La risposta al dolore

Nell’omelia che oggi mons. Francesco Lambiasi ha pronunciato ai funerali di Marco Simoncelli, c’erano alcuni passaggi che colpivano particolarmente.

Si parlava di morte, e Lambiasi non ha aggirato l’ostacolo con parole di circostanza o immagini di facile presa. Ha voluto affrontare il cuore della questione:

Ma adesso, fratelli miei, permettetemi che mi senta anch’io percuotere il cuore da quella domanda inesorabile: perché? […]

Una domanda lancinante, per tutti. Seguita da una interessante riflessione:

Io non posso cavarmela ora con risposte preconfezionate, reperibili sulla bancarella delle formule pronte per l’uso. Sì, alle volte noi credenti pensiamo di svignarcela con l’allusione enigmatica a una indecifrabile volontà di Dio. Ci ripetiamo, instancabili: “è la volontà di Dio”, e non ci rendiamo conto che, sbandierando parole senza cuore, rischiamo di far bestemmiare il suo santo nome.

Già. Spiegare la morte, per chi non ha abbracciato la promessa di Cristo, è una risposta impossibile a una domanda retorica. Il credente, altresì, vive il dramma della perdita con il dono della consolazione divina, ma affronta pur sempre la sofferenza di un vuoto affettivoche accetta, ma a cui non sa dare una spiegazione razionale.

Ed è proprio su questo crinale di dolore vivo – attutito o meno dalla consolazione della fede – che si rischia di fare male con le frasi fatte, i luoghi comuni, le citazioni scontate. Troppo spesso il nostro approccio verso chi soffre è un profluvio di versetti in saldo, anziché il silenzio dettato dalla compassione e dalla vicinanza – verrebbe da dire “simpatia”, usando il significato originario del termine – per chi ci sta di fronte e affronta una prova che gli sembra troppo grande.

In questo modo, spesso, provochiamo l’effetto opposto. E la reazione alla banalità molesta si esplicita in un silenzio di circostanza o, peggio, in una reazione disperata, dettata da un dolore fin lì faticosamente trattenuto, che a quel punto rompe l’argine e allaga l’anima in tutta la sua amarezza.

Può succedere, ed è triste quando succede proprio a causa di coloro che dovrebbero essere lì per mostrare amore e non cinismo, per offrire consolazione e non giudizio, per rappresentare un elemento di sostegno e non un motivo di caduta.

Chissà quante volte il Dio che amiamo viene insultato proprio a causa nostra. La nostra improntitudine non è, naturalmente, una giustificazione valida per scaricare su Dio la propria disperazione. Ma non è nemmeno il miglior biglietto da visita per chi si definisce discepolo del Dio d’Amore.

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Pubblicato il 27 ottobre, 2011 su editoriali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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