Frutti avvelenati

Una giornata di follia, ai limiti del colpo di stato. Più di qualcuno, accendendo ignaro la televisione mercoledì sera, potrebbe aver pensato di rivivere la penultima stagione di House of cards: nella giornata in cui Camera e Senato degli Stati Uniti, in seduta congiunta, erano impegnati a ratificare il voto dei grandi elettori, e quindi il risultato che dal 20 gennaio porterà Joe Biden alla Casa Bianca, una folla di sostenitori di Trump si è raccolta davanti al Campidoglio, sede del parlamento, per protestare contro quella che lo stesso presidente uscente ha sempre descritto come una frode, una vittoria macchiata da brogli (ma su cui non sono mai state presentate prove certe).

Dopo alcune ore un gruppo di facinorosi ha abbandonato la piazza per assaltare il Congresso e interrompere le procedure di omologazione; i lavori delle camere sono stati sospesi in attesa della Guardia nazionale (sarebbero ripresi nella notte, fino alla proclamazione), mentre un numero clamorosamente basso di agenti, a volte perfino disarmati, si è trovato a fronteggiare le intemperanze (atti vandalici, slogan bellicosi e una certa dose di folklore) dei manifestanti. Scene da Paesi sudamericani, o – per dirla con l’ex presidente George Bush – da repubblica delle banane, impressione confermata dalla decisione del sindaco di Washington di istituire il coprifuoco fino al mattino successivo. La sortita dei facinorosi ha causato cinque vittime, dimostrando quanto possa essere labile il confine tra una provocazione politica e un vero dramma.

«Le parole di un presidente contano. Possono ispirare o possono incitare», ha ammonito Joe Biden; ed è impossibile non notare che, durante gli avvenimenti, Trump non ha espresso parole convincenti per scoraggiare l’iniziativa (“Questo è ciò che accade quando una vittoria elettorale viene strappata ai patrioti”, ha arringato inizialmente i suoi seguaci, per aggiungere, ore dopo, “l’elezione ci è stata rubata, ma adesso dovete andare a casa”), segnando probabilmente un punto di svolta per la sua credibilità politica: del resto è oggettivamente grave che un presidente dia anche solo l’impressione di blandire chi, in difesa della democrazia, minaccia un parlamento regolarmente eletto. Nella notte Trump ha abbassato i toni, garantendo che il passaggio di poteri si svolgerà senza scossoni.

Qualcuno, per giustificare la vicenda, chiama ora in causa la rabbia e la frustrazione di quanti si sono sentiti defraudati dai risultati elettorali. Tuttavia, più di coloro che hanno sinceramente creduto in Trump, dovrebbe preoccupare la strategia della tensione messa in atto dalla galassia di complottisti, guerrafondai, suprematisti che sotto la presidenza Trump ha trovato il momento e l’occasione propizi per insinuare, sobillare, fomentare, giorno dopo giorno, episodio dopo episodio, scrivendo sul campo – e, ribadiamolo, senza uno straccio di prova – un romanzo distopico fatto di sottili congiure, terribili segreti, retroscena indicibili. Accettati – e, a volte, accarezzati – di buon grado dal presidente in carica. La strategia di questi gruppi ha compattato a favore del presidente un consenso diverso, spostando il focus dai valori conservatori – tradizionale patrimonio del partito repubblicano – a dietrologie populiste che sfiorano il paranoico. Un frutto avvelenato che il presidente uscente ha accettato o, almeno, tollerato di buon grado per consolidare il suo consenso, e di cui oggi lui stesso, i suoi sostenitori (i 74 milioni di elettori che gli hanno dato fiducia) e l’America pagano le conseguenze.


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Pubblicato il 11 gennaio, 2021 su editoriali, guida alla settimana. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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