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Gratitudine pasquale

«Gesù è risorto!»: i cristiani lo annunciano, con gioia e riconoscenza, da quasi due millenni.

Che questa giornata non si riduca a un pranzo, un momento conviviale, un’occasione di incontro, ma sia qualcosa di più: che la Pasqua, per ognuno di noi, possa rappresentare anno dopo anno il ricordo, sentito e riconoscente, della Resurrezione che ha cambiato la storia. E le nostre vite.

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Natale 2017

“L’aurora dall’alto ci visiterà”: così venne annunciata la nascita di Gesù. Che il ricordo più vero di quella nascita possa rallegrare anche oggi la vita di chi ha incontrato e di chi cerca quella luce.

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La resurrezione che cambia la storia

«Il Signore è veramente risorto», riconobbero i discepoli.
Che il significato più autentico di quella resurrezione possa guidare ogni giorno le nostre vite.

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L’illusione della semplicità

Sanremo_2017-Gabbani.jpg«Vietato morire, con Che sia benedetta della Mannoia, è la canzone perfetta come certe vite vissute fino in fondo, con la passione e la fantasia degli artisti che rischiano e che hanno ancora tanto da dire», sintetizzava domenica scorsa Massimiliano Castellani su Avvenire. Eppure nessuna delle due ha trionfato. Le cinque giornate di Sanremo si sono concluse con un colpo di scena, la vittoria di Gabbani con un brano orecchiabile e ironico che ha fatto arricciare il naso ai più. In realtà “Occidentali’s karma” è meno leggero di quanto si potrebbe credere: i versi sono tessere di un mosaico mirato a descrivere le contraddizioni dell’uomo tecnologico, che – parafrasando la licenza darwiniana – nella sostanza non è cambiato poi molto nel corso dei millenni. Per dirla con l’autore: «tento di capire la morale, la cultura dell’uomo occidentale e dove porta quello che sta seminando l’occidente». Leggi il resto di questa voce

Benedetto Sanremo

Sanremo2017-logo.jpgSi conclude stasera la 67.ma edizione del Festival di Sanremo: finora abbiamo assistito a un festival garbato, condotto da Carlo Conti e Maria De Filippi senza scossoni o scandali particolari. Si è discusso, questo sì, della giornalista Diletta Leotta che ha parlato di privacy violata con un abito forse poco appropriato rispetto al messaggio. Polemiche maschiliste, si è detto; forse però, al netto dei soliti luoghi comuni sui fronti opposti (a chi, come Caterina Balivo, si è chiesta in un tweet se sia efficace parlare di violazione della privacy allargando lo spacco della gonna, in molti hanno giustamente obiettato che non si possono mettere sullo stesso piano una foto rubata e un vestito scelto liberamente), la questione non riguarda la buoncostume ma solo il buonsenso: «se una giornalista – rilevano due colleghe, donne, sul Corriere – andasse a moderare un convegno con addosso un elmo da vichingo si dovrebbe stupire se il pubblico più che ascoltarla fosse concentrato sulle corna che ha in testa?». Leggi il resto di questa voce

Il Giorno del ricordo

Nelle famiglie istriane, fiumane e dalmate l’addio alla propria terra natale è sempre stato un convitato di pietra: presenza silenziosa nei ricordi, nei discorsi, nei sospiri. L’esodo dalle terre orientali fa parte di mille storie familiari, tutte diverse e tutte uguali. Per questo anche chi – per questioni anagrafiche – non l’ha vissuto in prima persona, ne ha assorbito l’essenza e non può non comprendere la portata del dramma, tanto più adesso che i testimoni diretti ci stanno abbandonando.

Oggi, 10 febbraio, è il Giorno del ricordo. Un ricordo doveroso. Doveroso verso una storia celata con imbarazzo per troppi anni. Ma, soprattutto, doveroso verso tutti coloro che con dignità ebbero il coraggio di lasciare tutto – Dio solo sa con quanta sofferenza – e di ricominciare da profughi in Patria, di incamminarsi verso un futuro incerto sotto lo stigma di una propaganda ostile, di rimboccarsi le maniche e reinventarsi per garantire nonostante tutto un futuro ai propri figli.

Silenziosamente, con i loro valori e il loro coraggio, ci hanno dato un esempio di vita. Oggi il mio ricordo, e il mio ringraziamento, va a tutti loro.

La luce che illumina le genti

Domani è Natale. Una festa curiosa: la celebrazione cristiana ha soppiantato una solennità pagana, si è poi stemperata in un momento laico dedicato alla famiglia e ai buoni sentimenti, e rischia ora di soccombere di fronte alla religione imperante, il consumismo.

La ricorrenza potrebbe essere una splendida occasione per riordinare le idee e ricordare al mondo che «oggi, nella Città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore», ma l’occasione viene scartata da molti cristiani biblici per paura di sembrare pagani (sì, qualcuno teme ancora che guardare un abete decorato ci trasformi in druidi e sbirciare un banale presepe ci classifichi come idolatri), salvo poi festeggiare ufficiosamente e senza troppi imbarazzi in famiglia (purché, beninteso, nel corso della giornata non venga mai nominata la parola con “N”).

L’incoerenza dei cristiani biblici è surclassata dall’ipocrisia dei cristiani nominali: il Natale è ormai una festa che ha perso di vista il festeggiato ma non i regali, ha smarrito il messaggio di speranza in favore di un sordo cinismo, ha abbandonato il senso di solidarietà per dirigersi non verso la famiglia, ma verso un familismo sempre più egoista.

Insomma: sia come sia, ci sarebbe poco da festeggiare. Se non fosse che Natale è, e resta, una festa vera. Convenzionale quanto si vuole (anche il compleanno lo è, del resto), ma testimonianza di un fatto reale: la storia di una nascita che ha cambiato la Storia. Una nascita complicata dalle circostanze e minacciata da un re crudele, e allo stesso tempo onorata dai pastori e venerata dai Magi d’Oriente. Una nascita che ha permesso l’ingresso nella storia umana di Colui che avrebbe annunciato un messaggio di vita e dimostrato il suo amore per l’essere umano fino a morire per lui. E che ancora oggi gli tende la mano, in attesa di incontrare la sua.

«I miei occhi hanno visto la tua salvezza, che hai preparata davanti a tutti i popoli, luce che illumina le genti», esclamò il vecchio Simeone di fronte a Gesù neonato. Questo dovrebbe essere, il Natale; il resto sono chiacchiere. E allora, per quanto ci riguarda, viviamolo – serenamente e consapevolmente – per quel che è, lontani da logore polemiche e scintillanti distrazioni. Consapevoli della buona notizia che quella nascita ha portato in un mondo – allora come oggi – povero, cieco, disorientato. Una buona notizia che – allora come oggi – dà un senso all’esistenza e cambia la vita.

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Tra sogni e sacrifici

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È ricominciata la scuola per 7.816.408 studenti. «Sarà un anno di sfide importanti e grandi responsabilità», annuncia il ministro Giannini nel messaggio a studenti e docenti, sfide mirate a «fare della scuola il vero motore del cambiamento».

Forse, più che pensare al cambiamento, sarebbe utile riportare a scuola i principi ormai dimenticati sull’onda di pedagogie senza costrutto: valori come il rispetto per i compagni (e, se non suona troppo retrò, per i professori), l’educazione, l’impegno, la costanza. Tenere presente che le tecnologie sono uno strumento, mentre gli ideali sono il fine.

E la scuola non è solo socializzazione, inclusione, opportunità ma anche spirito di sacrificio. Se vogliamo studenti preparati – al lavoro e alla vita – e capaci di dare un futuro a questa società, presentare la scuola con i toni patinati di una meta turistica, quasi fosse un sogno lungo nove mesi dove l’importante è partecipare, non è decisamente la soluzione migliore.

Un uomo saggio come Qoelet, già tremila anni fa, ricordava che lo studio “è una fatica per il corpo” e, anche se non è garanzia di successo, “la saggezza vale più della forza” (ma anche “più delle grida”, aggiungeva profetico, quando l’era dei talk show era di là da venire).

Insomma: oggi come allora, in ogni campo, la scelta è tra sogni e solide realtà.

Un uomo perbene

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Trent’anni fa, il 15 settembre 1986, Enzo Tortora venne assolto con formula piena dalle infamanti accuse che lo avevano perseguitato per oltre tre anni, accuse infondate ma sufficienti, per i giudici, a portarlo alla sbarra. Per tre anni Tortora, da cittadino innocente, dovette subire il trauma del carcere e l’onta della gogna mediatica. Fino a quando, il 15 settembre di trent’anni fa, da uomo perbene (formula scelta, non a caso, come titolo di un film sulla sua inquietante vicenda) uscì a testa alta dall’incubo di un processo surreale.
La vicenda lasciò il segno sulle sue condizioni di salute (sarebbe morto di tumore due anni più tardi) ma anche nel ricordo di un dramma che era riuscito a superare, diceva, anche grazie a tanta «cara buona gente che mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e questo non lo dimenticherò mai».

Vale la pena di ricordarlo, come fa Avvenire, per ricordare tutti coloro che, nel loro piccolo o su larga scala, subiscono ingiustamente vessazioni, ingiurie, torti a causa della superficialità, della malvagità, dell’ingiustizia. Ricordando, con Fra Cristoforo di fronte a Don Rodrigo, che “verrà il giorno”. E non vorremmo, quel giorno, essere nei panni di chi dovrà rendere conto della propria miseria morale.

La battaglia della fertilità

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È battaglia sul Fertility day, iniziativa voluta dal ministro Lorenzin e contestata da più parti quando la notizia ha (con calma, va detto) raggiunto l’attenzione dei commentatori da social.

Incoraggiare alla procreazione? Se il ministro continua a difendere la sua scelta, i detrattori più radicali contestano che lo Stato non debba intromettersi nella sfera privata delle persone, mentre i critici più concilianti ritengono che, se si ritiene necessario sostenere la procreazione, vada fatto in termini meno semplicistici. Leggi il resto di questa voce