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Lindsay e il pentimento mancato

Certo che come attrice non è proprio il massimo. Lindsay Lohan, ragazzina terribile dello star system americano, è finita davanti al giudice dopo essere stata pescata al volante in stato d’ebbrezza.

Non è la prima celebrità a peccare in questo senso – evidentemente sui viali di Beverly Hills guidare ubriachi va di moda quanto le sostanze stupefacenti nelle discoteche milanesi – e non è la prima a giungere davanti al giudice con l’aria contrita della ragazza redenta.

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Il senso del limite

Abbiamo perso il senso del limite? Se lo chiede, in un interessante intervento su Panorama, Giulio Meotti, che rileva come «nella stagione delle nonne che diventano mamme, dei trans, delle discussioni infinite su aborto, eugenetica ed eutanasia, i confini non contano più… siamo così confusi da fare sempre più fatica a distinguere la vita dalla morte, il padre dalla madre, il maschio dalla femmina».

Un articolo lungo per lanciare un allarme e una speranza: «che dai casi che più hanno diviso l’opinione pubblica recentemente si possa trarre una lezione. Abbiamo perso il senso del limite».

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Si può dare di più

I Salwen sono una classica famiglia americana, di quelle che i film hanno reso un simbolo degli Stati Uniti: padre, madre, due figli (ovviamente maschio e femmina), una villa comoda con quattro stanze e altrettanti bagni, e poi il giardinetto, un’auto confortevole e tutto il resto.

In questo resto era compresa anche una vita da buoni cristiani, di quelle che noi dovremmo guardare sentendoci inadeguati: facevano beneficenza, il padre organizzava aste di abiti usati per raccogliere fondi da dare ai poveri, i figli svolgevano ore di volontariato (da noi, invece, se un figlio si propone di dedicare tempo ai bisognosi, perfino il cristiano più maturo è tentato di replicare: “cosa ci guadagni?”. Segno che la cultura materialistica forse è un problema più marcato di quanto vorremmo credere).

Insomma, come sopra: la classica famiglia americana. Fino a quando una domanda ha attraversato la loro mente e (soprattutto) la loro vita.

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Rick Warren è sbarcato in Europa

Ieri, giovedì 3 dicembre, sul Foglio è uscito un mio articolo di analisi sul fenomeno Warren; il contributo inaugura la mia collaborazione con il quotidiano di Giuliano Ferrara. Ve lo ripropongo qui, e resto in attesa dei vostri commenti.

IL PASTORE CHE HA BENEDETTO LA PRESIDENZA OBAMA È SBARCATO IN EUROPA

Il grande pubblico ha scoperto Rick Warren il 20 gennaio scorso, quando davanti a Capitol Hill ha innalzato la tradizionale preghiera di benedizione per l’insediamento di Barack Obama: la paciosa e rassicurante sagoma del pastore che trent’anni fa ha fondato in California la Saddleback Church di Lake Forest rappresenta un cambiamento di forma e di sostanza che non è sfuggito agli esperti.

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Consigli di lettura – 11

Legge, storia, avventura, musica, fede e attualità tra i consigli di lettura proposti questa settimana.

Si comincia con Carlo Azeglio Ciampi,che ha visto ripubblicata da Il Mulino la sua tesi di laurea concentrata su un titolo che ci riguarda da vicino: “La libertà delle minoranze religiose”. L’elaborato, riproposto a cura di Francesco Paolo Casavola, Gianni Long e Francesco Margiotta Broglio, è una ricerca che risale all’anno accademico 1945-46; il giovane Ciampi affronta l’argomento sotto la guida del professor Jannaccone mettendo in evidenza la luce in cui il diritto ecclesiastico italiano vedeva le minoranze religiose.

Nella tesi Ciampi offre cenni della legislazione sul tema dalla restaurazione ai Patti laterannsi, affronta la situazione del periodo e concentrarsi sul conflitto tra “Religione dello stato e libertà religiosa”, per poi arrivare alla questione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e alla tutela penale del sentimento religioso. Tutti temi, a quanto pare, su cui la riflessione è ancora molto attuale.

Passiamo alla storia. A quanto pare i veneziani sono abbonati alle avventure: il viaggiatore più noto, si sa, è Marco Polo, che raggiunse la Cina, vi abitò e tornò incolume in patria, per poi di raccontare la sua esperienza nel “Milione”. Meno noto, ma non meno appassionante, il viaggio di Piero Quirino, o Pietro Querini, un nobiluomo veneziano che nel 1431 salpò con la nave di cui era capitano, la Gemma Quirina, insieme a una sessantina di marinai.

Dell’imbarcazione si persero le tracce all’imbocco della Manica, e il suo capitano, tornato inaspettatamente in patria a piedi dopo ventuno mesi, raccontò una storia sorprendente: la nave era andata alla deriva, giungendo oltre il circolo polare artico, nell’isola norvegese di Rostr.

La storia, raccolta dai resoconti del capitano e di altri due ufficiali, viene riproposta ora in un romanzo storico di Franco Giliberto e Giuliano Piovan, “Alla larga da Venezia. L’incredibile viaggio di Pietro Querini oltre il circolo polare artico nel ‘400”, edito da Marsilio.

La storia, nel romanzo, suona come una via di mezzo tra l’avventura di Marco Polo e quella degli ammutinati del Bounty, in questo caso gli undici naufraghi accolti per più di tre mesi dalla popolazione locale.

Insomma, quella che finora era conosciuta soprattutto dagli esperti per la ricchezza di preziosi dettagli geografici fornita dai resoconti originali, seicento anni dopo diventa una storia di piacevole lettura grazie alla penna di due autori contemporanei.

Il 9 settembre 1998, dopo mesi di malattia vissuta con riservatezza e discrezione, se ne andava Lucio Battisti. Un nome che, evidentemente, non ha bisogno di presentazioni.
A ricordarlo è un libro del giornalista Leo Turrini, che per Mondadori ha scritto “Battisti. La vita, le canzoni, il mistero” (Mondadori).

In poco più di duecento pagine Turrini, basandosi su una paziente ricerca tra giornali e archivi, rievoca la vita di Battisti dalla nascita, nel 1943, a Poggio Bustone, fino alle ultime, drammatiche notizie di quel settembre 1998. In mezzo, cadenzati dagli avvenimenti storici e di cronaca, ci sono gli esordi, gli anni del successo, il tandem con Mogol, il ritiro dalle scene, gli ultimi album.

Ma nel lavoro di Turrini si trovano anche retroscena e testimonianze poco note ai più, che arricchiscono il volume e offrono una visione umana di un personaggio che non abbiamo ancora smesso di rimpiangere.

Vale la pena conoscere l’Antico Testamento?
La prima parte della Bibbia cristiana viene spesso trascurata dai credenti: considerano i libri tra la Genesi e Malachia come una sezione ispirata, certo, ma ormai “completata” dal Nuovo Testamento e quindi, tutto sommato, esaurita.

Philip Yancey, collaboratore di Christianity Today, non la pensa così, e ha voluto raccontare l’Antico Testamento da un’altra prospettiva.
Fin dal titolo, “La Bibbia che Gesù leggeva” (proposto in italiano da Claudiana), Yancey sottolinea l’importanza di questi scritti, che furono i testi con cui Gesù, nella sua giovinezza, si formò e si confrontò.

Yancey, a quanto pare un lettore entusiasta dell’Antico Testamento, non pretende di proporre una disamina esegetica completa, ma si limita a indicarci alcuni scorci: dalla storia senza tempo di Giobbe e i suoi problemi al “sapore agrodolce” (come lui stesso lo definisce) del Deuteronomio, dalla spiritualità ad ampio respiro dei Salmi all’esistenzialismo ante litteram dell’Ecclesiaste, fino alla modernità dei profeti.

Dalle parole di Yancey si percepisce la convinzione che l’Antico Testamento, come il Nuovo, è stato scritto da un Dio vivo, che si preoccupa per noi. E che, oggi come ieri, non sta a guardare.

E siamo all’11 settembre: una data, un drammatico ricordo. Sono passati otto anni da quel tragico 11 settembre 2001, quando un attacco terroristico ai simboli politici ed economici degli Stati Uniti sconvolse l’America e il mondo.

Come ogni anno giornali e televisioni ricordano la vicenda attraverso speciali, documentari e film; tra i tanti libri scritti per ricordare e commemorare le migliaia di vittime c’è anche “102 minuti. La storia mai raccontata delle migliaia di persone che lottarono per sopravvivere all’interno delle Twin Towers” (Piemme), scritto da due giornalisti, Jim Dwyer e Kevin Flynn.

Dwyer e Flynn, dopo un lungo lavoro di documentazione su interviste, testimonianze orali, e-mail, registrazioni di telefonate e comunicazioni via radio, hanno ricostruito quei drammatici 102 minuti che hanno separato le 8.46, il momento dell’impatto del primo aereo con la torre nord, dalle 10.28, ora in cui la torre è crollata.

Come si legge nel racconto ricostruito dai due autori si è trattato di 102 minuti drammatici, che per 14 mila persone hanno fatto la differenza tra la vita e la morte tra porte bloccate, atrii in fiamme, scale inagibili e decisioni da prendere.

Un racconto a più voci, quello di Dwyer e Flynn, dove si intrecciano le vicende, i pensieri, le azioni, le comunicazioni di persone che si sono ritrovate – chi per lavoro, chi per pura casualità – ai piani alti di un edificio che, di lì a poco, sarebbe crollato. Il racconto si dipana tra consultazioni angosciate, telefonate a casa e ai numeri di soccorso, tentativi di fuga, offrendo un quadro vivido di quello che deve essere stato, sul campo, quel drammatico 11 settembre 2001.

Meglio un furgone oggi

Il Corriere racconta la storia di Aaron Heideman, un artista dell’Oregon che, come tanti altri, è rimasto travolto dalla crisi e si ritrovato, da un mese all’altro, a dormire in un furgone.

Al contrario di tanti altri, Heideman ha messo la sua arte al servizio di chi, come lui, ha visto la propria tranquilla esistenza naufragare in meno di un anno. Lo ha fatto diventando, a modo suo, portavoce delle tante piccole grandi tragedie causate dal tracollo del credito: ha investito i suoi ultimi soldi in carburante e girando l’America per farsi raccontare le storie della gente qualunque colpita dalla crisi.

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Preferisco di no

È mancato venerdì sera Walter Cronkite, colonna del giornalismo televisivo statunitense. Nato nel 1912, era stato per sei decenni «l’uomo di cui gli americani avevano più fiducia, col suo approccio diretto, con le sue parole misurate, con la sua voce profonda che gli conferivano una autorevolezza senza precedenti nel mondo dei media».

Il culmine della sua carriera è stata la conduzione per quasi vent’anni (dal 1962 al 1981) del notiziario serale della CBS, ruolo che lo aveva consacrato anchorman di punta: fu lui ad annunciare la morte di Kennedy e lo sbarco sulla luna.

L’America si è commossa di fronte alla sua dipartita, e non solo perché era un grande comunicatore. «La grande forza di Walter Cronkite  – ha ricordato il suo collega Brian Williams – era di essere la stessa persona davanti alla telecamera o fuori dallo studio. Una persona onesta e diretta che andava sempre al sodo, senza tanti fronzoli. Un modo di fare che piaceva agli americani».

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La coerenza dell’ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.

La coerenza dell'ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.

Le scelte e il rispetto

Non so a voi, ma a me ieri l’annuncio degli scienziati britannici è sembrato un po’ sospetto.

La notizia era delle migliori: pare che tra tre anni sarà possibile creare sangue “artificiale” per sopperire alla carenza di donazioni e venire incontro alle necessità degli ospedali, specie in periodi e in situazioni di emergenza.

Un dettaglio che non sarà sfuggito ai più era un discreto “partendo dalle cellule staminali embrionali“. Il dato, di suo, mi ha ricordato gli annunci dei magistrati al termine di certe indagini, quando si rileva che per il successo “è risultato essenziale l’uso delle intercettazioni telefoniche“. Succede spesso, soprattutto nei periodi in cui il parlamento tenta di regolamentare l’ascolto delle conversazioni da parte degli inquirenti.

Forse è solo un’impressione, ma quel “partendo dalle cellule staminali embrionali” suona subliminale, e sembra voler polemizzare con i dubbi di chi non accetta, sul piano etico, gli interventi sulle cellule fecondate. «Vedete? – sembrano dire gli scienziati – Con le staminali embrionali possiamo salvare la vita a tante persone e migliorare la qualità dell’esistenza a molte altre, ma voi vi opponete».

Per questo offrono un certo sollievo le dichiarazioni di oggi da parte di un esponente del governo, il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio: ha annunciato che anche l’Italia sta lavorando su un progetto simile, e tra tre anni potremmo produrre sangue dalle staminali. Precisando però che, per noi, si tratta di una scelta diversa: i globuli rossi verranno prodotti a partire da cellule staminali adulte.

Un sistema che, precisa il Corriere, supera «già in partenza eventuali problemi etici legati all’impiego degli embrioni».

Scopriamo peraltro che il metodo delle staminali adulte è quello scelto anche dalla Darpa, l’agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa americana: quindi un sistema conosciuto e praticabile.

Viene allora da chiedersi come mai i sudditi della Regina non abbiano preso in considerazione questa opzione, ignorando bellamente le polemiche che potrebbero seguire sul piano etico.

Speriamo ci siano ragionevoli motivi scientifici che hanno portato il team britannico a usare nonostante tutto le staminali embrionali: altrimenti significherebbe che la scienza, per alcuni, è ciò che per altri è la religione o l’ideologia: un fine che giustifica la mancanza di rispetto.

Quando succede agli altri, lo chiamano fanatismo.