Benedizioni 2.0

Secoli fa era abbastanza normale imbattersi in funzioni religiose per la “benedizione” del lavoro: nei periodi strategici per la campagna i contadini confluivano nelle chiese, dove veniva elevata una invocazione a Dio per un raccolto benedetto.

Il fatto che la benedizione comprendesse gli strumenti di lavoro era in fondo una metafora – – o una sineddoche, se preferite -, identificando il mezzo con il fine, l’attrezzo con il suo uso.


Nel corso dei secoli la tradizione, come spesso accade, si è trasformata in una sorta di superstizione religiosa, per poi perdere di interesse.

A Londra il reverendo David Canon Parrott ha pensato di rinverdire i fasti dell’iniziativa, adattando la funzione al luogo e ai tempi: e così, trovandosi nel cuore della City – uno dei centri economici mondiali -, ha proposto agli operatori finanziari una funzione di benedizione per i loro strumenti di lavoro. Che non sono più, come tutti avranno notato, zappa e aratro, ma cellulare di terza generazione e computer portatili.

Così «gli impiegati e i manager londinesi hanno portato gli ormai indispensabili strumenti elettronici e se prima le suppliche invocavano la ricchezza del raccolto, ora chiedono di preservare iPhone e Blackberry da worm e malfunzionamenti», riporta il Corriere.

Già la prima invocazione non è fuori luogo: «Possano le nostre conversazioni essere garbate, le nostre e-mail semplici, i nostri siti sempre accessibili», recita il reverendo, e di questi tempi non è una preghiera scontata. Troppo spesso, presi dalla tensione e dalla fretta, il nostro approccio con gli altri rischia di essere davvero poco cordiale, le nostre mail corrono a ogni riga il pericolo di veder equivocati i loro contenuti, i nostri siti non sempre sono come dovrebbero, anche nel senso più etico del termine.

Le parole più significative, però, Parrott le ha rivolte non tanto – come potrebbe pensare qualche detrattore – agli strumenti schierati davanti a lui, ma al significato del loro utilizzo: «Possano  – ha invocato – questi telefoni e questi computer, simboli di tutta la tecnologia e la comunicazione nelle nostre vite quotidiane, ricordarci che tu, o Dio, parli con noi attraverso il tuo Verbo. Amen».

Che le nostre parole ci ricordino la Parola. Che le nostre comunicazioni ci ricordino il desiderio che Dio ha di comunicare con noi. Che la tecnologia, nella nostra vita, non diventi un idolo ma resti uno strumento, un mezzo e non un fine, una benedizione e non un peso, un’opportunità e non una tentazione.

Forse parlare di “benedizione dei pc” è eccessivo. Ma il senso del messaggio, se inteso correttamente, non è per niente insensato.

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Pubblicato il 21 gennaio, 2010, in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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