Archivio mensile:gennaio 2018

Spot lituani

La Lituania multa una casa di moda che, per pubblicizzare i suoi prodotti, aveva giocato su temi sacri, e la Corte europea dei diritti dell’uomo multa la Lituania. È questa la conclusione di una vicenda iniziata nel 2012, quando una linea di abbigliamento era stata lanciata con slogan e immagini che potevano urtare la sensibilità dei credenti (i riferimenti erano a Gesù e Maria). Multata per “offesa alla pubblica morale”, l’azienda si è rivolta a Strasburgo, che – sei anni dopo – le ha dato ragione: secondo la Corte si tratterebbe di libertà di espressione, perché scritte e immagini “non appaiono gratuitamente offensive o profane”.

Una sentenza che riporta a un tema sempre attuale: è possibile trovare un equilibrio tra libertà e rispetto in un mondo dai parametri etici sempre più labili? Una soluzione, scrive Umberto Folena, c’è, «ma è racchiusa in una parola tanto urgente quanto ignorata: educazione. Al buon senso e al rispetto ci si educa. Allora il limite risalta evidente». Forse però il commento più acuto e lapidario è contenuto in una vignetta di Graz, su Avvenire.

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A parti invertite

Immaginate che cosa succederebbe se la costituzione di un Paese europeo o nordamericano riservasse il diritto di cittadinanza esclusivamente alle persone di pelle chiara. Be’, che ci crediate o no, una costituzione simile esiste davvero: in Africa, però. La costituzione della Liberia, all’articolo 27 comma b, prevede che «per preservare, valorizzare e mantenere la cultura liberiana, i valori e il carattere locali, solo persone di colore [nel testo originale “negroes”, ndr] o discendenti di persone di colore hanno diritto, per nascita o naturalizzazione, a essere cittadini della Liberia». L’attuale carta costituzionale liberiana è in vigore dal 1986 (l’Onu probabilmente si sarà distratta, in fondo sono passati solo 31 anni), e ora il neopresidente George Weah – sì, l’ex fuoriclasse del Milan – punta ad abolire quella disposizione. Curiosamente ancora oggi il quotidiano progressista The Guardian non osa definire l’articolo in questione come razzista, preferendo usare il termine tra virgolette e descrivere l’episodio come “un capriccio della storia”.

Per rimanere umani

Nei giorni scorsi dalla Cina è giunta la notizia – finita sulle prime pagine di tutti i giornali – di un esperimento di clonazione sulle scimmie. Si tratta di progresso? Secondo Antonio Scurati, no: «adesso i manipolatori – riflette lo scrittore – hanno un bel dire che lo hanno fatto per ragioni etiche. Sostengono, infatti, che la nuova frontiera, spostata in avanti dal loro esperimento, ridurrà la sofferenza delle cavie da laboratorio negli esperimenti a venire. Ma mentono». L’unica soluzione, lungi dall’istituzione di improbabili divieti, è «lottare. Tenere alta la guardia di un umanesimo sempre sul punto di soccombere alle potenze disumane insite nel progresso tecnologico e scientifico». Umanesimo che non è “opposizione al progresso”: «umanesimo significa – spiega Scurati – mantenere viva ogni giorno la lotta incessante per far prevalere il lato benigno della incessante trasformazione tecnologica che l’uomo applica a se stesso. La lotta per restare umani, nonostante tutto».

Peraltro la questione, secondo GianPaolo Dotto, va decisamente ridimensionata rispetto alle ipotesi fantascientifiche di alcuni commentatori: «Per quel che riguarda la clonazione umana – scrive Dotto -, se con questa si intende la possibilità naturale di generare due individui geneticamente identici, bisogna notare che questi ultimi esistono già in gran numero nella popolazione umana: sono i gemelli identici omozigoti, nati dalla divisione di un unico uovo fecondato. Anche se infatti il patrimonio genetico di questi individui è identico, essi sono persone diverse, ciascuna con la propria volontà e dignità, e non dei mostri o dei robot che si equivalgono, e che sentono e si comportano in modo identico». Allo stesso modo, quindi, se un giorno «si arrivasse alla clonazione di un individuo con informazione genetica identica a quella di un altro, i due non sarebbero mai la stessa persona».

Gerarchia o anarchia

Più la rete avanza, e più comprendiamo il senso della gerarchia, riflette Niall Ferguson: «ora che diventa chiaro che un mondo in rete può essere un mondo anarchico, iniziamo a vedere, come hanno visto le generazioni precedenti, i benefici della gerarchia», spiega. E, aggiunge, «c’è una ragione per cui gli eserciti hanno dei comandanti. C’è un motivo per cui le orchestre hanno dei direttori. C’è una ragione per cui, nelle grandi università, i docenti non vengono ululati dai guerrieri della giustizia sociale. E c’è una ragione per cui l’ultimo grande esperimento di organizzazione in rete – quello iniziato con la Riforma – finì, alla fine, con la restaurazione della gerarchia». Meglio la gerarchia dell’anarchia, insomma.

Letterine desolanti

La sezione Unicef di Monza e Brianza ha voluto sensibilizzare i bambini invitandoli a depositare in una apposita cassetta, in piazza, le loro lettere per Babbo Natale. La speranza era di premiare le più significative, ma alla fine non se n’è fatto nulla: tutte le lettere ricevute – ben novanta – erano “semplici, aridi elenchi di giocattoli da ricevere”. Nemmeno un pensiero rivolto a genitori e nonni, nessun proposito per l’anno nuovo: solo richieste (alcune lettere, penosamente, «portavano incollati i modelli dei giocattoli ritagliati dai depliant»).

Se, di primo acchito, la vicenda porta a interrogarsi sui valori dei più piccoli, a mente fredda non si può non tenere conto che a qualcuno quei bambini devono pur essersi ispirati. E se il modello è il genitore che blocca un’intera via per lasciare il figlio davanti al cancello della scuola, che non si stacca mai dal cellulare, che misura tutto in termini di dare/avere (soprattutto avere), non ci possiamo stupire: i frutti non possono cadere lontani dall’albero.

Alla fine arriva Franklin

Cinquant’anni fa, segnala il Corriere, tra i personaggi dei Peanuts faceva il suo ingresso Franklin, un bambino di colore. Si era da poco consumato l’attentato a Martin Luther King, e Schulz si lascio convincere – dopo un primo momento di perplessità – dalla lettera di un’insegnante californiana. La donna, nel suggerire di integrare nelle strisce alcuni “negro children”, fece leva su un tema che mezzo secolo dopo risulta ancora attuale: «sto riflettendo – scriveva al fumettista – sull’enorme importanza dei mass media nella formazione degli atteggiamenti inconsci dei bambini».

Contegni perduti

Un problema piuttosto sentito, di questi tempi, riguarda l’approccio pubblico: che cosa spinge le persone, oggi, a non poter fare a meno di dire la propriaSe l’è chiesto Alessandro Piperno sul Sole 24 Ore, concludendo che «negli ultimi tempi il desiderio di espressione si è fatto smania, prendendo il sopravvento su qualsiasi forma di discrezione, ironia, sprezzatura. Tutti ritengono ciò che pensano talmente interessante da non vedere l’ora di sbattertelo in faccia senza ritegni e continenza». Forse il motivo è che ormai tutti «credono in se stessi, nelle loro idee in modo tale che vogliono a tutti i costi dichiararle al mondo intero, senza filtri, senza incertezze, con una foga fondamentalista. Un tempo erano persone qualsiasi, oggi sono predicatori. Sono quelli che sanno tutto di tutto». Insomma, «sanno come va il mondo e vogliono spiegartelo». Individui di questo tipo ci sono sempre stati, spiega ancora l’autore, ma oggi «il dato sconcertante semmai è che non c’è spazio per tutti gli altri. Per i dubbiosi, per gli ironici». E non esiste un antidoto: «all’epoca del buonsenso è seguita quella della malafede. L’età della leggerezza è stata soppiantata da quella del risentimento. Non resta che sedersi sul greto del fiume e aspettare che cambi la corrente, sperando che un’onda anomala non ti trascini via con sé». Nel frattempo, scrive Piperno, «mi aspetto che la gente (almeno quella che ho intorno) dismetta per un po’ la propria facondia, a vantaggio di un contegno dimesso e taciturno. Vorrei più domande, meno affermazioni. Più sorrisi sardonici, meno bava alla bocca».

Bon ton istituzionale

Di questi tempi non si possono dare per scontati nemmeno gli aspetti più banali della convivenza civile. E così, mentre a teatro nasce una scheda per spiegare che non si mangia, beve, fuma, dorme, risponde al telefono mentre l’orchestra sta suonando, in Friuli Venezia Giulia la presidente della Regione, Debora Serracchiani, è incorsa nelle ire dei sindaci locali perché si è permessa di raccomandare loro di lavarsi, di evitare sandali e minigonne (per le donne) o gessati da Padrino (per gli uomini), di non parlare con la bocca piena. Segno dei tempi.

Fisico e spirito

Avete mai pensato alle similitudini tra pratica religiosa ed esercizio fisicoZan Romanoff su The Atlantic, partendo dal presupposto che «andare in palestra è un po’ come andare in chiesa: le persone si riuniscono per svolgere un rituale», propone un parallelo tra le due pratiche, rilevando tra l’altro che «l’esercizio fisico può diventare un modo piuttosto diretto per raggiungere qualcosa che somiglia a uno stato di estasi religiosa» e, scomodando perfino la lettera agli Ebrei, si chiede se il benessere fisico possa essere «una porta d’accesso a uno stato molto più alto e duraturo di felicità e pienezza, proprio come fa la pratica religiosa».

I più amati dagli americani

Come ogni anno la Gallup ha diffuso il sondaggio sui personaggi pubblici più ammirati dagli americani. L’edizione 2017 – la 71ma dal 1946 – ha visto prevalere Barack Obama, tallonato da Donald Trump; a distanza si piazza papa Francesco e, subito dopo di lui, due evangelici: l’immancabile Billy Graham (alla sua 61ma apparizione, per giunta in salita di una posizione) e il senatore John McCain. Tra le donne vince Hillary Clinton (evidentemente non sta antipatica come si dice), seguita da Michelle Obama; al quinto posto c’è Angela Merkel, al sesto la Regina Elisabetta.