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La crisi del volontariato

L’altruismo sta morendo. A segnalarlo è Riccardo Bonacina, direttore editoriale di Vita Magazine, che in un intervento sul Corriere della Sera lamenta un dato preoccupante: negli ultimi tre anni il numero di coloro che si dedicano al volontariato è diminuito del 10%.

Un crollo che si spiega con l’assenza di una politica adeguata da parte delle autorità preposte, una linea capace di valorizzare l’impegno di chi dedica il suo tempo ai bisognosi, incoraggiando altri a seguirne l’esempio. Ma non solo.

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Si può dare di più

I Salwen sono una classica famiglia americana, di quelle che i film hanno reso un simbolo degli Stati Uniti: padre, madre, due figli (ovviamente maschio e femmina), una villa comoda con quattro stanze e altrettanti bagni, e poi il giardinetto, un’auto confortevole e tutto il resto.

In questo resto era compresa anche una vita da buoni cristiani, di quelle che noi dovremmo guardare sentendoci inadeguati: facevano beneficenza, il padre organizzava aste di abiti usati per raccogliere fondi da dare ai poveri, i figli svolgevano ore di volontariato (da noi, invece, se un figlio si propone di dedicare tempo ai bisognosi, perfino il cristiano più maturo è tentato di replicare: “cosa ci guadagni?”. Segno che la cultura materialistica forse è un problema più marcato di quanto vorremmo credere).

Insomma, come sopra: la classica famiglia americana. Fino a quando una domanda ha attraversato la loro mente e (soprattutto) la loro vita.

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Un mondo di volontari

I volontari marciano su Roma: domani e sabato 40 mila associazioni, in rappresentanza di sei milioni di italiani, si riuniscono nella Capitale per confrontarsi e farsi ascoltare.

Riferisce il Corriere che non hanno colore politico ma, rilevano, per portare avanti il loro lavoro non possono limitarsi al ruolo di osservatori. Domani parleranno al Capo dello Stato e, idealmente ma non troppo, rivolgeranno un appello a un Paese che non dimostra di apprezzarli come in effetti meriterebbero, e talvolta nemmeno li mette in condizione di operare. E dire che è proprio il no profit a rendere possibili servizi sociali che, senza il tempo e le energie di tanti cittadini di buona volontà, non potrebbero proseguire. E non parliamo solo di cultura e spettacoli, ma anche di mense per poveri, servizi ai bisognosi, conforto a chi soffre, personale che garantisce un numero sempre più adeguato di ambulanze.

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Congelamenti e prospettive

«Ovuli congelati per diventare mamme a 40 anni», titola il Corriere. È «la sfida delle donne in carriera: tremila euro per allungare il periodo di fertilità. La tecnica è stata finora utilizzata da donne con seri problemi di salute, oggi anche da chi è senza compagno a 40 anni».

«La tecnica – si spiega – è stata finora utilizzata da donne con seri problemi di salute che volevano conservare la possibilità di diventare mamme. Oggi c’è una novità. “Sempre più donne chiedono il congelamento degli ovuli semplicemente perché, alla soglia dei quarant’ anni e senza un partner, rischiano di veder sfumare il loro sogno di maternità”».

«Non si tratta di atti di egoismo ma del disperato tentativo di realizzare una parte fondamentale di se», precisa Sabina Guancia, presidente dell’associazione per la famiglia; più critica Eleonora Porcu, del centro di procreazione assistita Sant’Orsola di Bologna: «Mi lasci dire una cosa prima di tutto: congelare gli ovuli per poter fare figli più tardi è una sconfitta».

Il ricorso al congelamento degli ovuli è la sconfitta, decisamente.

La sconfitta di una società che ci ha illuso di poter avere tutto e in qualsiasi momento.

Ma è anche la sconfitta di chi ha creduto in questa chimera, preferendo lasciarsi sedurre dal mito (poco scientifico) dell’onnipotenza.

Il congelamento degli ovuli è, in fondo, la mossa estrema di chi non si rassegna, e crede ancora di poter piegare la natura ai propri comodi. Procreare fuori tempo massimo, magari senza un compagno, ma procreare.

«Non è egoismo», si puntualizza. Ma se non è egoismo, poco ci manca. Certamente non è altruismo, o sensibilità nei confronti del nascituro. Forse anzi bisognerebbe chiedersi se è davvero a lui che si tiene tanto, o se prevalga il semplice desiderio di essere madre a tutti i costi e a prescindere dalle conseguenze.

Sia chiaro: ben venga il lavoro femminile. Tanto più oggi, quando risulta pressoché essenziale per far quadrare i bilanci familiari. E ben venga anche la richiesta di uno stato sociale più attento alle esigenze di chi a un certo punto rischia di perdere il lavoro a causa di una gravidanza (e succede ancora in troppi casi).

Ma allo stesso tempo è necessario crescere e confrontarsi con la realtà. Una realtà che richiede, ogni giorno, scelte grandi e piccole. E sarà sempre così, in un modo o nell’altro. Potrà migliorare, ma nella vita dovremo sempre e comunque decidere cosa vogliamo fare.

E allora è necessario, prima di tutto, dare un senso alla vita, cercare un progetto, una direzione, una prospettiva che renda le nostre scelte convincenti.

Fatalmente, quindi, si torna alle classiche domande che l’essere umano si pone da sempre: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.

Ineludibili e onnipresenti, ci corrono dietro in ogni epoca e in ogni questione. Forse è il caso di fermarsi e trovare una risposta.

Sogni benefici

Il Resto del Carlino (grazie a Marco per la segnalazione) racconta la storia di una mamma bolognese, Laura Neri, che ha vinto 45 mila euro partecipando al quiz più visto di RaiUno, l’Eredità.

La particolarità della vicenda? Che la signora Neri, d’accordo con il marito, ha deciso di non tenere per sé se non una minima parte della vincita, e devolvere il resto in beneficenza: ai bambini dell’Africa, ai pluriminorati seguiti dall’Istituto serafico di Assisi, e – ultimo, ma non meno importante – alla loro parrocchia di appartenenza, che necessita di qualche restauro.

Si tratta, racconta il Resto del Carlino, di una scelta meditata, tanto che ha segnalato la sua intenzione di vincere già sulla scheda con cui ha richiesto di partecipare al quiz.

Una scelta che solleva curiosità, e cui Laura e il marito Paolo rispondono senza scomporsi: «Non abbiamo sogni materiali nel cassetto, ma ogni giorno ci chiediamo cosa possiamo dare alla vita. Così abbiamo deciso di sostenere un progetto di solidarietà, anzi tre, ai quali collaboriamo già  da tempo. Non avevamo la possibilità di farlo diversamente, dato i nostri stipendi. Quindi partecipare all’Eredità poteva essere una soluzione».

Ci sono tre fatti che colpiscono, nelle parole della coppia. Innanzitutto la dichiarazione “non abbiamo sogni materiali nel cassetto”: non sappiamo quanti di noi sarebbero disposti ad affermarlo a cuor leggero. Tutti, probabilmente, abbiamo qualche progetto in corso: l’arredamento da cambiare, l’auto da sostituire, le rate da pagare, i soldi da accantonare per dare un futuro ai figli. Sono rari coloro che davvero possono affermare di “non avere sogni materiali”. Materiali, si badi, perché la coppia dimostra, con il suo gesto, di avere più di qualche sogno: aiutare il prossimo, sostenere chi soffre, condividere i drammi di chi si trova in gravi difficoltà. Non è questione di possibilità economiche: l’amore si dimostra quando i nostri sogni lasciano il posto ai bisogni degli altri.

La seconda affermazione riguarda la decisione di partecipare con lo scopo di fare beneficenza: “non avevamo la possibilità di farlo diversamente, dato i nostri stipendi”. Segno che, per quanto possibile, aiutano da tempo le organizzazioni e le realtà che ora hanno deciso di sostenere in maniera più massiccia. Si è trattato quindi di un exploit, ma che non nasce dal nulla e non muore in sé.
Facile dire “se vincessi un premio, darei una mano”: la generosità nasce dal cuore, non dal portafogli, e si dimostra attraverso da piccoli gesti, non con donazioni eclatanti.

La terza questione interessante riguarda il fatto che hanno destinato la vincita a progetti “ai quali collaboriamo già da tempo”. Non si tratta di beneficenza generica, senza radici, ma di un coinvolgimento di lunga data nei problemi, nei traguardi, nella vita di tre realtà benefiche. Forse non saranno andati in Africa, ma seguono regolarmente le vicende dell’Amref. Forse non fanno quotidianamente la spola con Assisi, ma non dimenticano l’Istituto serafico. Forse non sono in grado cambiare le sorti di una parrocchia, ma fanno quel che possono. Chissà se possiamo dire la stessa cosa, se condividiamo un progetto di aiuto umanitario o un’opera missionaria, oppure se ci limitiamo a tacitare la nostra coscienza di tanto in tanto, quando qualche missione ci commuove più di altre.

Più di qualcuno, nel leggere la notizia, avrà pensato a quanto sarebbe piacevole unire l’utile al dilettevole, partecipando ai telequiz a scopo benefico. Qualcun altro avrà arricciato il naso di fronte alla scelta anomala della coppia bolognese.

Non possiamo dare ragione agli aspiranti missionari da quiz: la solidarietà e la compassione non si dimostrano con i soldi degli altri.

Detto questo, non possiamo nemmeno condividere la posizione di chi critica la scelta di Laura e Paolo: se la decisione nasce da premesse convincenti e convinzioni solide come quelle della coppia bolognese, ben venga un’idea originale come la partecipazione all’Eredità.

Regali inaspettati

Mette una certa tristezza leggere su Repubblica che sarà il natale dei regali low cost. I negozi “tutto a un euro” hanno avuto un’impennata di vendite del 20%: non li frequentano più solo ragazzi, pensionati e badanti, ossia persone con un borsellino limitato, ma anche coloro che in passato mai avrebbero pensato di entrarci, e perfino aziende, che cercano qualche prodotto dignitoso ma non dispendioso per i regali a clienti e dipendenti.

Gli articoli sul binomio natale&crisi compaiono in realtà già da un mese sui quotidiani, tanto da far sospettare che sia un nuovo luogo comune del giornalismo, versione aggiornata dei servizi che fino agli anni Novanta andavano in onda a natale ricordando la malinconica festa di quanti erano rimasti senza lavoro proprio alla vigilia delle feste per la chiusura improvvisa di qualche azienda.

Eppure forse la crisi di questo natale 2008 potrebbe essere salutare. Chissà: magari, più che un male, si potrebbe rivelare una cura: la cura a un consumismo esagerato che bene o male ha contagiato tutti, e negli ultimi anni ci ha fatto perdere tempo e serenità alla ricerca del regalo perfetto; la cura a una visione materialista della festa, dove quel che si dà conta più di quel che si è; la cura a una prospettiva distorta, che ci fa vedere il regalo come il massimo che possiamo offrire ai nostri familiari; la cura a un dono che ormai sostituisce la nostra presenza e il nostro impegno verso gli altri.

Chissà che la crisi non ci offra finalmente la possibilità di rivalutare ciò che più conta: il nostro cuore, la nostra presenza, la nostra attenzione nei confronti delle persone care. Perché nessun regalo ha mai potuto né potrà compensare l’abbandono, l’assenza, il disinteresse.

E allora, complice la crisi, approfittiamo di questo natale povero per dare noi stessi a chi amiamo. Sarà un regalo economico per noi, ma utile e apprezzato per chi lo riceverà. Una vera sorpresa.

C'è chi dice sì

Le feste stanno per arrivare, e ognuno si prepara secondo la propria inclinazione e la propria coscienza: c’è chi dice “natale” e pensa a luci, alberi, regali; chi all’intimità (o all’allegra confusione) di una giornata in famiglia; chi a  concerti ed evangelizzazioni; chi alla serenità di letture, riflessioni, ritiri spirituali.

C’è anche chi riesce a distogliere lo sguardo da se stesso e si concentra sugli altri: è raro, ma capita.
A testimoniarlo c’è una lettera che ci è giunta in redazione in questi giorni:

Buongiorno,

vi scrivo per avere alcune informazioni.
Vorrei passare un Natale speciale, vorrei fare volontariato aiutando le persone.

Per questo vi scrivo, mi piacerebbe sapere se potreste indicarmi qualche opera di aiuto (bambini, anziani, mense per poveri, ragazzi down…), dove poter aiutare le persone a passare un Natale migliore, e soprattutto portare la PAROLA DI DIO.

Vi ringrazio anticipatamente per l’attenzione prestatami,

DIO VI BENEDICA

sono lettere di persone semplici, sconosciute, ma che denotano un grande cuore.Lettere rare, ma che non passano inosservate.
Lettere che mettono noi per primi a confronto con la nostra ordinarietà, la limitatezza dei nostri orizzonti, la pochezza dei nostri programmi.

Spesso “le feste”, circonlocuzione che normalmente si usa per evitare un termine cui molti cristiani sembrano allergici, sono un’occasione sprecata. L’alibi di una festa che non celebriamo ci autorizza, nella nostra logica limitata, a smarcarci da qualsiasi impegno legato al periodo: pensiamo che qualunque riferimento alla festa suonerebbe troppo carnale per costruirci sopra un’occasione di testimonianza cristiana.

Peccato che la Bibbia, pur senza parlare del 25 dicembre, ci dica esattamente il contrario. Ci dice di cogliere tutte le occasioni.  Di approfittare di ogni opportunità. Ci dice di farci greci con i greci e giudei con i giudei per raggiungerli con il messaggio di speranza contenuto nel vangelo.

C’è chi dice no. Ma, grazie a Dio, c’è anche chi dice sì. Chi non si preoccupa di una data, ma dell’amore che può donare. Chi non si lascia turbare da quel che pensano gli altri, e desidera solo comunicare la gioia della propria fede anche a fine dicembre, a prescindere da ogni considerazione ulteriore. Chi desidera utilizzare quella manciata di giorni festivi per far felici anche altri, e non solo la propria famiglia.

Di fronte a questi esempi di altruismo cristiano ci sentiamo piccoli. Ed è un bene, se ci aiuta a crescere.

God bless you, merry gentleman.

C’è chi dice sì

Le feste stanno per arrivare, e ognuno si prepara secondo la propria inclinazione e la propria coscienza: c’è chi dice “natale” e pensa a luci, alberi, regali; chi all’intimità (o all’allegra confusione) di una giornata in famiglia; chi a  concerti ed evangelizzazioni; chi alla serenità di letture, riflessioni, ritiri spirituali.

C’è anche chi riesce a distogliere lo sguardo da se stesso e si concentra sugli altri: è raro, ma capita.
A testimoniarlo c’è una lettera che ci è giunta in redazione in questi giorni:

Buongiorno,

vi scrivo per avere alcune informazioni.
Vorrei passare un Natale speciale, vorrei fare volontariato aiutando le persone.

Per questo vi scrivo, mi piacerebbe sapere se potreste indicarmi qualche opera di aiuto (bambini, anziani, mense per poveri, ragazzi down…), dove poter aiutare le persone a passare un Natale migliore, e soprattutto portare la PAROLA DI DIO.

Vi ringrazio anticipatamente per l’attenzione prestatami,

DIO VI BENEDICA

sono lettere di persone semplici, sconosciute, ma che denotano un grande cuore.Lettere rare, ma che non passano inosservate.
Lettere che mettono noi per primi a confronto con la nostra ordinarietà, la limitatezza dei nostri orizzonti, la pochezza dei nostri programmi.

Spesso “le feste”, circonlocuzione che normalmente si usa per evitare un termine cui molti cristiani sembrano allergici, sono un’occasione sprecata. L’alibi di una festa che non celebriamo ci autorizza, nella nostra logica limitata, a smarcarci da qualsiasi impegno legato al periodo: pensiamo che qualunque riferimento alla festa suonerebbe troppo carnale per costruirci sopra un’occasione di testimonianza cristiana.

Peccato che la Bibbia, pur senza parlare del 25 dicembre, ci dica esattamente il contrario. Ci dice di cogliere tutte le occasioni.  Di approfittare di ogni opportunità. Ci dice di farci greci con i greci e giudei con i giudei per raggiungerli con il messaggio di speranza contenuto nel vangelo.

C’è chi dice no. Ma, grazie a Dio, c’è anche chi dice sì. Chi non si preoccupa di una data, ma dell’amore che può donare. Chi non si lascia turbare da quel che pensano gli altri, e desidera solo comunicare la gioia della propria fede anche a fine dicembre, a prescindere da ogni considerazione ulteriore. Chi desidera utilizzare quella manciata di giorni festivi per far felici anche altri, e non solo la propria famiglia.

Di fronte a questi esempi di altruismo cristiano ci sentiamo piccoli. Ed è un bene, se ci aiuta a crescere.

God bless you, merry gentleman.

Benedetti imprevisti

Com’è strana la vita. Ricorderemo il 2008 anche (o soprattutto?) per le immagini della drammatica crisi economica scoppiata negli USA: giovani yuppies escono mestamente, con uno scatolone in mano, da aziende che fino a poche settimane prima sembravano solidissime, e che in pochi giorni sono crollate miseramente lasciando sgomenti investitori e dipendenti.

Una consolazione per questi giovani rampanti è che negli USA la flessibilità nel mondo del lavoro è qualcosa di serio, non come da noi: chi è valido trova presto un nuovo posto, e riprende il discorso con nuove prospettive.

Di fronte a un trauma come quelli recenti, più di qualcuno ha pensato di cambiare vita. Panorama, per esempio, racconta la vicenda di Victor Miller, un credente evangelico impegnato come analista finanziario del settore dei media presso la Bear Stearns: quando ha perso il lavoro ha deciso «di farsi guidare dalla fede»: è diventato uno dei responsabili di GodTube, definito come «una sorta di YouTube del mondo cristiano».

«La fine della Bear Stearns – ha dichiarato – è stata come un lungo funerale, ma ogni perdita nasconde un’opportunità: per me si tratta della possibilità di conciliare le mie competenze lavorative con la mia fede cristiana».

E allora viene da pensare. Viene da pensare come troppi cristiani, anche coerenti nella loro vita di fede, non trovino il tempo di mettere le proprie competenze al servizio di Dio. Probabilmente vorrebbero, magari per qualcuno “sarebbe un sogno” poterlo fare.

Si sa, un professionista lavora 18 ore al giorno e poi c’è la famiglia, la vita di chiesa, un po’ di relax. Dove trovare il tempo per rendersi utili in base alle proprie competenze?

Eppure ce ne sarebbe bisogno. Eccome: sarebbe stato bello, in occasione di questa tempesta finanziaria, un commento stilato da qualche broker con un’etica evangelica, capace di spiegarci non solo come siamo arrivati fin qui, ma come possiamo uscirne cristianamente.

Sarebbe stato interessante, di fronte alle polemiche su staminali, morte assistita, testamento biologico, sentire una voce cristiana autorevole diversa, capace di dare una prospettiva evangelica su temi che ci coinvolgono, ci interrogano, ci lasciano perplessi.

Sarebbe stato interessante trovare professionisti validi, capaci di interpretare e presentare al meglio l’impegno di tante realtà evangeliche italiane, che per ingenuità o inconsapevolezza non sanno valorizzare il proprio lavoro.

Sarebbe stato interessante vedere un’azione comune, forte, mirata degli atleti cristiani per dare una risposta efficace alle tante domande esistenziali, morali, umane dei loro giovanissimi fan.

Sarebbe stato interessante questo, e molto altro. Eppure siamo tutti troppo impegnati.

Non possiamo farcene una colpa, è la vita: quella stessa vita che, ogni tanto, con un colpo di mano imprevisto ci lascia spiazzati, soli, improvvisamente liberi.

Liberi di scegliere se disperarci per quel che abbiamo perso, recriminando verso Colui cui dobbiamo tutto, oppure cogliere l’opportunità e mettere finalmente a disposizione degli altri i nostri talenti per creare un nuovo valore: un valore non soggetto ai rovesci della Borsa.

Un valore stabile. Anzi, in costante crescita.

Talenti impensati

Enrico Franceschini su Repubblica racconta la storia della “vecchietta che cura il mondo con le e-mail”.

Si tratta di una nobildonna inglese che va per la settantina, lady Swinfen, che è in costante contatto da un lato «con una rete di 382 esperti in ogni campo della medicina, tra cui alcuni dei migliori specialisti che si possono trovare in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Australia, Canada e Nuova Zelanda»; dall’altro con ospedali di «oltre cento paesi, dal Laos alla Lituania, dall’Africa all’America Latina».

In pratica la signora svolge un prezioso ruolo di smistamento. Molte volte, negli ospedali di tutto il mondo, ci si ritrova tra le mani qualche caso particolare, raro, per il quale sarebbe necessario il consulto medico di un luminare. Per gli ospedali dei paesi tecnologicamente più avanzati è semplice, basta un colpo di telefono o una videoconferenza. Ma per gli altri?

Ecco che interviene lady Swinfen: quando un ospedale secondario, sperduto in qualche parte del mondo fuori dalle rotte mediche più battute, ha bisogno di un consulto, si rivolge alla gentile signora, inviando i dettagli, la diagnosi, le analisi. La signora a sua volta smista il caso e il materiale a uno dei trecento medici, ovviamente a quello con la specializzazione più opportuna in relazione al caso specifico, e questo nel giro di qualche ora si impegna a dare un responso. Che, oltre a essere tempestivo, è gratuito.

«All’ inizio – spiega Repubblica – offrivano contatti con specialisti britannici soltanto a due ospedali del Nepal e uno delle isole Solomon, ma ben presto il giro dei loro pazienti si allargò a dismisura», tanto che lady Swinfen e suo marito non hanno più una vita sociale, né vanno in vacanza: ogni giorno piovono nelle loro caselle di posta elettronica decine di casi da risolvere, ovviamente, quanto prima.

Un progetto semplice, banale, a basso costo: quindi un progetto ideale. Anche troppo: «Era un’idea così semplice che non ci aveva pensato nessuno», spiega candidamente la signora.

Supponiamo che Lady Swinfen non fosse un’esperta di reti elettroniche, né un luminare della medicina: eppure, con pochissimi mezzi, è riuscita a creare un sistema che fino a oggi ha salvato la vita a quattrocento persone in dieci anni, e chissà quante altre potranno cavarsela grazie a questa interfaccia telematica tra medici esperti e pazienti lontani.

La storia è edificante. E potremmo dedicarla a tutti coloro che non credono di poter fare granché per gli altri, o temporeggiano in attesa di capire in quale maniera potrebbero mettere i loro talenti a disposizione del prossimo. La vicenda di lady Swinfen testimonia come a volte anche competenze limitate possano dare vita a grandi progetti, o possano venir messe a frutto nell’ambito di strutture che nemmeno sospettiamo abbiano bisogno di noi. Lady Swinfen ha visto un bisogno e si è attivata con quello che aveva.

Come cristiani non possiamo non credere che le nostre competenze, le nostre esperienze, i nostri talenti, le nostre conoscenze abbiano uno scopo benefico. Talvolta non siamo in grado di definirlo con precisione, ma non sarebbe eticamente corretto aspettare di trovarlo prima di mettersi all’opera. E, tantomeno, smettere di cercarlo.