Pretese e rinunce

Ecco, forse è proprio questo che manca all’Italia – riflette Luca Ricolfi su La Stampa: la consapevolezza che per chiedere bisogna anche dare, per costruire bisogna anche rischiare, e che è troppo facile fare fronte comune limitandosi a sommare le rispettive rivendicazioni. No, finché parleremo solo di quello che siamo intenzionati a pretendere, omettendo di dire quali rinunce siamo disposti a fare, non ne verremo mai fuori. Né con questo governo, né con qualsiasi altro.

Troppo facile buttare la croce addosso agli altri. Evidentemente lo abbiamo fatto troppo a lungo, viste le condizioni in cui ci troviamo oggi.

Il problema è che lo scaricabarile, da eccezione, è diventato la regola; da regola è passato a filosofia di vita, fino a permeare il nostro immaginario. Ormai è perfettamente normale, per noi, equivocando sul concetto di assistenza, pretendere ogni servizio a prezzo calmierato, e non necessariamente per bisogno: fa parte di noi credere che la sanità debba essere gratuita, le medicine debbano abbondare nei nostri armadietti, l’istruzione debba essere fornita sottocosto (a prescindere dalla qualità, inevitabilmente scarsa, cui porta un ragionamento del genere), i trasporti debbano essere economici, e perfino il diritto a un mutuo insostenibile debba essere garantito.

Svicolare, abbozzare, ammiccare per passare senza pagare: dall’autocertificazione generosa al canone tv (“ma se non guardo la televisione pubblica!”), dalle terapie mediche senza fattura al  biglietto del bus (“tanto non ci sono controlli!”), dai dischi pirata al lavoretto in nero (“ma erano pochi euro!”), dalla borsa falsa di dubbia provenienza alle telefonate sul posto di lavoro (“mi vuoi togliere anche questo, con quel che mi sfruttano?”) il catalogo dell’illegalità diffusa è così vasto e consolidato da non sollevare più indignazione, semmai un sorriso complice e un po’ compiaciuto: oggi io copro te, domani tu coprirai me, a garanzia di impunità reciproca.

E, come ultimo sberleffo all’etica e alla logica, l’errata convinzione che risparmiare sia necessario, quando poi con i soldi risparmiati ci permettiamo il superfluo.

Il gioco può reggere per un po’. Salvo poi accorgerci – e se ancora non l’abbiamo fatto siamo ancora in tempo – che se noi godiamo di un bene o di un servizio a costo zero, qualcuno deve pagare al posto nostro: spesso è qualcuno più onesto di noi, che a lungo andare raffredda la sua rettitudine e accetta di stare al gioco dei furbi. Fino a quando il banco, inevitabilmente, salta. E poi siamo tutti lì, tra l’ingenuo e l’irresponsabile, a chiederci come mai.

Si fa presto, arrivati a questo punto, a indignarsi contro tutto e contro tutti. Certo, la crisi non è esplosa (solo) per colpa nostra, ma sarebbe più efficace farlo presente senza doversi giustificare imbarazzati per le troppe licenze e concessioni al proprio interesse personale.

Siamo ancora in tempo per fare qualche passo indietro e riprendere possesso della nostra onestà. Anche se può fare male. La rinuncia ha un costo, ma una coscienza pulita non ha prezzo.

Pubblicato il 2 novembre, 2011 su editoriali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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