Lucio Magri e il dramma di una scelta

Esiste un diritto di morire? La domanda è tornata all’ordine del giorno con l’uscita di scena di Lucio Magri: il politico e giornalista 79.enne non si era mai ripreso dalla scomparsa della compagna, scivolando nella depressione, fino alla scelta di concludere in anticipo la propria esistenza terrena optando per il suicidio assistito.

Un gesto che ha riportato la discussione sull’eterna questione del fine vita: esiste un diritto di morire? Fino a che punto abbiamo facoltà di decidere in forma autonoma e insindacabile su una questione così definitiva?

Le posizioni sul tema, improntate peraltro nell’occasione al massimo rispetto verso il dramma di una scelta estrema, si dividono tra il “no” di chi sostiene la sacralità della vita e una concezione cristiana dell’esistenza, e il “sì” di chi considera la libertà assoluta della persona, senza “se” e senza “ma”, il primo valore di difendere.

Però, nell’impegno a tentare di porre dei paletti a una questione di difficile definizione, nell’eterna tenzone tra cristiani e laici, forse è sfuggita ai più una prospettiva diversa, che avrebbe meritato maggiore attenzione, e che è stata ben sintetizzata su Repubblica da Michela Marzano:

Ma cosa chiede esattamente una persona che dice di “voler morire”? Si può rispondere con un atto a una domanda che a volte “chiede altro”? Perché tante volte dietro al “voglio farla finita” c’è una moltitudine di cose. C’è la delusione di chi avrebbe voluto che la realtà fosse diversa. C’è lo sconforto della solitudine. C’è il bisogno di un ascolto vero… Tutte quelle cose che la morte non dà, perché con la morte tutto finisce e non c’è più la possibilità di tornare indietro.

Cristiani e laici, nel portare la discussione sulle grandi questioni della vita, hanno perso di vista le persone e la loro banale, dolente quotidianità fatta di incomprensione, incomunicabilità, solitudine, disperazione.

E se è vero che difficilmente riusciremo a trovare una risposta filosofica convincente a una scelta così definitiva, è altrettanto vero che possiamo provare a capire, e magari a migliorare, la condizione di chi decide di farla finita per trovare serenità di fronte a un’esistenza sempre meno sopportabile.

Per riuscirci dovremmo smettere di interrogarci sul “se”, e cominciare a ragionare sui “perché”. E, soprattutto, dovremmo cominciare a guardarci intorno per individuarli, quei perché, mentre maturano nelle vite di chi ci sta accanto.

La scelta di andarsene è un’estrema richiesta di aiuto rimasta senza risposta. E ogni persona che sceglie di morire rappresenta una sconfitta per tutti. Per se stessa, naturalmente. Per la società, incapace di offrire assistenza adeguata. E, non ultimo, per i cristiani, a volte poco sensibili verso il bisogno – di aiuto, di ascolto, di comprensione, di risposte -, o magari solamente poco capaci di comunicare in maniera convincente la gioia, la forza, la ragione di vita che abbiamo trovato in quel Messaggio di speranza che, pure, ci pregiamo di aver conosciuto e sperimentato.

Nessuno lo mette in dubbio, naturalmente. Ma è in momenti come questi che dobbiamo riuscire a dimostrarlo.

Pubblicato il 1 dicembre, 2011 su editoriali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. “Le posizioni sul tema, improntate peraltro nell’occasione al massimo rispetto verso il dramma di una scelta estrema, si dividono tra il “no” di chi sostiene la sacralità della vita e una concezione cristiana dell’esistenza, e il “sì” di chi considera la libertà assoluta della persona, senza “se” e senza “ma”, il primo valore di difendere.”

    La mia posizione è diversa dalle due schematicamente descritte.
    La mia risposta è SI proprio per una concezione cristiana dell’esistenza.
    Per questo delicatissimo tema, come per altri, i sedicenti difensori dei valori cristiani vorrebbero costringere gli uomini a NON PECCARE PER LEGGE, e poco importa se non è proprio quello che vuole il Dio che loro affermano di adorare.
    Pienamente condivisibili le riflessioni suggerite, a cominciare dal chiedersi il perchè, e poi fare tutto quello che è nel potere dell’uomo per aiutare chi è determinato al gesto estremo, (meglio se prima che la decisione maturi), ma alla fine la libertà della persona deve essere assoluta.

  2. Caro PJ,

    il tuo elegante e puntuale articolo e le tue accademiche riflessioni mi obbligano ad un intervento calcisticamente definito “a gamba tesa”.
    Domandi : “esiste un diritto di morire?”
    Il problema è a monte perchè per l’uomo esiste l’ imposizione e la costrizione, per decreto inappellabile, l’ obbligarietà della morte.
    Poco importa se avviene per suicidio “assistito” o per un volo dal quinto piano (Monicelli), un colpo alla tempia ( Gardini, Tenco, Pavese…etc ), una corda al collo (il c.t. della squadra del Galles) etc…..e tutti quei kamicaze che si immolano per cause politiche o religiose.
    La diluizione nel tempo è la componente variabile per differenziare una morte suicida da una morte per cause naturali……
    E’ suicida il tabagista che muore per cancro polmonare,
    è suicida l’alcolista che muore di cirrosi,
    è suicida chi sniffa e si schianta con l’auto contro un muro,
    è suicida chi ricerca piaceri proibiti, o contro natura, e muore per HIV,
    ci sarebbero altri esempi ma ora non mi vengono in mente e non ho voglia di spremere le mie scarse meningi d’altronde tutti gli uomini a causa del peccato sono aspiranti suicidi!
    Vorrei quindi puntualizzare che neanche il suicidio, nemmeno quello assistito, è una scelta fatta dall’uomo per “darsi” la morte ma Qualcuno ha deciso come ,quando, dove porre termine al respiro dell’ uomo.
    Per dimostrarti che non sono un cinico spettatore delle penose vicende umane ti citerò Matteo 6:27
    “E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita?”
    E’ azzardato, senza uscire dal contesto scritturale, supporre che l’uomo non ha l’opzione di un’ora in eccesso non l’abbia neanche in anticipo con il suicidio?

    Che ne pensi, caro PJ, del mio commento? Sono delirante o realista?
    Un abbraccio, silvio

    • Incompleto, secondo me. L’uomo non puó da solo aggiungere neppure un’ora alla sua vita, ma le sue scelte e/o atteggiamenti hanno delle conseguenze sui decreti divini. Un esempio chiarissimo? 2Re 20:1-6

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