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Anche questa è vita

Anche il XXI secolo riesce talvolta a tirar fuori storie da libro Cuore. Come quella del ragazzo di Rovereto, un diciassettenne che ha deciso di abbandonare la scuola per sostenere la famiglia dopo che il padre aveva perso il lavoro.

«La mamma ha ancora un impiego – spiega la preside dell’istituto che frequentava – e avrebbero fatto sacrifici, pur di vederlo studiare, però il ragazzo si è sentito un po’ l’uomo di famiglia, con la responsabilità di contribuire al bilancio. Un vero peccato perché era bravo, con la media del 7».

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I limiti della libertà

A Milano la Corte d’Appello ha sancito che «Non soltanto il matrimonio tra marito e moglie, ma anche il rapporto di convivenza, se intenso e protratto nel tempo, possono fare scaturire lo stesso “dovere di cura”, gli stessi “reciproci obblighi di assistenza morale e materiale” che la legge pone a carico dei soli coniugi e presidia con pene da 1 a 8 anni in caso di “abbandono di persona incapace”».

Tutto nasce da una triste vicenda che, nel 2002, vide morire una cinquantaseienne a causa dell’assenza di cure da parte del compagno; la sentenza odierna capovolge quanto stabilito nel primo grado di giudizio, dove si sanciva che «la legge limitava ai soli coniugi l’obbligo all’assistenza morale e materiale», e se «le due persone non erano marito e moglie ma conviventi… all’uomo non poteva essere applicata… la norma penale che punisce l’abbandono».
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La Luce guida dei Sentieri

Chiude “Sentieri”, la telenovela più longeva nella storia della tv: così longeva che è nata, 72 anni fa, in versione radiofonica (correva l’anno 1937) e solo nel 1952 si è trasferita in video.

Dopo 16 mila puntate, innumerevoli personaggi, storie, parole, il prossimo 18 settembre “Sentieri” scrive definitivamente la parola fine alle vicende ambientate nella cittadina di Springfield (no, non quella dei Simpson); gli appassionati italiani, però, hanno un vantaggio: la distanza dalla stella che si spegne garantirà altri quattro anni di intrattenimento, prima che cali l’ultimo sipario anche nella versione italiana.

Perché ne parliamo? Perché leggendo qualche articolo commemorativo si scopre che Sentieri, nella sua versione originale, si intitola “Guiding light”, luce guida (e non, come qualcuno segnala su wikipedia, “spirito guida”). Un nome quantomeno sospetto, specie nel contesto statunitense.

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In mezzo al dramma

«Mai come in questo momento ho sentito che il Signore esiste»: sono le parole di una donna estratta viva dalle macerie all’Aquila dopo ore di angoscia.

«Sono stata salvata dai miei vicini, di cui prima di ieri non conoscevo nemmeno il nome»: la testimonianza di una donna che, a sua volta, si è salvata grazie all’intervento di quegli illustri conosciuti che vivono a pochi metri da noi, ma cui riserviamo a malapena un saluto all’ingresso, se proprio capita di incrociarli.

Sono due tra le tante esperienze raccontate in questi giorni dagli inviati di giornali, radio, televisioni nazionali spediti nelle zone dove il terremoto ha picchiato con maggiore violenza.

Racconti toccanti e immagini che, senza commento, parlano ancora più forte: gli sguardi attoniti di chi ha perso tutto e non riesce a capacitarsene, i pianti sommessi degli anziani che hanno perso la loro appartenenza, le parole angosciate di chi, coperto da una coperta e relegato in un campo di fortuna, implora “non ci abbandonate“.

Un dramma come un terremoto non si riassorbe in tempi brevi e, di fronte a un simile dolore, sarebbe mera speculazione e mancanza di rispetto banalizzare la vicenda cercandovi per forza un lato positivo.

Eppure, in mezzo al dramma, qualcosa di positivo c’è stato.

Nel dramma improvviso di un pericolo mortale, il bene di una solidarietà che avevamo dimenticato.

Nel dramma angosciante di un futuro quantomai incerto, l’abbraccio concreto di milioni di italiani (e non solo).

Nel dramma disperato di un lutto inspiegabile, la consolazione di una fede quasi dimenticata, che emerge dal profondo, passando attraverso le spaccature di una vita finora troppo granitica e intensa per concedere spazio alla spiritualità.

Non sarà facile, certo, riprendere a vivere dopo tutto questo. Sarà lento e faticoso, talvolta perfino doloroso. Né esiste un percorso più breve per superare il trauma.

Solo quei valori, piccoli barbagli di luce riscoperti in mezzo al dramma, potranno dare la speranza, la serenità, la forza capaci di rendere tutto un po’ più facile a chi saprà farne tesoro.

Regali inaspettati

Mette una certa tristezza leggere su Repubblica che sarà il natale dei regali low cost. I negozi “tutto a un euro” hanno avuto un’impennata di vendite del 20%: non li frequentano più solo ragazzi, pensionati e badanti, ossia persone con un borsellino limitato, ma anche coloro che in passato mai avrebbero pensato di entrarci, e perfino aziende, che cercano qualche prodotto dignitoso ma non dispendioso per i regali a clienti e dipendenti.

Gli articoli sul binomio natale&crisi compaiono in realtà già da un mese sui quotidiani, tanto da far sospettare che sia un nuovo luogo comune del giornalismo, versione aggiornata dei servizi che fino agli anni Novanta andavano in onda a natale ricordando la malinconica festa di quanti erano rimasti senza lavoro proprio alla vigilia delle feste per la chiusura improvvisa di qualche azienda.

Eppure forse la crisi di questo natale 2008 potrebbe essere salutare. Chissà: magari, più che un male, si potrebbe rivelare una cura: la cura a un consumismo esagerato che bene o male ha contagiato tutti, e negli ultimi anni ci ha fatto perdere tempo e serenità alla ricerca del regalo perfetto; la cura a una visione materialista della festa, dove quel che si dà conta più di quel che si è; la cura a una prospettiva distorta, che ci fa vedere il regalo come il massimo che possiamo offrire ai nostri familiari; la cura a un dono che ormai sostituisce la nostra presenza e il nostro impegno verso gli altri.

Chissà che la crisi non ci offra finalmente la possibilità di rivalutare ciò che più conta: il nostro cuore, la nostra presenza, la nostra attenzione nei confronti delle persone care. Perché nessun regalo ha mai potuto né potrà compensare l’abbandono, l’assenza, il disinteresse.

E allora, complice la crisi, approfittiamo di questo natale povero per dare noi stessi a chi amiamo. Sarà un regalo economico per noi, ma utile e apprezzato per chi lo riceverà. Una vera sorpresa.

Modernità fraintese

Anche se mio padre e mia madre mi abbandoneranno, il Signore mi accoglierà. Colpisce come un pugno allo stomaco la citazione dai Salmi incisa su una lapide posta sul muro esterno di un ospedale ottocentesco. Si indovina facilmente che, appena sotto, quella fessura murata e pietosamente nascosta alla vista ospitava, cent’anni fa, una “ruota degli esposti”.

Uno strumento figlio di un’epoca ben diversa dalla nostra, ma che è tornato sotto i riflettori in questi anni. Ultimo in ordine di tempo, anche l’ospedale San Gerardo di Monza ripropone la ruota degli esposti: si tratterà naturalmente di una versione aggiornata, dove una culla termica e dotata di sensori sostituirà il piano di legno grezzo e la campanella che accoglieva i neonati abbandonati nell’Ottocento.

Strano pensare che oggi, nel ventunesimo secolo, ce ne sia bisogno. In una società che si vanta della sua apertura mentale, dove è vietato dare regole, dove non è lecito scandalizzarsi per non passare subito per bacchettoni. Una società dove i matrimoni combinati non esistono più, non esistono barriere di classe, dove non viene negata a nessuno una seconda possibilità; una società post-matrimoniale, sentimentalmente disinibita, senza limiti e confini, dove l’unico limite alla casistica delle unioni è l’immaginazione dei suoi componenti.

Una società dove la parola adulterio ha perso il suo significato di fronte alla coppia “progressista” (secondo il termine usato qualche anno fa da un regista, tradito, che si beffava della fedeltà coniugale), dove i figli naturali, nati fuori dal matrimonio, stanno raggiungendo i figli legittimi (anzi, suona strano che questi ultimi si chiamino ancora così).

Una società dove si può partorire e rifiutare il riconoscimento del neonato, senza nemmeno il fastidio di cercare una motivazione.
Una società dove non ci si crea problemi ad allevare in famiglia i figli avuti insieme, quelli di lei, quelli di lui. Una società dove le relazioni interpersonali si incrociano, si perdono, si ritrovano e si mescolano in un crogiolo sentimental-televisivo a metà tra la vita e il reality show.

Eppure proprio questa nostra società, così libera e realizzata, abbandona i neonati: proprio come quando l’adulterio era un marchio d’infamia e una gravidanza fuori del matrimonio una vergogna.

Come una volta, o peggio: almeno nell’Ottocento si aveva la cura di affidarli alla pubblica pietà, o a un monastero, anziché abbandonarli per la strada in pieno inverno o posarli, con un gesto tra i più orrendi per il suo significato intrinseco, in un cassonetto.

È difficile non rilevare l’assurdità di una società come la nostra, da un lato sempre così sensibile di fronte ai diritti umani, dall’altro capace di inculcare un tale disprezzo della vita.

Una società tecnologica ed emancipata, globalizzata ed ecologica, luminosa e proiettata verso il futuro.

Una società convinta di aver superato i fantasmi del passato, e che invece non ha mai perso il suo cuore di tenebra.