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Il costo di un impegno

«È finita l’epoca del tutto gratis», ha annunciato il magnate dei media Rupert Murdoch: lo ha stabilito dopo aver annunciato una perdita di tre miliardi di dollari, nell’ultimo anno, da parte del suo gruppo multimediale – che, tra gli altri, comprende Wall Street Journal, Times, Sun e la piattaforma satellitare Sky -.

La notizia era nell’aria già da tempo, e probabilmente già in molti avrebbero voluto sanare l’anomalia per la quale è normale comprare il giornale o pagare la tv satellitare, ma ogni contenuto presente su Internet deve essere sempre e comunque gratis.

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Il pastore che piace a Obama

Il prossimo 20 gennaio sarà Rick Warren a innalzare la “inaugural invocation”, la preghiera che tradizionalmente apre la cerimonia di insediamento del nuovo presidente USA. La sua preghiera anticiperà di qualche minuto il giuramento che sancirà l’investitura di Barack Obama.

Si tratta di  un onore che non tutti gli osservatori europei hanno colto nella sua portata, e che in effetti non sembra così importante se non si conosce il contesto culturale statunitense.

La cerimonia dell’insediamento, infatti, è l’appuntamento più sentito negli USA, e forse nella sua struttura si presenta come l’esempio più significativo dello spirito americano: la cerimonia culmina, a mezzogiorno, con il giuramento del nuovo presidente, che – la mano sinistra sulla Bibbia, la destra alzata verso il cielo – si impegna solennemente a servire onestamente e rispettosamente gli Stati Uniti. Prima e dopo, è festa: cantanti, musicisti e poeti famosi, ma anche pastori, cui è affidata appunto l’invocazione a Dio e la benedizione conclusiva.
Insomma, si tratta di una cerimonia laica, ma che non prova imbarazzo a nominare Dio, né a essere riconoscente verso quelle radici e quel patrimonio culturale cristiano che hanno permesso agli USA di diventare quello che sono.

Al di là delle polemiche sorte – inevitabilmente – negli ambienti progressisti e nei circoli omosessuali, la scelta di Warren per la preghiera pre-giuramento è decisamente ragionata e accorta: Warren è un autorevole esponente della destra evangelica, ma – come segnala Maurizio Molinari sulla Stampa – in lui Obama ha trovato un interlocutore credibile. Warren si presenta come un uomo forte nelle sue convinzioni, ma capace di esercitare quel tatto e quella diplomazia quasi sconosciuti a esponenti evangelici più estremi, come Jerry Falwell e Robertson (o lo stesso Jeremiah Wright, già referente spirituale di Obama), o personaggi più noti ma troppo legati nel loro credo al mito della prosperità cristiana, come Benny Hill o Creflo Dollar.

Di qui la scelta di Warren dapprima come arbitro del primo confronto tra i due candidati alla presidenza, e poi come successore ideale di Billy Graham: Graham, ormai in età avanzata, si avvia verso una meritata pensione, e la designazione di Warren suona quasi come un’investitura a leader evangelico più influente nei confronti dell’autorità governativa.

D’altronde va anche ricordato che la scelta non cade su un illustre sconosciuto: Warren è noto da anni, la chiesa che cura come pastore è tra le più grandi degli Stati Uniti, i suoi libri di pratica cristiana sono letti e apprezzati in tutto il mondo, i suoi articoli e le sue riflessioni (presenti spesso su Charisma Magazine e reperibili in rete) sono ragionevoli e dimostrano una fede matura ed equilibrata.

Insomma, la sua “investitura” promette bene. Quasi quanto quella del tanto decantato Barack Obama.