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Allergia alla Bibbia

D’accordo, la Bibbia non è un testo scientifico: non possiamo dare a ogni sua affermazione in campo medico, astronomico, geologico la valenza di un test a doppio cieco, proprio come non possiamo prendere alla lettera, sul piano cronologico, il libro Giudici, e non possiamo dare un peso teologico a una singola affermazione.

Non possiamo farlo, e dobbiamo dirlo a chiare lettere: la Bibbia, d’altronde, è un testo che ha scopi diversi dall’impartire all’uomo una conoscenza enciclopedica, e proprio leggendolo nell’ottica del suo vero significato – la salvezza dell’uomo, non il suo acculturamento – si può fare luce su apparenti stranezze, contraddizioni, profezie oscure.
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Le regole del gioco

In questi ultimi anni la realtà economica internazionale si è rivelata più spregiudicata di quanto i non addetti ai lavori avrebbero mai pensato: conti ritoccati, finanza creativa, titoli tossici hanno riempito le cronache, rovinato famiglie, raccontato un mondo – quello della finanza – a dir poco scandaloso.

Sappiamo che i fenomeni di costume condizionano l’immaginario collettivo: i migliori termometri del clima sociale e culturale sono i programmi televisivi, film, campagne pubblicitarie. Ma anche i giochi da tavolo.

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L’evoluzione della fedeltà

Qualche mese fa La Stampa scriveva di un sito web francese nato con l’esplicito scopo di organizzare tradimenti: le condizioni per iscriversi al servizio, infatti, comprendevano solo “essere sposati e desiderare un’esperienza extraconiugale“.

Il consueto esperto chiamato in causa per giustificare l’ingiustificabile spiega che «il sito conferma la tendenza delle coppie a essere sempre più flessibili. Si va sempre più verso la poligamia».

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Quel gran genio di Calvino

Regalo di compleanno per Calvino: il Vaticano si unisce indirettamente ai festeggiamenti per i suoi cinquecento anni (l’illustre riformatore nacque nel 1509) riabilitandolo. Non solo: da eretico quale era fino a ieri, oggi è diventato una mente straordinaria.

Lo scrive, sull’Osservatore Romano, l’accademico di Francia Alain Besançon, secondo cui «L’organizzazione calvinista è una creazione geniale, capace di adattarsi» a ogni forma di stato e di governo, pregio che manca al contesto cattolico e al luteranesimo.

Proprio a Lutero Besançon dedica parole poco lusinghiere: se Calvino ha creato una struttura la cui “superiorità storica” e la cui “efficacia sono evidenti”, Lutero «era stato incapace di fondare una vera Chiesa». Aveva pensato fosse possibile affidarne “la guida ai prìncipi” per “far nascere una cristianità più pura e più perfetta di quella con la quale rompeva”, ma questa impostazione ha mostrato presto i suoi limiti.

Mica come Calvino, sembra esclamare Besançon, che «non condivide questa illusione e fonda un sistema ecclesiale compenetrato nella società civile ma indipendente, sottoposto al magistrato legittimo, però in grado di tenerlo a distanza e di influenzarlo».

E non solo: il ginevrino «fece profonda pulizia nei templi, tagliò nel folto delle tradizioni dogmatiche» ed «espulse il vasto magma delle devozioni popolari», aspetti che – viene da rilevare – fino a ieri non venivano visti Oltretevere con particolare favore.

Evidentemente il vento è cambiato, e di Calvino si possono evidenziare gli aspetti più brillanti: “aderisce pienamente ai simboli di Nicea e di Costantinopoli”, “professa di credere nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”, “crede nella Trinità, nel peccato originale, nella salvezza attraverso Gesù Cristo”. Perfino onora Maria, oltre a credere nella presenza reale di Cristo nella Cena (pur non ammettendo, ovviamente, la transustanziazione).

E ancora “aderisce ai due principi della giustificazione per fede e della sovranità della Bibbia”, addirittura in anticipo sul Concilio di Trento.

Sì, come rileva Giacomo Galeazzi sulla Stampa, sicuramente si tratta di “una coraggiosa rilettura di Calvino“, che viene interpretata come un’apertura verso il mondo evangelico: o almeno quella parte del mondo protestante che non si sarà offesa per la descrizione di Lutero.

Quali potranno essere le conseguenze di questo nuovo corso non è facile dirlo. Una cosa è certa: a prescindere dallo scopo e dagli sviluppi, certamente non si è trattato di una mossa casuale.

Scienziati infelici

Uno studio scientifico segnalato oggi da Repubblica ci mette di fronte alla triste realtà: «Passa tutto, anche abbastanza in fretta, e dopo qualche tempo, cinque anni al massimo, si torna a essere felici come una volta. Chi più, chi meno».

Insomma: come esseri umani abbiamo una notevole capacità di adattamento, e questo comporta da un lato che il dolore non è permanente, ma dall’altro lato che nemmeno la felicità è costante.

La ricerca, curata da economisti e psicologi, è durata vent’anni e ha coinvolto oltre diecimila tedeschi tra i 16 e gli 80 anni; gli studiosi hanno preso in considerazione sei momenti che, nel bene e nel male, lasciano il segno nella vita di una persona: matrimonio, nascita di un figlio, divorzio, perdita del partner, disoccupazione e licenziamento.

Gli esperti hanno poi valutato, per ogni singola persona, “le oscillazioni del livello di soddisfazione” che negli anni precedevano e seguivano lutti e lieti eventi, misurando l’umore e scoprendo che tutto, nel bene e nel male, si dimentica.

Non solo: nonostante nella capacità di adattarsi molto dipenda dal carattere e dai “marcatori genetici” delle singole persone, è possibile individuare un lasso di tempo capace di curare le ferite e stemperare le gioie: cinque anni. In un lustro, infatti, si torna più o meno come si era prima.

Gli esperti hanno concluso con un consiglio abbastanza deprimente: «Provare la durata della felicità ci deve servire a essere più fatalisti».

La ricerca ci ricorda ancora una volta il libro dell’Ecclesiaste, dove – con metodi meno scientifici – il protagonista aveva già provato a verificare la radice più profonda della felicità umana. La sua conclusione era stata, guarda caso, che tutto è inutile, che nulla cambia veramente la nostra esistenza e che prima o poi tutto torna com’era.

Le somiglianze con la ricerca tedesca sono sorprendenti, ma le conclusioni opposte. Scoprire quanto siano vane le vicende umane ha portato gli scienziati a concludere che la vita non ha senso, che la nostra esistenza è un mesto gioco dell’oca dove periodicamente si viene retrocessi al via.

Salomone, al contrario, nel vedere l’inutilità sostanziale di ogni gesto umano ha rafforzato la propria fede e la certezza che l’unico vero significato per la vita può venire proprio dal rapporto dell’uomo con Dio.

Per gli scienziati questa ricerca è solo una triste conferma: l’esistenza, dicono, è solo una vite spannata che gira a vuoto. Per Salomone – e, speriamo, per ogni cristiano – è invece la conferma del fatto che Dio è ancora, e sempre di più, l’unico motivo per il quale vale la pena vivere.

Altro che spot

Il recente rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione ha proposto interessanti riflessioni relative ai nuovi mezzi e alle modalità d’uso.

Come segnala il quotidiano Avvenire, si è scoperto che i giovani “divorano tutto quello che è comunicazione”, con un “nomadismo mediatico disincantato”. Spesso non trovano quel che cercano, e questo li porta a essere particolarmente versatili sul fronte della cross-medialità: si trovano a loro agio con Internet, cellulare, tv, ma anche radio, quotidiani e perfino con i libri, che hanno ripreso a leggere con un certo ritmo.

In generale si è riscontrata una scollatura tra gusti degli utenti e proposte dei media, che non si sanno adeguare in particolare alle esigenze dei giovani.

Il fruitore del Ventunesimo secolo esige contenuti sempre più personalizzati: dopo la fase adolescenziale di omologazione, dai 19 anni “si registra un aumento dell’individualismo nella fruizione dei media”, e questo si scontra con i mezzi di comunicazione che invece non hanno “alcuna reale percezione di quello che i giovani desiderano”.

L’unico settore che è stato capace di fiutare il vento e adattarsi, riposizionandosi con proposte adatte al nuovo contesto, è stato quello della pubblicità: sempre più precisa, sempre più personalizzata, e nel futuro lo spot si preannuncia “sempre più capillare, targhettizzante, pervasivo”.

Forse a volte dovremmo prendere esempio da ciò che di buono la pubblicità insegna. Non ci riferiamo, naturalmente, alla tendenza della pubblicità a banalizzare e semplificare il messaggio in maniera impropria o fuorviante: ma non possiamo non riconoscere ai guru della réclame una capacità di adattamento, una creatività, una sensibilità nell’anticipare i tempi e le tendenze, nello scoprire i mezzi più adatti, nel proporre il messaggio nella maniera più efficace per il singolo utente.

Nel corso dei decenni i pubblicitari hanno affinato in maniera sorprendente la capacità di fare comunicazione di massa pur tenendo conto delle categorie, dei target, delle necessità, degli interessi specifici. In poche parole: la capacità di raggiungere tutti, ma uno per uno.

Visto un tanto, considerarli con sufficienza semplici “venditori” sarebbe riduttivo, oltre che spregiativo, e testimonierebbe l’incapacità di applicare, o anche solo di cogliere, questioni essenziali con le quali ogni buon comunicatore – dal giornalista al documentarista, dal missionario alla chiesa – deve dominare per raggiungere il proprio obiettivo.