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Rimedi per il rientro

E rieccoci alla sindrome da rientro: un italiano su dieci soffrirebbe della tristezza post-vacanza, tanto da ritrovarsi a scontare per qualche settimana emicranie, ansia, mal di gola, difficoltà a digerire, disturbi intestinali.

La Stampa, per venire incontro alle esigenze dei lettori (il dieci per cento, se la statistica citata poco fa è corretta: non pochi, quindi), dedica una pagina ai possibili rimedi: spiccano i consigli del Gruppo Sanitario Policlinico di Monza, che – evidentemente commosso dalla diffusione del disagio – ha stilato «sette regole di auto-aiuto che vanno dalla dieta (frutta, verdura, acqua e addio pizza), al look (“vestite casual i primi giorni, per non avere subito il trauma dell’uniforme giacca-e-cravatta”), dal moto (passeggiate, bicicletta), al piccolo trucco di tornare in città un po’ prima per fare decompressione».
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Oltre i carboni ardenti

La vita di una celebrità è strana: a volte ci si prepara coscienziosamente per anni, si attraversano tutti i gradi del cursus honorum, dalla gavetta al nome in cartellone, e poi si finisce per venir ricordati per qualcosa di anomalo, talvolta perfino di poco attinente con la propria specializzazione.

I quotidiani, in questi giorni, ci ricordano che qualcosa di simile è successo a Mino Damato: giornalista, persona colta e di gran cuore, che i più ricordano per aver camminato sui carboni ardenti in una lontana edizione di Domenica In (quando Elisabetta Gardini non era un parlamentare della Repubblica, ma una giovane conduttrice televisiva).
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Meditazione sul nulla

La meditazione, però, sì. Ieri abbiamo parlato della disavventura capitata a una incauta insegnante inglese, Olive Jones, licenziata in tronco per una proposta indecente a una sua allieva: pregare per la sua malattia.

La coerenza, a nord della Manica, non è più quella di una volta se, a fronte di questa vicenda, nel Kent due scuole hanno deciso di proporre ai propri studenti un corso di meditazione.

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Il senatore e l'Onnipotente

Un attempato senatore americano fa causa a Dio. Ernie Chambers, 71 anni, da 38 in carica, ha deciso di portare in tribunale nientemeno che l’Onnipotente per chiedergli di difendersi dalla sua condotta.

Infatti, nella denuncia di Chambers, Dio risulta responsabile “delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”, nonché di “terremoti, uragani, guerre e nascite di bmibi on malformazioni”. Non solo: Dio avrebbe “distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza”.

La causa è stata giudicata inammissibile dalla corte del Nebraska, dal momento che non è noto un domicilio dove recapitare al Creatore l’invito a comparire davanti al tribunale.

Per parte sua Chambers si dice soddisfatto: avrebbe dimostrato che tutti possono accedere alla giustizia, e che chiunque può essere giudicato. Eppure i conti non tornano: fosse stato questo l’obiettivo, avrebbe fatto più effetto una causa contro il presidente Bush, o un Ahmadinejad qualsiasi.

Prendersela con Dio forse è più comodo, dato che apparentemente non risponde. Certo che poi quando si decide non è così semplice ribattergli, come ha imparato il buon Giobbe.

Chiamare in causa Dio per ascrivergli tutti i mali del mondo, d’altronde, è abbastanza comune, e rivela che il senatore Chambers non conosce Dio di persona. Niente di strano: negli USA come da noi molti si definiscono cristiani, ma limitano la loro fede a una religiosità di facciata, una formula vuota, ben lontana da una vita cristiana coerente.

Se non si conosce il Dio d’amore che ha dato suo figlio per l’uomo, è facile cadere nella demagogia un po’ ipocrita da supermarket del luogo comune. E dire che basterebbe un po’ di buonsenso e di onestà per rendersi conto che buona parte dei drammi e dei disastri di cui parliamo non li ha provocati Dio, ma l’uomo.

Il senatore e l’Onnipotente

Un attempato senatore americano fa causa a Dio. Ernie Chambers, 71 anni, da 38 in carica, ha deciso di portare in tribunale nientemeno che l’Onnipotente per chiedergli di difendersi dalla sua condotta.

Infatti, nella denuncia di Chambers, Dio risulta responsabile “delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”, nonché di “terremoti, uragani, guerre e nascite di bmibi on malformazioni”. Non solo: Dio avrebbe “distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza”.

La causa è stata giudicata inammissibile dalla corte del Nebraska, dal momento che non è noto un domicilio dove recapitare al Creatore l’invito a comparire davanti al tribunale.

Per parte sua Chambers si dice soddisfatto: avrebbe dimostrato che tutti possono accedere alla giustizia, e che chiunque può essere giudicato. Eppure i conti non tornano: fosse stato questo l’obiettivo, avrebbe fatto più effetto una causa contro il presidente Bush, o un Ahmadinejad qualsiasi.

Prendersela con Dio forse è più comodo, dato che apparentemente non risponde. Certo che poi quando si decide non è così semplice ribattergli, come ha imparato il buon Giobbe.

Chiamare in causa Dio per ascrivergli tutti i mali del mondo, d’altronde, è abbastanza comune, e rivela che il senatore Chambers non conosce Dio di persona. Niente di strano: negli USA come da noi molti si definiscono cristiani, ma limitano la loro fede a una religiosità di facciata, una formula vuota, ben lontana da una vita cristiana coerente.

Se non si conosce il Dio d’amore che ha dato suo figlio per l’uomo, è facile cadere nella demagogia un po’ ipocrita da supermarket del luogo comune. E dire che basterebbe un po’ di buonsenso e di onestà per rendersi conto che buona parte dei drammi e dei disastri di cui parliamo non li ha provocati Dio, ma l’uomo.

L'ossessione del "dopo"

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.

L’ossessione del “dopo”

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.