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Flessione vegana

Per la prima volta nell’ultimo quinquennio, nel corso del 2017 i vegani sono diminuiti: «secondo l’Eurispes – riferisce La Stampa – coloro che consumano soltanto alimenti di origine vegetale», rinunciando anche ai derivati, oggi «rappresentano meno di un italiano su cento: un terzo rispetto alla quota registrata nel 2016. In leggero aumento è invece la quota di vegetariani: di poco superiore al sei per cento».

Non si sa se la vera notizia sia la flessione degli integralisti alimentari oppure il fatto che da anni vengano trattati dai media (e dal mercato) come una categoria di particolare rilevanza quando, anche nei momenti di maggiore peso, non sono mai stati più di tre su cento.

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La felicità di domani

Il sociologo Amitai Etzioni spiega sulla Stampa che siamo alle soglie di un cambio di paradigma per quanto riguarda l’approccio alla felicità. Per diverse generazioni il lavoro ha rappresentato una parte importante nella soddisfazione personale, e il guadagno ha preso il posto di altri valori, portandoci sulla china del consumismo. Eppure, una volta soddisfatti i bisogni di base, ci basterebbe molto meno di ciò che abbiamo e che tendiamo ad accumulare nell’illusione che possa contribuire a darci affetto, stima, autorealizzazione. In un futuro sempre più prossimo l’automatizzazione permetterà agli esseri umani di cercare il proprio appagamento lontano dal lavoro (e dalla ricchezza), quindi potremo – forse dovremo – trovare una formula di felicità diversa dal consumismo; facendo di necessità virtù ci potremo concentrare su altri aspetti della vita, in particolare sulle relazioni sociali, dalla famiglia alle amicizie, dal volontariato alla fede. Sì, anche la fede: «numerose prove – sottolinea Etzioni – indicano che le persone che si considerano religiose, esprimono una fede in Dio o frequentano regolarmente i servizi religiosi sono più soddisfatte di quelle che non lo fanno. Secondo uno studio, dirsi d’accordo con la frase “Dio è importante nella mia vita” vale 3,5 punti in più su una scala di felicità di 100 punti», e altri studi effettuati negli Usa dimostrano che gli individui «con una profonda fede religiosa sono più sani, vivono più a lungo e hanno tassi più bassi di divorzio, crimine e suicidio».

Malinconico Sanremo

Sanremo2018.jpgSi è conclusa con la vittoria di Ermal Meta e Fabrizio Moro la 68ma edizione del Festival di Sanremo. La gestione Baglioni, come promesso, ha riportato in primo piano la musica; i brani risultano meno immediati rispetto alle proposte delle ultime edizioni, ma a un ascolto più attento rivelano sfumature interessanti e testi non scontati: si parla di impegno (basti pensare a “Il coraggio di ogni giorno” di Enzo Avitabile e Peppe Servillo, o a “Non mi avete fatto niente” di Ermal Meta e Fabrizio Moro), si riflette sulla vita e sui rapporti (come nell’intensa “Passame er sale” di Luca Barbarossa), ci si confronta tra amici (con “Il segreto del tempo” di Roby Facchinetti e Riccardo Fogli) ma non manca spazio per la poesia (con la delicata “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno” cantata da Max Gazzè e “Almeno pensami” interpretata da Ron) e per qualche alleggerimento (la scanzonata “Una vita in vacanza” de Lo Stato sociale).

Tra i giovani merita ricordare in particolare l’amaro racconto di MirkoeilCane con “Stiamo tutti bene”, che racconta in soggettiva il viaggio della speranza di un bambino africano attraverso il Mediterraneo, e l’ironia di Michel Mudimbi, che sulle note de “Il mago” si confronta con una quotidianità sempre più surreale.

Il cardinale Gianfranco Ravasi legge nei testi una sfumatura intimista: «la cosa curiosa – ha spiegato – è che quest’anno c’è poca attenzione alla dimensione esteriore, sociale e generale. C’è soprattutto un’attenzione all’intimità e alla sostanziale insoddisfazione che fiorisce all’interno delle coscienze».

Probabilmente è proprio questo il leit motiv dell’edizione 2018, che ricorderemo per l’approccio maturo, malinconico e disincantato dei suoi brani.

(Ermal Meta e Fabrizio Moro nella foto tratta dal sito ufficiale)

Vecchioni e Salomone

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Roberto Vecchioni, ospite a Sanremo 2018, racconta la storia del re Salomone, dei suoi due amici e dell’appuntamento con l’angelo della morte – episodio che ha ispirato la sua celebre “Samarcanda” – e chiosa: «È nella Bibbia, eh!», accolto dall’immancabile, ammirato applauso.

Il racconto in questione, per quanto suggestivo, nella Bibbia non c’è, nemmeno negli apocrifi; pare che sia ispirato a una parabola contenuta nel Talmud babilonese.

Il principe e i perseguitati

Il principe Carlo è tornato a occuparsi di cristiani perseguitati, riportando l’attenzione sulla condizione dei credenti in Medioriente. «Provoca un dolore indicibile vedere quanto dolore e sofferenza devono sopportare i cristiani oggi, semplicemente a causa della loro fede», aggiungendo che «come cristiani ricordiamo naturalmente che il nostro Signore ci ha chiamato ad amare i nostri nemici e a pregare per coloro che ci perseguitano, ma per quanti si trovano di fronte a un tale odio e a una simile oppressione posso solo immaginare quanto debba essere incredibilmente difficile seguire l’esempio di Cristo».

Natale 2017

“L’aurora dall’alto ci visiterà”: così venne annunciata la nascita di Gesù. Che il ricordo più vero di quella nascita possa rallegrare anche oggi la vita di chi ha incontrato e di chi cerca quella luce.

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Scherza con i pacchi

In Germania un noto settimanale fa satira perfino sul Natale, accostando la mania degli acquisti online alla nascita di Gesù: in una vignetta Giuseppe, di fronte alla consegna, dice a Maria: “Io non l’ho ordinato”, e Maria risponde: “Possiamo cambiarlo?”.

Magari farà ridere i tedeschi; di certo, ha notato qualcuno, è meno rischioso delle battute su altre religioni.

Genitori airbag

I genitori di oggi, scrive Antonella Baccaro sul Corriere, ritengono che per i figli sia «sempre troppo presto per soffrire. Il loro compito sembra quello di allontanare dai figli l’amaro calice, quale che sia. Quindi, per prima cosa, intercettano strazio, lo fanno proprio, si interrogano su come fare per circoscriverlo e talvolta, pur di riuscirci, passano all’azione attraverso qualche diversivo. Una cintura di protezione cui i figli si adattano senza protestare, pensando di fare meno fatica. E hanno ragione. La fatica arriverà dopo, quando si accorgeranno di non aver sviluppato l’enzima che serve a sciogliere il dolore e trasformarlo in energia».

Strati di bugie

Sul pericolo delle fake-news riflette la Stampa con un interessante articolo in cui Massimiliano Panarari spiega che «la fake news è come un “salsicciotto”, o un derivato cartolarizzato, dentro cui si trovano variamente assortiti molteplici strati di bugie plausibili, falsità non immediatamente percepibili e qualche elemento oggettivo, il tutto spesso innaffiato di abbondanti dosi di sensazionalismo ed emotività». A quel punto, in un’epoca di comunicazione orizzontale, «ogni  utente-prosumer può convertirsi in un volonteroso – talvolta, inconsapevole o ignaro –  ambasciatore delle menzogne a geometrie variabili apparecchiate dai persuasori occulti».

La tentazione che divide

“Dio non induce in tentazione”: sono bastate queste parole di papa Francesco per sollevare una polemica raccolta da tutti i quotidiani nazionali. Quella usata tradizionalmente nel mondo cattolico, ha rimarcato Bergoglio, “non è una buona traduzione”. In realtà, ricorda Andrea Tornielli sulla Stampa, «nell’ultima traduzione della Bibbia curata dalla Cei nove anni fa il testo è cambiato, anche se la formula della più conosciuta e diffusa preghiera cristiana recitata nelle chiese, per il momento, è rimasta quella di sempre». Tra l’altro, rileva il Corriere, lo stesso Bergoglio nel suo primo intervento pubblico – subito dopo l’elezione al soglio pontificio – recitò la versione che oggi considera inadeguata.

A opporsi all’innovazione linguistica è Camillo Langone sul Giornale: «peccato – polemizza – che la traduzione “non buona” sia addirittura di San Girolamo, padre e dottore della Chiesa», e all’obiezione sul fatto che «non è mai Dio a indurci in tentazione ma Satana», segnala che questa posizione stride «con numerosi episodi biblici»: dalla storia di Giobbe, «sottoposto a ogni genere di prove proprio per verificare se cederà alla tentazione di maledire Dio» ad Abramo, «esplicitamente messo alla prova», fino all’intero popolo di Israele.

Sia come sia, nessuno dei principali media ha pensato di approfondire la questione, altrimenti avrebbe scoperto che da secoli tutte le versioni evangeliche – Diodati, Riveduta, Nuova Riveduta – traducono quel passo con “non esporci alla tentazione”(per i più meticolosi: la nuovissima versione della Riforma, presentata a fine ottobre, si discosta invece dalla classica tradizione evangelica proponendo un inusuale “non metterci alla prova”).