Archivio mensile:marzo 2011

Privilegio incompreso

Non è questo ‘l terren ch’i’ toccai pria?
Non è questo il mio nido ove nudrito fui sí dolcemente?
Non è questa la patria in ch’io mi fido,madre benigna et pia,
che copre l’un et l’altro mio parente?
(F. Petrarca – Canzoniere, CXXVIII)

Per ventura o per scelta viviamo in Italia, e dovremmo esserne grati. Non è questione di nazionalismo né di sentimentalismo. E nemmeno di politica.

150 anni non si possono riassumere in poche battute, e risulta fuorviante – come qualcuno ha tentato di suggerire – volervi leggere una storia fatta solo di momenti di gloria o, sull’altro fronte, esclusivamente di misfatti. Come tutti i Paesi al mondo, anche l’Italia ha avuto i suoi eroi e i suoi furfanti, in ogni epoca ha saputo dare il meglio e il peggio di sé, in base alle convinzioni, alle motivazioni, ai riferimenti morali di chi l’ha vagheggiata, vissuta, rappresentata.

Al di là delle cartoline, tuttavia, esistono ragionevoli motivi per essere grati di vivere qui e ora. Un privilegio per il quale molti, anche in queste ore, rischiano la vita su rotte precarie, ma che spesso noi sottovalutiamo, concentrati come siamo sulle polemiche di giornata.

Sì, è un privilegio. Viaggiare, conoscere, studiare, intraprendere. Concorrere alla vita politica del Paese. Informarsi e informare. Manifestare. Vivere ed esprimere liberamente la propria fede.

Un privilegio che si chiama libertà, per il quale qualcuno ha combattuto. Qualcuno ha sofferto. E qualcuno ha pagato anche con il sangue.

Questi 150 anni di storia d’Italia si intrecciano, inevitabilmente, anche con la storia del movimento evangelico. E se tanti evangelici in questi 150 anni hanno preferito starsene in disparte, vivendo una vita di fede separata e quasi indifferente a ciò che accadeva attorno a loro, molti altri hanno contribuito a rendere l’Italia quello che è oggi.

E se quello che l’Italia è oggi ci pare ancora poco, dipende anche da noi: solo che, anziché imputarlo a chi ci ha investito del suo meglio per renderla tale, forse dovremmo chiederne conto all’indifferenza di coloro che – centocinquanta anni fa, cento anni fa, cinquant’anni fa, venticinque anni fa: ogni generazione ha le sue responsabilità – hanno preferito astrarsi dal “mondo”, concentrandosi su dotte disfide teologiche, lasciando campo libero a una degenerazione morale e a un vuoto etico di cui, oggi, paghiamo le conseguenze.

Forse, anziché ritirarci nella nostra aurea solitudine in attesa di tempi migliori, avremmo dovuto comprendere – un secolo e mezzo fa, cent’anni fa, due generazioni fa, l’altroieri – che i tempi migliori non nascono per caso. Forse avremmo dovuto alzare la voce con chiarezza, prima che il fango travolgesse ogni cosa. Forse avremmo dovuto essere più presenti: con l’azione, ma anche con la preghiera. Preghiera per le autorità, per la nazione, per il popolo: la Bibbia, in fatto di spunti per una preghiera mirata e specifica, ci offre l’imbarazzo della scelta.

Eppure, al di là delle amare considerazioni d’attualità, della crisi economica e delle fosche nubi nucleari, poter vivere qui e oggi resta un privilegio. Che, forse, l’ingratitudine e la poca lungimiranza dell’uomo moderno non ci permettono di cogliere, ma che ben saprebbero cogliere i nostri fratelli nordcoreani, iraniani, somali, maldiviani.

E allora, davvero, non possiamo non ringraziare Dio per quello che questi 150 anni hanno rappresentato. E, per il futuro, non possiamo non invocare la sua benedizione.

Sì, Dio benedica l’Italia e gli italiani: un popolo complicato e speciale, difficile e sorprendente, sconsolante e spettacolare, fanalino di coda e secondo a nessuno.

Dio benedica l’Italia. Ma noi, facendo tesoro delle esperienze passate tentiamo di non dimenticare che, almeno in parte, il futuro del Paese dipenderà anche da noi: dalla nostra preghiera, dal nostro esempio, dal nostro impegno.

Per i prossimi 150 anni, prendiamo sul serio questa sfida.

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