Tramonti precoci

«Io prendo gli artisti che gli altri lasciano»: si descriveva così, con tono sornione e un po’ compiaciuto, Angelo Carrara. Un personaggio poco noto ai più ma che, senza saperlo, tutti conoscevano bene attraverso i dischi da lui prodotti: titoli che hanno solcato trent’anni di classifiche musicali e che continuano a farsi ricordare.

C’era davvero di tutto nel suo carnet di manager: da Battiato ad Alice, dai Bluvertigo a Eugenio Finardi, fino a Giuni Russo, Francesco Baccini, Povia. Per ognuna delle decine di nomi che aveva lanciato, rilanciato o che erano passati per la sua scuderia prima di approdare ad altri lidi, aveva una storia, un aneddoto, un ricordo gustoso da condividere, un cimelio da mostrare: nel suo quartier generale milanese di via San Maurilio conservava perle rare – vinili introvabili, prime edizioni, produzioni particolari – che amava mostrare agli appassionati.

Il suo ufficio parlava di lui: del suo lavoro trentennale, della sua passione, del suo mondo. Le frequenti pause nella conversazione, dovute al continuo trillare del telefono e del cellulare, offrivano l’occasione per spaziare con lo sguardo tra coppe, dischi d’oro, telegatti. La storia della musica dava l’impressione di essere passata di lì.

Angelo Carrara viene descritto come fumantino. L’impressione che dava al visitatore era di un personaggio sobrio, consapevole del suo talento nello scoprire nuovi nomi destinati a lasciare traccia nelle cronache musicali, ma allo stesso tempo sereno e disponibile al dialogo.

Chi c’era ricorderà la sua presenza, due anni fa, alla seconda edizione di J Factor, concorso per giovani artisti cristiani. Una manifestazione dove certo non ci si sarebbe aspettati di incrociare chi aveva scoperto Ligabue e venduto centinaia di migliaia di dischi: eppure Carrara si era prestato di buon grado a ricoprire il ruolo di giurato, perfino entusiasmandosi per le voci migliori ed elargendo volentieri ai partecipanti i suoi suggerimenti tecnici.

Negli ultimi anni Carrara aveva tentato qualche timido passo sulla strada della fede: in privato rivelava di aver ispirato lui a Povia quel sorprendente refrain, «è meglio vivere una spiritualità/ che farsi scudo con la religione», concetto base di un brano che – il fatto non stupisce – le radio hanno dimenticato molto presto. Aveva incrociato esperienze di fede e occasioni di spiritualità, e questo sembrava aver alleviato la sua sofferenza interiore; purtroppo però non era bastato a risollevarlo dal disagio esistenziale che si stava facendo giorno dopo giorno più lancinante.

Ora chi l’ha incontrato si chiede, attonito, se si sarebbe potuto fare di più, prima che il sipario si chiudesse definitivamente sull’esistenza di Angelo. Se nuove motivazioni e nuovi stimoli gli avrebbero permesso di ripartire e mettere il suo immenso patrimonio di conoscenze e competenze al servizio dei giovani, se avrebbe potuto ritrovare se stesso nell’aiutare gli altri attraverso una vocazione più profonda, dove la musica potesse finalmente legarsi a un messaggio diverso, più profondo, meno banale, in un percorso di più ampio respiro rispetto alle consuete logiche commerciali.

Chissà. Angelo Carrara ci lascia con il dolceamaro di un ricordo incompiuto e il rammarico di non aver saputo o potuto fare di più, per lui e insieme a lui. Ci accompagnerà la sua simpatia irrisolta, e la convinzione che avrebbe meritato un altro finale.

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Pubblicato il 30 marzo, 2012 su editoriali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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