambientate in località diverse, eppure sembrano collegate tra loro da un comune denominatore.

La prima vicenda si svolge nelle aule del tribunale di Salerno, dove un giudice ha stabilito con una sentenza la liceità della «diagnosi genetica pre-impianto e all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita nei confronti di una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria».


Il neonato, spiega Quotidiano.net, rischia «l’Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1, che costituisce oggi la più comune causa genetica di morte dei bambini nel primo anno di vita. La coppia di origine lombarda… non aveva potuto accedere alle pratiche di procreazione medicalmente assistita perché la legge 40 del 2004 lo consente solo per casi di sterilità e di infertilità. Ma la sentenza pare superare questo principio».

Immediata la reazione del governo, che per bocca del sottosegretario Eugenia Roccella ha parlato di “una sentenza gravissima“: «L’autorizzazione del Tribunale di Salerno alla diagnosi genetica preimpianto per una coppia non sterile è una sentenza gravissima. Così si introduce il principio che la disabilità è un criterio di discriminazione rispetto al diritto di nascere». Ossia “eugenetica pura”.

Spiega infatti Roccella che «L’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, riservato alle coppie infertili, è infatti il cuore della legge 40: la legge serve a dare alle coppie infertili le stesse opportunità di chi può procreare naturalmente e non serve a selezionare il figlio».

L’altra notizia, più curiosa, riguarda la citazione in giudizio che una donna ha pensato di proporre nei confronti dell’Azienda sanitaria locale rea, a suo tempo, di non averle prescritto la pillola del giorno dopo: risultato, la nascita di un figlio “non programmato” (sì, il Centro scrive proprio così) frutto di un rapporto con una persona con cui, evidentemente, mancava una relazione seria e forse anche un progetto che andasse oltre una sera di passione.

Sono due notizie che, in fondo, si somigliano perché raccontano di noi. Di noi esseri umani, innanzitutto, inquieti e tesi verso nuovi traguardi, a strappare giorno per giorno un brandello di ignoto addomesticandolo alle nostre necessità e ai nostri piaceri.

Ma parla soprattutto di noi occidentali del Duemila. Noi che abbiamo imparato a pretendere sempre di più dalle potenzialità che la scienza ci mette a disposizione, e che forse abbiamo perso il controllo della macchina. O almeno della destinazione.

Le tecnologie ci permettono tutto o quasi in ogni campo che caratterizza il nostro benessere: dalla medicina all’estetica, dalla riproduzione alla prevenzione è una continua corsa a dare sollievo, decoro, soddisfazione all’essere umano.

Una serie di potenzialità che, come era prevedibile, ci hanno dato alla testa. Da un lato portando a esagerazioni estetiche – certi risultati di chirurgia plastica trascinati nei programmi del pomeriggio danno penosa testimonianza di dove si possa arrivare a forza di innesti sottocutanei -, dall’altro dandoci l’illusione di poter controllare, dominare, programmare tutto, e – di conseguenza – di non aver più bisogno di aspettare i tempi adeguati, seguire le modalità opportune, valutare con attenzione le scelte più importanti.

Capita così che la passione venga sganciata dall’amore, e l’amore da un progetto di vita. Capita così che, per non accettare la propria inadeguatezza genetica, una coppia si cimenti in soluzioni artificiali. Capita così che, per paura di correre un rischio, si decida di sopprimere un embrione prima di avergli dato qualsivoglia possibilità di vedere non la luce, ma anche solo una parvenza di affetto da parte dei genitori.

La vita è un rischio, gli imprevisti accadono, il dolore è in preventivo. Tentare di minimizzare le ripercussioni negative è doveroso; il problema, però, è che oggi non riusciamo più ad accettare tout court l’idea di venire contraddetti dalla realtà.

Nel nostro delirio di onnipotenza crediamo di poter evitare ogni imprevisto attraverso nuove e strabilianti applicazioni che dovrebbero consentire l’impossibile, ma che ben presto rivelano a loro volta un costo, mettendo a repentaglio la nostra umanità, la nostra morale, la nostra etica.

Stiamo tentando l’impossibile: costruire una vita perfetta in un mondo perfetto. Qualche risultato sembra darci l’impressione di essere sulla buona strada, ma ogni passo comporta una ricaduta che paghiamo sulla nostra pelle.

Possiamo continuare così, abbagliati dall’utopia del “volere è potere”, incantati dal sogno delle magnifiche sorti dell’universo, barattando i nostri valori più profondi con la più spiccia ideologia del “tutto e subito”.

Oppure possiamo renderci conto che siamo solo “un vapore che appare per un po’ di tempo e poi svanisce”, riconoscere che non possiamo cambiare le regole senza pagare le conseguenze, accettare l’idea che, in fondo, non sappiamo quale sia realmente il nostro bene.

Ammettere i nostri limiti potrebbe essere un buon esercizio di umiltà e realismo. E affidare le nostre sorti a Qualcuno più grande di noi, superando quella prevenzione adolescenziale che muove spesso i nostri pensieri nei suoi confronti, potrebbe essere l’unica soluzione davvero ragionevole.

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Pubblicato il 14 gennaio, 2010, in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. articolo molto interessante, ben fatto e che rispecchia la verità…
    forse però se siamo in queste situazioni è anche perchè noi ‘cristiani’ stiamo un po’ troppo zitti… noi che dovremmo brillare in questo mondo sempre più spesso ci mettiamo mantelli affinchè la nostra luce non si veda poi più di tanto…

  2. Condivido appieno tutto quello che dici nel tuo articolo. Questo deve però essere frutto di valori che si forma nel singolo individuo e che lo spingono ad agire di conseguenza. Non un’imposizione dello stato.

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