La battaglia della fertilità

ministro_Lorenzin

È battaglia sul Fertility day, iniziativa voluta dal ministro Lorenzin e contestata da più parti quando la notizia ha (con calma, va detto) raggiunto l’attenzione dei commentatori da social.

Incoraggiare alla procreazione? Se il ministro continua a difendere la sua scelta, i detrattori più radicali contestano che lo Stato non debba intromettersi nella sfera privata delle persone, mentre i critici più concilianti ritengono che, se si ritiene necessario sostenere la procreazione, vada fatto in termini meno semplicistici.

L’idea del ministro, di suo, non è sbagliata: sensibilizzare sull’opportunità di mettere al mondo un figlio, se non altro segnalandola come una delle molteplici possibili opzioni capaci di caratterizzare la vita di una donna (ci si concederà almeno questa lettura), è lecito e forse perfino opportuno. Però, al di là delle considerazioni di principio, questa campagna porta con sé imbarazzo, fastidio e un problema di fondo.

L’imbarazzo riguarda il ruolo del committente: suona triste che il Governo debba interpretare il classico ruolo della vecchia zia (“allora, novità?”), con osservazioni tra il banale (“l’orologio biologico corre!”), l’infantile (“i bambini non li porta la cicogna”), l’incomprensibile (“è questione di stile”) e l’inopportuno (“datti una mossa!”). Forse è il segno che non ci sono più le zie di una volta, e che la società è tanto confusa da rendere necessario sottolineare l’ovvio: il ciclo della vita richiede che una nuova generazione subentri a quella precedente.

Il fastidio con cui la campagna ministeriale è stata accolta sui social rivela la difficoltà di molte persone ad accettare un dato di fatto, anche di fronte alla sua ovvietà. Se ne faranno una ragione: purtroppo anche nell’epoca dell’egotismo fatto ideologia e del “come voglio e quando voglio”, ahinoi, esistono limiti, confini, leggi di natura che (ancora) non siamo riusciti a scardinare. Ci urta che qualcosa ce lo ricordi, ma è così.

Il problema alla base della questione sta invece nel contesto. Ha ragione chi sostiene che, più di un “fertility day” (a proposito: chi ha escogitato il nome meriterebbe un decurtamento dello stipendio), sarebbero necessarie politiche serie e scelte strutturali a favore di chi si imbarca nell’avventura di mettere al mondo uno o più figli. Ma, al di là degli interventi specifici (tutti citano i Paesi nordici come esempio virtuoso), diventa difficile ragionare sul sostegno alla natalità quando ormai, in seguito agli sviluppi sociali e alle scelte politiche degli ultimi anni, non si riesce nemmeno a definire i concetti base della questione: basti pensare a quanto sia stata bistrattata la famiglia, o a come sia stato stemperato il ruolo di padre e madre.

Non ha torto chi sostiene che il Governo dovrebbe occuparsi di altro. Ci permettiamo di aggiungere che forse in realtà dovrebbe occuparsi anche di questo, ma con una coerenza che oggi non si intravede.

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Pubblicato il 1 settembre, 2016 su editoriali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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