Archivio mensile:dicembre 2018

Duecento anni di Stille Nacht

Alla vigilia di Natale ricorrono i duecento anni dalla prima esecuzione di Stille Nacht, uno dei brani natalizi più tradotti ed eseguiti al mondo: partito da Salisburgo nel 1818, arriva negli Usa come Silent Night nel 1859 e, più tardi, anche in Italia (nel 1937, con un titolo e un testo purtroppo completamente stravolti rispetto all’originale).

Difficile non ricordare che proprio quella melodia, ormai transnazionale, nel dicembre del 1914, durante la Prima Guerra Mondiale, diede il via sul fronte belga di Ypres-Saint-Yvon alla ormai celebre Tregua di Natale: intonando quel brano i soldati sospesero spontaneamente le ostilità e uscirono dalle rispettive trincee in un afflato di fratellanza che li portò a cantare, scherzare, condividere il cibo prima che l’orrore li costringesse, poche ore dopo, a schierarsi nuovamente su fronti contrapposti.


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Equivoci temporali

simboli del Natale – o presunti tali – vengono contestati ormai da anni da chi, con eccesso di realismo, teme possano offendere i nuovi venuti (per inciso, non si tratta di una questione di fede, ma culturale: altrimenti questi paladini della correttezza religiosa si sarebbero attivati anche in passato, per tutelare la sensibilità delle minoranze autoctone).

L’allestimento del presepe, però, quest’anno ha suscitato scetticismo anche all’interno della chiesa cattolica, se è vero che un prete padovano, Luca Favarin (grazie a Marco D. per la dritta), lo ha definito “ipocrita”. Le sue ragioni sono di carattere politico: «Il nuovo decreto sicurezza – ha spiegato a Repubblica – costringe le persone a dormire per strada, quindi l’Italia si è schierata per la non-accoglienza. Poi però, a casa, tutti bravi a esibire le statuette accanto alla tavola imbandita, al caldo del termosifone acceso». Le contraddizioni sollevate da Favarin si basano sul fatto che «il presepe è l’immagine di un profugo che cerca riparo e lo trova in una stalla».
Ferma restando la condivisibilità delle conclusioni (non si può essere cristiani solo tra i muri di casa), è interessante l’equivoco temporale presente nell’esempio di Favarin: se è vero che, con la fuga in Egitto, da bambino Gesù ha vissuto un’esperienza da rifugiato (per usare un termine attuale), è altrettanto vero che il presepe rappresenta un momento precedente. Gesù, ebreo, nacque nella terra dei suoi padri, ancorché in viaggio; confondere la sequenza cronologica pur di giustificare una tesi rischia di aprire la porta ad altre, più pericolose, strumentalizzazioni.


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