Benedetto Sanremo

Sanremo2017-logo.jpgSi conclude stasera la 67.ma edizione del Festival di Sanremo: finora abbiamo assistito a un festival garbato, condotto da Carlo Conti e Maria De Filippi senza scossoni o scandali particolari. Si è discusso, questo sì, della giornalista Diletta Leotta che ha parlato di privacy violata con un abito forse poco appropriato rispetto al messaggio. Polemiche maschiliste, si è detto; forse però, al netto dei soliti luoghi comuni sui fronti opposti (a chi, come Caterina Balivo, si è chiesta in un tweet se sia efficace parlare di violazione della privacy allargando lo spacco della gonna, in molti hanno giustamente obiettato che non si possono mettere sullo stesso piano una foto rubata e un vestito scelto liberamente), la questione non riguarda la buoncostume ma solo il buonsenso: «se una giornalista – rilevano due colleghe, donne, sul Corriere – andasse a moderare un convegno con addosso un elmo da vichingo si dovrebbe stupire se il pubblico più che ascoltarla fosse concentrato sulle corna che ha in testa?».

Ma Sanremo è soprattutto musica. E sulla musica si può naturalmente discutere, come sulla curiosa scelta di allargare la categoria “big” fino a comprendere personaggi sconosciuti ai più, una scelta che si fatica a comprendere e che – ascoltate le performance – non si basa sulle doti canore (fattore non secondario, converrete, in un festival della canzone). Del resto ormai nemmeno Sanremo può più sottrarsi al peso commerciale dei talent, e deve mediare tra talenti e volti, musica e storytelling, armonizzazioni orchestrali e impatto social.

Sul palco, menzione d’onore per Al Bano, che si presenta ad appena un mese e mezzo dal ricovero di fine dicembre: la voce ne ha risentito, inevitabilmente, ma testimonia una forza d’animo ammirevole (della sua fede abbiamo già parlato), cimentandosi in una canzone dove si parla di un amore che va oltre la vita («esisti tu nei miei pensieri, un sole eterno che mai più tramonterà… un’altra vita non mi basterà per dirti tutto ciò che sento dentro me»).

In merito ai contenuti dei brani, siamo a Sanremo e – inevitabilmente – va per la maggiore la canzone d’amore. Ma, quest’anno, si tratta per lo più un amore velato di malinconia («non era la vita che stavamo aspettando, ma va bene lo stesso», si rammarica Chiara), disimpegno («non accontentarti di qualcuno solo perché è ovvio», raccomanda Alessio Bernabei), sofferenze pregresse («non penso più a chi mi ha fatto soffrire, voglio solo cancellare, ora esisti solo tu», annuncia Bianca Atzei), approcci disillusi («lascia pure che io mi avvicini un po’… giusto il tempo di farci male e andare via di schiena», suggerisce Lodovica Comello), introspezioni e fughe da se stessi («sono pazza, lo ammetto… sono molto brava sai a rovinare tutto… chiudo gli occhi, non m’importa ma tu portami via», implora Elodie), abbandoni («così vai via, non lo so se è colpa mia… in questo disastro che chiamo il mio mondo, mentre affondo pensando a te», singhiozza Sergio Sylvestre), amletici dubbi («do retta al cammino, restarti vicino o correre lontano andando verso il mio destino», si interrogano Nesli e Alice Paba), rare resipiscenze («ho lasciato troppe volte la mia impronta sopra il letto… almeno tu rimani fuori dal mio diario degli errori», avverte Michele Bravi), dolorosi addii («il tuo silenzio è già fatale, ogni istante fa talmente male… che dici se riuscissimo a evitare la fine più banale», chiede Giusy Ferreri), nati forse da consumazioni troppo rapide («togliamoci la voglia stanotte, ascoltiamo questo istante e se non ci pensi sarà più forte… ci vuole un gran coraggio a essere felici», ansimano in sincrono e senza troppi patemi Raige e Giulia Luzi), dove anche le parentesi costruttive («ho scoperto che l’amore è un’arte da capire, e l’ho scoperto così, semplicemente amando», riflette Marco Masini) non hanno un lieto fine («se tutto quanto fosse spostato di un secondo, adesso ti vedrei scegliere di restare, e invece te ne vai, e io ti lascio andare», conclude sconsolato poi); non resta quindi che il ricordo dolce («quanti sono i giorni belli di un amore, quelli che non te li puoi dimenticare, e nascondi dentro al cuore, e quando stai male li vai a spolverare», divaga Michele Zarrillo) o dolente («avrei potuto anche vederti invecchiare, sento la voce tua ma è nella mente mia, quello che posso solamente fare è accarezzare una fotografia, quante volte ti ho cercato, e ti ho parlato, e ho sperato», sospira Gigi D’Alessio).
Amori salvati solo dalla poesia di chi resiste («le giornate sempre corte, e io sempre meno giovane, ma in fondo l’ottava meraviglia del mondo siamo io e te… c’è una strada da fare, da percorrere insieme… tu mi hai rialzato con la gioia», rievoca Ron), dalla debolezza di chi sa chiedere aiuto («portami via… quando torna la paura e non so più reagire, dai rimorsi degli errori che continuo a fare», supplica Fabrizio Moro) e dall’ottimismo di chi non si rassegna («se siamo ancora qui… vedrai che riusciremo a dare ancora un nome a tutte le paure che ci fan tremare… vedrai che i desideri si riaccenderanno, ricistruiremo il luogo in cui poi vivranno… impareremo anche a comprendere che esiste un buon motivo per insistere», propone Samuel).
Completano il quadro le atmosfere pasoliniane di Clementino (“Ragazzi fuori”), i ricordi d’infanzia di Ermal Meta (“Vietato morire”) i barlumi di ritrovata autostima di Paola Turci (“Fatti bella per te”), le citazioni affastellate di Francesco Gabbani (passato dall’Amen dell’anno scorso all’Occidentali’s karma di quest’anno).
Eppure, nonostante gli errori lasciati dietro di noi, gli amori malandati dentro di noi e il mondo difficile attorno a noi, la vita vale la pena di venire vissuta: e l’inno di Fiorella Mannoia, “Che sia benedetta” – a ragione o a torto vincitrice annunciata di questa edizione – sintetizza mirabilmente un approccio che è l’unico possibile (ha colpito perfino il cardinal Ravasi): «per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta. Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta. E se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona, che sia fatta adesso la sua volontà».

Un inno alla vita che la stessa Mannoia definisce «laicamente spirituale. Quando si parla del senso della vita – spiega ad Avvenire – è inevitabile riferirsi alla spiritualità, sia per i credenti sia per i non credenti. Quando ti interroghi sulla forza, sull’essenza della vita, quando guardi la natura e vedi quanto è perfetta… Siamo noi a sporcarla con le nostre miserie umane, con la sete di potere e di denaro. Quando cominci a volare alto su questi concetti è normale alzare lo sguardo al cielo».

Tratto dalla Guida alla settimana. Iscriviti qui.

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Pubblicato il 11 febbraio, 2017 su editoriali, media&fede. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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