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Cambiamenti e ravvedimenti

Le cattive ragazze cambiano aria: un articolo della Stampa riferisce che personaggi come Amy Winehouse, Lindsey Lohan, Britney Spears, Paris Hilton hanno abbandonato gli eccessi che avevano fatto la gioia dei giornali scandalistici, e stanno cambiando (faticosamente) strada.

Amy Winehouse alla fine ha accettato di entrare in una clinica per disintossicarsi: ora si apre a un repertorio più romantico e vagheggia l’idea di trovarsi il classico “lavoro serio” aprendo un centro estetico, qualora decidesse di lasciare la musica.

La Lohan, dopo due arresti per guida in stato di ebbrezza (ma la definizione ufficiale, a quanto raccontano le cronache, è eufemistica: era proprio ubriaca fradicia), ha deciso di dire basta ai baccanali e alle nottate in giro per locali; cerca un lavoro “per pagare l’affitto”, dimostrazione che anche i ricchi vivono nel nostro mondo (anche se raramente piangono).

Di Britney Spears si è detto ampiamente: fatta di stupefacenti e cattive compagnie, spendacciona e seminuda (oltreché volgare, ma questo non è un reato), è stata tirata a lucido in una clinica di riabilitazione e ora porta avanti il suo tour mondiale controllata a vista dal padre, che le ha imposto un’ora di lettura biblica al giorno: e chissà se, nella migliore tradizione della scuola domenicale, dopo la lettura ne verifica anche l’apprendimento.

Paris Hilton ha trovato l’amore, ricambiata, e ha quindi smesso i panni della nullafacente metropolitana tutta capricci e leziosità per dedicarsi al suo lui: pensa al matrimonio, e per il personaggio è già tutto dire.

I bimbi crescono, e anche le bad girls, raggiunto un punto di rottura, devono decidere cosa fare. Un cambiamento radicale talvolta è l’unico modo per sopravvivere, specie quando lo stile di vita è più pericoloso di una passeggiata in autostrada.

Ciò che viene da chiedersi se si tratti di un vero cambiamento, o di una pausa tra due eccessi: rinsavire per non morire, prima di rituffarsi nelle vecchie abitudini ritrovando le vecchie compagnie.

Esperienze passate dimostrano che spesso è solo una questione di tempo. Senza una base solida anche il cambiamento più radicale non è destinato a durare. Senza la consapevolezza dei propri limiti, della sporcizia morale, del proprio fallimento interiore, è difficile ricominciare davvero da capo.

Dietro molti di questi cambiamenti sbandierati di fronte ai media non sembra esserci vera motivazione, ma solo una questione di sopravvivenza: cambiare vita per non morire, adottare una condotta salutista senza però toccare l’interiorità di una vita spirituale disastrata, ossia la principale causa di disagio.

Uno stile di vita più sano può aiutare a stare meglio, ma è il cambiamento interiore a portare felicità, serenità, pace.

C’è una bella differenza. La differenza che passa tra sopravvivere e vivere.

Sul filo del disagio

«Si chiama Cerrie Burnell, ha 29 anni e, con in tasca il diploma di una celebre scuola per aspiranti attori, ha tutte le credenziali in ordine per sfondare nel mondo televisione».

È stata assunta dalla BBC per condurre un seguitissimo programma per bambini sotto i sei anni. Perché si parla di lei? Perché «Cerrie è nata con un braccio solo. Un handicap che a lei non fa alcun effetto, tanto che ha scelto sin da piccola di non utilizzare una protesi… ma che ha provocato l’indignazione di diversi genitori».

Varie le lettere di protesta giunte alla BBC, dove si parla di bambini turbati: genitori preoccupati perché «Mia figlia ha solo due anni… è preoccupatissima, mi chiede di continuo se le fa male»… «Mio figlio adesso ha gli incubi».

Cerrie ci è rimasta male, e replica che «l’handicap non può essere un tabù e che non è mai troppo presto per insegnare ai figli ad accettare chi è diverso».

Se da un lato è necessario tutelare la spiccata sensibilità della prima infanzia, dall’altro non si può non riconoscere l’opportunità di presentare ai bambini il tema della differenza, e questo per il bene stesso di bambini (non è mistero quanto sappiano essere decisamente crudeli con chi è diverso).

Cerrie, insomma, non ha tutti i torti: insegnare ad accettare la vita, con tutti i suoi limiti, è qualcosa che prima si impara e meglio è. Non viviamo in un mondo omologato, e la diversità – culturale, umana, religiosa e anche fisica – fa ormai parte della nostra quotidianità: oggi più di ieri la tolleranza e la delicatezza nei confronti degli altri sono indispensabili a una convivenza civile e serena.

C’è un solo elemento, in questa vicenda, che stona: il fatto che tutte le foto di Cerrie Burnell disponibili in rete enfatizzino la sua diversità.

E allora viene il dubbio che l’handicap non sia solo una situazione da accettare, ma venga usato come un’arma per ottenere un vantaggio, o almeno una rivalsa, giocando sull’imbarazzo di chi non può dire di no per non venir accusato di nutrire pregiudizi verso i diversamente abili.

Una differenza esibita in maniera quasi ostentata potrebbe far pensare che, in fondo, quella differenza non sia stata accettata come si vorrebbe far credere e invece, al di là delle dichiarazioni, venga vissuta dalla persona come un disagio.

Forse si tratta solo di un equivoco. O forse no.

Cento punti senza stile

A volte l’agonismo fa brutti scherzi. Ne sanno qualcosa le cestiste della Covenant School di Dallas, scuola superiore con una squadra femminile di basket insaziabile: nell’ultima partita hanno probabilmente battuto un record, vincendo con un tondo 100 a zero contro la compagine della Dallas Academy.

Certo, deve trattarsi di una squadra-materasso al limite del patologico, considerando che non vince una partita da quattro anni. Eppure a tutto c’è un limite, e la scuola delle vincitrici ha ritenuto opportuno inviare una mail alla scuola sconfitta porgendo nientemeno che le proprie scuse per l’umiliazione. «È vergognoso che questo sia successo. Questo, chiaramente, non riflette l’atteggiamento cristiano e onorevole di una competizione», ha scritto il preside.

Un gesto d’altri tempi, gentile, generoso e formativo: insegna che ricercare l’eccellenza è importante, ma che prima dei risultati vengono sempre e comunque le persone.

Di diverso avviso l’allenatore vincente, che non ha voluto saperne di scusarsi, e anzi ha giustificato le sue ragazze per la sonora sconfitta inflitta alle avversarie: «Non sono d’accordo sul fatto che le ragazze della squadra di pallacanestro di Covenant School debbano sentirsi imbarazzate», e ha ribadito le sue ragioni parlando di una «vittoria ampia» ottenuta «con onore e integrità».

Come dire: se abbiamo vinto è per merito nostro e demerito degli avversari. Sul campo non si fanno prigionieri e non esiste pietà: chi ha, dà; chi non ha, subisce.

Povera Dallas Academy, che si è trovata di fronte una squadra così motivata, guidata da un allenatore tanto agguerrito. Cento punti subiti, nemmeno uno segnato.

La scuola ospita studenti con problemi di apprendimento, e l’allenatore è più un amico che un coach: «Le mie ragazze non si sono mai rassegnate – ha detto al Dallas News -, hanno giocato con tutta l’intensità possibile fino all’ultimo secondo. Ci hanno messo tutto il loro cuore sul 70 a zero, sull’80 a zero, sul 100 a zero. Sono davvero orgoglioso di loro. È questo che ho detto loro alla fine della partita».

Insomma: nonostante i risultati diano un’immagine diversa, il suo mestiere di allenatore lo svolge bene.

Proprio come il suo antagonista, il vincente senza riguardi, il Mourinho della situazione: solo che lui, l’allenatore dei cento punti, ha sbagliato parquet, e di certo si troverebbe meglio nel campionato NBA, anziché sulla panchina una squadretta scolastica.

Chissà quanto gli rode doversi occupare di cinque ragazzette, proprio lui, con il suo talento e la sua filosofia battagliera.

Immaginiamo qindi che sarà stato contento nello scoprire che il suo trasloco è stato facilitato: dopo il rifiuto a porgere le scuse a nome suo e della squadra, è stato esonerato senza troppi complimenti.

Niente da dire: se è vero che una squadra vincente non si cambia e che chi vince ha sempre ragione, la scelta di mandarlo a casa è stato un bell’esempio di coerenza da parte della scuola, che con questo gesto esplica nel modo migliore la sua estrazione cristiana: privarsi di un coach di talento non è mai facile; farlo volontariamente per tener fede a un principio è ancora più ammirevole.

Ritrosie letterarie

Perché i giovani italiani leggono meno dei loro coetanei europei, ma partecipano a numerosi festival culturali? «perché in realtà – commentava Lucetta Scaraffia sul Corriere di ieri – i festival non implicano il leggere, bensì il semplice coinvolgimento inelle più varie manifestazioni, fondate sul semplice ascolto. Ma, si sa, ascoltare è una pratica collettiva, che può essere vissuta come “un’emozione”, laddove leggere, invece, richiede impegno individuale, concentrazione. Ed è proprio questo di tipo d’impegno che i giovani non sembrano avere troppa voglia».

Vero. In questa società rutilante e chiassosa tutte le attività personali, intime, riflessive vengono trascurate: conta apparire e parlare (magari “senza sapere cosa dici”, come recitava un ironico controslogan). Leggere arricchisce, ma non dà la possibilità di dimostrarlo: mica facile, in una compagnia interessata solo agli ultimi modelli di cellulari, intavolare una discussione sul senso della provvidenza nei Promessi Sposi o sul destino infelice di Papà Goriot. E poi, avete mai sentito un tronista o un altro cittadino dei talk-show cimentarsi in una citazione letteraria anche modesta?

La cultura non si esibisce: si coltiva. È un valore aggiunto, non uno scopo. Quindi, non è monetizzabile al cambio dei valori odierni: e se non aiuta a dare visibilità, non serve.

I festival vedono la partecipazione dei giovanissimi, ma nelle librerie e nelle biblioteche il numero dei teenager è desolante. Come dire: se proprio cultura deve essere, che sia qualcosa di spettacolare. Un grande happening, capace di offrire uno spunto di dialogo spicciolo, buono anche in ascensore.

D’altronde “sai chi ho visto?” in termini di attenzione rende certamente più di “sai cos’ho letto?”. E richiede meno fatica.