Le conseguenze dell’indignazione

Paradossalmente, a margine dei disordini romani di piazza San Giovanni, la questione principale non sembra essere la violenza. Che è stato l’aspetto più vergognoso e visibile di una giornata da dimenticare, ma che allo stesso tempo è solo la conseguenza di premesse cui, evidentemente, non è stata data la giusta considerazione.

Colpisce e fa riflettere, per esempio, l’ingenuità. L’ingenuità dei manifestanti pacifici, che intimavano ai facinorosi: «Tiratevi su i caschi. Questo è il nostro corteo». Così dicevano i non violenti ai black bloc. Ma davvero qualcuno crede che, nella vita reale, si possa fare come quando da bambini dicevamo “la palla è mia e io non gioco più?”.

Siamo adulti. L’ingenuità non è un alibi sufficiente. Le conseguenze delle nostre azioni spesso vanno oltre le nostre intenzioni, ma la maturità consiste anche nel saperle prevedere. E qui le premesse erano chiare: non c’è stata manifestazione di protesta, negli ultimi anni, senza uno spiacevole, e a volte addirittura pericoloso, strascico di vandalismi.

Non è una novità che nel nostro Paese sia impossibile fermare preventivamente i balordi, e anche per questo non ci si può permettere una tale ingenuità organizzativa. Scendere in piazza senza un coordinamento adeguato è pericoloso, e – a ben guardare – di per sé non è garanzia di genuinità.

Ma le violenze sono anche conseguenza concreta di troppe parole incaute. Suona infatti quantomeno sorprendente sentire oggi i leader di certe formazioni politiche indignarsi perché le forze dell’ordine non sono intervenute in maniera più severa, quando gli stessi personaggi, a margine delle precedenti manifestazioni, hanno contribuito a delegittimare l’azione di Polizia e Carabinieri sollevando dubbi sul loro operato, insinuando sospetti sulla presenza di infiltrati tra i sovversivi, dando credito a ogni foto e a ogni voce di abusi, esultando a ogni sentenza di assoluzione dei (presunti) responsabili dei misfatti e di condanna degli agenti coinvolti negli scontri.

Tutti hanno il diritto di parlare, naturalmente: anche contro i valori che per generazioni hanno retto la società. Ma un minimo di buonsenso dovrebbe suggerire a chi parla il vincolo dell’onestà intellettuale e della coerenza. Certo, non saranno importanti quanto la mitica questione morale, eppure anche questi sono valori cui bisognerebbe dare il giusto peso. Proprio per evitare altre conseguenze come quelle che, oggi, ci ritroviamo mestamente a commentare.

Pubblicato il 15 ottobre, 2011 su editoriali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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