Archivio mensile:marzo 2010

L’equivoco addosso

A volte anche i professori si arrabbiano. Forse una volta era diverso: le classi erano più o meno ordinate, educate, o almeno riconoscevano l’ordine costituito e conoscevano il rispetto verso chi stava in cattedra. Oggi che le note sul registro sono diventate una medaglia da esporre negli appositi siti che raccolgono le bricconate dei ragazzi (e che vengono pubblicate, poi, da editori in cerca di facili guadagni), i valori sono meno sentiti. I professori spesso sopportano: ormai l’insegnamento, nelle scuole di ogni ordine e grado, è davvero una missione.

Ogni tanto, però, esplodono. Magari perché un fatto particolare turba la loro sensibilità più di altri, o semplicemente perché non ne possono più. E in quelle occasioni, di fronte alla sincerità di una sfuriata e alle reazioni delle parti in causa, si può cogliere uno spaccato della scuola nell’anno di grazia 2010.

“Kiss me before my boyfriend comes back”, baciami prima che il mio ragazzo torni: è il messaggio, provocatorio, che campeggiava sulla maglietta di una studentessa liceale. Il problema è che non l’ha indossata al mare o in pizzeria, ma per andare scuola.

La maglietta, si è poi affrettata a precisare la madre, è «accollata e lunga, per nulla sexy». Nulla dice del messaggio: probabilmente la madre non parla inglese, e forse nemmeno la lingua di sua figlia.

Però, a quanto pare, qualcuno quel messaggio l’ha capito. E non l’ha mandato giù. Quel qualcuno è un’insegnante, che si è trovata di fronte quella maglietta.

Il messaggio di disponibilità a dare corso ai propri istinti con il primo che passa l’ha spinta a discutere con la classe sul tema, in un interessante dibattito sul significato del messaggio incriminato. Ha fatto cioè quello che, alla fine, la scuola dovrebbe fare: arginare la naturale tendenza all’esagerazione tipica degli adolescenti, dando spunti di riflessione e mettendo in guardia dalle possibili conseguenze, specie di fronte a una provocazione superficiale ma pericolosa.

Forse – come si denuncia – la professoressa è andata oltre, usando termini poco adeguati al ruolo istituzionale che ricopre, dipingendo a tinte forti quella disinvoltura relazionale ormai così tipica delle nuove generazioni. Se l’insegnante ha trasceso è stato un errore, non c’è dubbio, anche se qualcuno potrebbe rilevare che il linguaggio parlato dai giovani, i messaggi che scrivono sui muri, i testi delle canzoni che ascoltano non sono certo meno espliciti (né lo era, volendo essere sinceri, la maglietta in questione).

La docente smentisce, la ragazzina («una ragazza in gamba», secondo la madre) insiste e offre, come prova, la pagina di quaderno («La prof ci chiede sempre di prendere appunti») relativa alla discussione, dove in fondo si legge la frase incriminata; la madre ha presentato querela «per tutti i reati che si possono ravvisare nei fatti esposti».

Le compagne di classe della ragazza non si schierano per “paura”, ma una si sbottona: «io da settembre indosso solo magliette a tinta unita per questo motivo». Non chiarisce, però, se il motivo di questo cambio di look sia una protesta silenziosa, l’ignoranza delle lingue straniere che non permette di valutare i messaggi o l’assenza di qualsivoglia buonsenso.

Buonsenso che però, forse, non abbonda nemmeno tra gli adulti, se non si riesce a riconoscere la provocazione e la mancanza di rispetto in un messaggio esplicito (o “isplicito”, per dirla con la ragazza), anche senza che contestualmente vengano esibiti abbondanti centimetri di pelle.

È il problema della nostra società: si arrocca sulla forma quando dovrebbe badare alla sostanza, e reclama la sostanza quando la forma rappresenta un buonsenso che non si vuole vedere.

Dimostrando così, una volta di più, una preoccupante assenza di valori, o anche solo – ormai quasi ce ne accontenteremmo – di quella banale ragionevolezza che una volta era la virtù della brava gente.

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Distributori di illusioni

Ha ragione chi dice che il distributore automatico di profilattici non è la soluzione ai problemi dei giovani. Semmai una pezza che però, come spesso capita in questi casi, rischia di venir vista come un incoraggiamento verso una condotta che, si vuole far credere, è comune alla stragrande maggioranza dei giovani e quindi – per un sillogismo bacato – è automaticamente “giusta” per i tempi in cui viviamo.

Sbaglia, dunque, chi incoraggia la libertà di costumi: basterebbe uno sguardo responsabile sulle statistiche per farsene un’idea. O, magari, basterebbe guardare in faccia questi giovani che crescono troppo in fretta perdendosi il meglio dell’infanzia, dell’adolescenza e – temiamo – dell’età adulta.

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Spiriti sottovuoto

Avie Woodbury è una signora che vive in Nuova Zelanda. Non è famosa, né probabilmente intendeva diventarlo, eppure oggi compare sui giornali di mezzo mondo per aver fatto un affare decisamente particolare: attraverso un’asta online ha venduto per 1400 euro due ampolle senza un particolare valore storico, artistico, affettivo o tecnologico.

Già questa sarebbe una notizia – anche se di gonzi, a questo mondo, ce ne sono parecchi -, non fosse che il presunto contenuto delle bottigliette in questione è ancora più clamoroso del prezzo: la venditrice assicura infatti che nei due contenitori, rigorosamente tappati, sarebbero stati rinchiusi due fantasmi “catturati in casa sua con l’aiuto di un esorcista”.

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Dimensione etica

Forse hanno ragione i cinesi, che scrivono “crisi” e leggono “opportunità”: non possiamo considerare in termini positivi il dissesto economico degli ultimi due anni e il domino di drammi che ne è seguito, ma non possiamo nemmeno, a guardare con onestà gli sviluppi, non riconoscere che lo scossone è stato inevitabile e necessario per curare un sistema troppo malato, cui non sarebbe bastato a un intervento per quanto drastico (cui nessuno, comunque, avrebbe avuto coraggio e intenzione di mettere mano).

E così il mondo dell’economia, dopo decenni passati nel segno del profitto a ogni costo, ha dovuto fermarsi e riflettere, rivalutare, porsi questioni ineludibili, che si era pensato di poter accantonare tra le anticaglie e che invece si sono rivelate più attuali che mai.

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L’evoluzione della fedeltà

Qualche mese fa La Stampa scriveva di un sito web francese nato con l’esplicito scopo di organizzare tradimenti: le condizioni per iscriversi al servizio, infatti, comprendevano solo “essere sposati e desiderare un’esperienza extraconiugale“.

Il consueto esperto chiamato in causa per giustificare l’ingiustificabile spiega che «il sito conferma la tendenza delle coppie a essere sempre più flessibili. Si va sempre più verso la poligamia».

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