Fino alla fine del mondo

A margine dell’elezione di papa Francesco i quotidiani non potevano non affrontare l’ascesa del movimento evangelico nell’America del Sud. E l’hanno fatto con risultati alterni.

Ha adottato un approccio corretto Maurizio Molinari che sulla Stampa, nel ragionare sui numeri cattolici in Sudamerica, riferendosi agli evangelici parla di “altre chiese cristiane” e non di “sette” (anche se poi cita, testualmente, “protestanti e battisti”, dimostrando una certa confusione).

Meno lineare, invece, l’intervento di Vittorio Messori sul Corriere: dopo aver annunciato di aver previsto l’elezione di un papa dal sud del mondo come segnale di attenzione della chiesa cattolica verso un’area particolarmente sensibile sul fronte spirituale, non trova di meglio che ripescare un luogo comune che speravamo superato:Il Sudamerica – scrive – abbandona il cattolicesimo al ritmo di migliaia di uomini e donne ogni giorno. Ci sono cifre che tormentano gli episcopati di quelle terre: dall’inizio degli anni Ottanta ad oggi, l’America Latina ha perso quasi un quarto di fedeli. Dove vanno?.

Per Messori i transfughi Entrano nelle comunità, sette, chiesuole degli evangelicals, i pentecostali che, inviati e sostenuti da grandi finanziatori nordamericani, stanno realizzando il vecchio sogno del protestantesimo degli Usa: finirla, anche in quel Continente, con la superstizione “papista”.

Ora, che esagerazioni ed eccentricità caratterizzino una parte dell’ambiente evangelico, in Sudamerica come in Italia, non è una novità. Ma additare un movimento vasto e articolato alla stregua di un manipolo di mercenari della religione risulta quantomeno inelegante.

Non possiamo escludere naturalmente la presenza di chiese evangeliche integraliste, sorprendenti o comunque poco trasparenti; ma non si può guardare ai telepredicatori o ad altre amenità esotiche con l’occhio curioso dell’entomologo senza nel contempo ricordare tutti i missionari che, in Sudamerica come nel resto del mondo, interpretano con serietà, onestà, coscienza, integrità, spirito di sacrificio e non di rado a rischio di martirio il mandato evangelico servendo i bisognosi, i derelitti, coloro cui lo stesso Bergoglio invita da sempre ad avvicinarsi senza paura e con spirito amorevole.

Non mancano, dovrebbe saperlo Messori, missionari autoctoni e stranieri (e tra loro c’è anche qualche italiano) che sfida le bande di narcotrafficanti, entra nei quartieri più malfamati, si impegna nelle favelas, visita le zone più isolate del continente per portare il conforto di una fede semplice, di un messaggio di speranza, della carità cristiana intesa nel significato più profondo del termine. È vero, dalle sterminate lande argentine agli altipiani messicani la testimonianza evangelica si espande, ma non a suon di dollari: a portarla avanti sono la forza dello zelo missionario, il peso per le anime in pena e tanta, umanissima fatica.

I missionari evangelici di cui parliamo non sono eroi: sono semplicemente cristiani che prendono sul serio la loro fede. Sono umili servitori che danno molto e non chiedono nulla.

Noi invece, per loro, ci permettiamo di chiedere qualcosa: rispetto. Il rispetto dovuto a chi i fantomatici dollari americani non li ha mai visti, né porta croci dorate sopra la talare.

Certo, è più semplice fare di tutta l’erba un fascio: ma, francamente, non ci pare onesto. Con i luoghi comuni si vive, ma non si cresce.
E, se abbiamo visto giusto, ci è parso che lo stesso papa Bergoglio non ami troppo le banalità. Né le superstizioni: che sono sbagliate comunque, senza “se” e senza “ma”.

La “fede operante” di cui parla il vangelo, invece, dovrebbe essere benvenuta da qualunque parte provenga. Magari, per un sano dialogo, si potrebbe ripartire proprio da qui.

media&fede | evangelici.net

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Pubblicato il 17 marzo, 2013 su editoriali, media&fede. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Una persona che lavora nelle forze dell’ordine, fonte affidabilissima, mi ha portato a conoscenza del fatto che a seguito dei loro interventi per incidenti e fatti di cronaca, vengono regolarmente contattati da giornalisti loro conoscenti ai quali per umana cortesia danno qualche sommaria informazione sull’accaduto, spesso neanche di prima mano ma riferita dal collega, che l’aveva saputo dall’altro collega. Senza recarsi suoi luoghi e senza fare alcun tipo di accertamento questi giornalisti scrivono poi i loro articoli, già pieni zeppi di imprecisioni e, cosa ancora più grave, conditi con elementi di pura fantasia. Questa è la serietà professionale di molti professionisti della disinformazione. Fatti di cronaca, politica, economia, o religione, il metodo non cambia, spacciano notizie non verificate e loro personalissimi punti vista per oro colato.

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