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Il costo di un impegno

«È finita l’epoca del tutto gratis», ha annunciato il magnate dei media Rupert Murdoch: lo ha stabilito dopo aver annunciato una perdita di tre miliardi di dollari, nell’ultimo anno, da parte del suo gruppo multimediale – che, tra gli altri, comprende Wall Street Journal, Times, Sun e la piattaforma satellitare Sky -.

La notizia era nell’aria già da tempo, e probabilmente già in molti avrebbero voluto sanare l’anomalia per la quale è normale comprare il giornale o pagare la tv satellitare, ma ogni contenuto presente su Internet deve essere sempre e comunque gratis.

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C'è bisogno di noi

«Sentiamo che in questa crisi economico-finanziaria globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori: se guardiamo alle cause e anche agli sforzi da mettere in atto per superarla, ci rendiamo conto che è essenziale un ristabilimento di valori spirituali e morali che sono stati largamente assenti dalle determinazioni dei soggetti economici e politici»: lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di qualche giorno fa di fronte ai 129 leader religiosi convenuti in Italia per il consueto summit pre-G8.

Se fino a qualche anno fa la fede veniva vista quasi con fastidio e relegata a un affare privato, e l’etica nel mondo del lavoro era un surplus per credenti particolarmente puntigliosi, dopo la crisi che ha squassato il mondo dell’economia i valori tornano in primo piano.

Fino a quando tutto va bene si tende a dimenticare il dovere a favore del piacere: e il piacere, per decenni, è stato l’edonismo di un sistema dove consumare significava tutto e tutto aveva un prezzo, dove l’imperativo era arricchirsi e ogni mezzo era lecito per farlo.

C’era bisogno di un terremoto per comprendere che l’economia non può essere un valore assoluto, che i valori non sono solo quelli di borsa, che l’arricchimento esteriore è arido senza un corrispondente arricchimento interiore.

A quel punto, disorientati, anche i famelici manager di Wall Street si sono dovuti fermare. Alcuni di loro, di fronte a una crisi economica e morale, hanno percorso di nuovo le navate delle chiese dopo anni spesi nel sacro tempio della Borsa.

Di fronte alla desolazione, ci si è concentrati di nuovo su quel mondo di piccole cose che si erano perse di vista: la famiglia, i gesti, i pensieri.

E, non ultima, la fede. Che non è un valore come gli altri, ma un valore aggiunto in qualsiasi sistema.

Ora questo ruolo è stato riconosciuto anche da Napolitano. I media non hanno enfatizzato le sue parole, anche se suona strano sentire un gentiluomo laico e di tradizione comunista sdoganare la spiritualità e i valori che ne discendono: «Nella visione che ispira la Costituzione della Repubblica italiana noi riconosciamo pienamente che hanno una dimensione pubblica e un valore pubblico il fatto religioso e la presenza religiosa. Senza pericolose confusioni tra politica e religione nella piena autonomia dell’una e dell’altra sfera abbiamo bisogno di tale apporto».

C’è bisogno di fede. Una fede viva, vissuta, coerente. Una fede che, applicata, porta a una morale convinta, non ipocrita ma profonda, nella vita del credente. Una morale che si trasforma in etica, un comportamento corretto fatto di serietà e onestà nel campo professionale.

Ora è ufficiale: anche il Capo dello Stato ne riconosce il bisogno e chiama i credenti a una presenza cristiana concreta, quotidiana, capace di restituire dignità a un mondo senza valori.

“… E voi mi sarete testimoni”, disse Gesù ai suoi discepoli. Oggi il mondo, la società, le autorità – quel mondo, quella società, quelle autorità che fino a ieri sottovalutavano la fede  – ci invitano a non dimenticare quella raccomandazione.

C’è bisogno di noi

«Sentiamo che in questa crisi economico-finanziaria globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori: se guardiamo alle cause e anche agli sforzi da mettere in atto per superarla, ci rendiamo conto che è essenziale un ristabilimento di valori spirituali e morali che sono stati largamente assenti dalle determinazioni dei soggetti economici e politici»: lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di qualche giorno fa di fronte ai 129 leader religiosi convenuti in Italia per il consueto summit pre-G8.

Se fino a qualche anno fa la fede veniva vista quasi con fastidio e relegata a un affare privato, e l’etica nel mondo del lavoro era un surplus per credenti particolarmente puntigliosi, dopo la crisi che ha squassato il mondo dell’economia i valori tornano in primo piano.

Fino a quando tutto va bene si tende a dimenticare il dovere a favore del piacere: e il piacere, per decenni, è stato l’edonismo di un sistema dove consumare significava tutto e tutto aveva un prezzo, dove l’imperativo era arricchirsi e ogni mezzo era lecito per farlo.

C’era bisogno di un terremoto per comprendere che l’economia non può essere un valore assoluto, che i valori non sono solo quelli di borsa, che l’arricchimento esteriore è arido senza un corrispondente arricchimento interiore.

A quel punto, disorientati, anche i famelici manager di Wall Street si sono dovuti fermare. Alcuni di loro, di fronte a una crisi economica e morale, hanno percorso di nuovo le navate delle chiese dopo anni spesi nel sacro tempio della Borsa.

Di fronte alla desolazione, ci si è concentrati di nuovo su quel mondo di piccole cose che si erano perse di vista: la famiglia, i gesti, i pensieri.

E, non ultima, la fede. Che non è un valore come gli altri, ma un valore aggiunto in qualsiasi sistema.

Ora questo ruolo è stato riconosciuto anche da Napolitano. I media non hanno enfatizzato le sue parole, anche se suona strano sentire un gentiluomo laico e di tradizione comunista sdoganare la spiritualità e i valori che ne discendono: «Nella visione che ispira la Costituzione della Repubblica italiana noi riconosciamo pienamente che hanno una dimensione pubblica e un valore pubblico il fatto religioso e la presenza religiosa. Senza pericolose confusioni tra politica e religione nella piena autonomia dell’una e dell’altra sfera abbiamo bisogno di tale apporto».

C’è bisogno di fede. Una fede viva, vissuta, coerente. Una fede che, applicata, porta a una morale convinta, non ipocrita ma profonda, nella vita del credente. Una morale che si trasforma in etica, un comportamento corretto fatto di serietà e onestà nel campo professionale.

Ora è ufficiale: anche il Capo dello Stato ne riconosce il bisogno e chiama i credenti a una presenza cristiana concreta, quotidiana, capace di restituire dignità a un mondo senza valori.

“… E voi mi sarete testimoni”, disse Gesù ai suoi discepoli. Oggi il mondo, la società, le autorità – quel mondo, quella società, quelle autorità che fino a ieri sottovalutavano la fede  – ci invitano a non dimenticare quella raccomandazione.

Benedetti imprevisti

Com’è strana la vita. Ricorderemo il 2008 anche (o soprattutto?) per le immagini della drammatica crisi economica scoppiata negli USA: giovani yuppies escono mestamente, con uno scatolone in mano, da aziende che fino a poche settimane prima sembravano solidissime, e che in pochi giorni sono crollate miseramente lasciando sgomenti investitori e dipendenti.

Una consolazione per questi giovani rampanti è che negli USA la flessibilità nel mondo del lavoro è qualcosa di serio, non come da noi: chi è valido trova presto un nuovo posto, e riprende il discorso con nuove prospettive.

Di fronte a un trauma come quelli recenti, più di qualcuno ha pensato di cambiare vita. Panorama, per esempio, racconta la vicenda di Victor Miller, un credente evangelico impegnato come analista finanziario del settore dei media presso la Bear Stearns: quando ha perso il lavoro ha deciso «di farsi guidare dalla fede»: è diventato uno dei responsabili di GodTube, definito come «una sorta di YouTube del mondo cristiano».

«La fine della Bear Stearns – ha dichiarato – è stata come un lungo funerale, ma ogni perdita nasconde un’opportunità: per me si tratta della possibilità di conciliare le mie competenze lavorative con la mia fede cristiana».

E allora viene da pensare. Viene da pensare come troppi cristiani, anche coerenti nella loro vita di fede, non trovino il tempo di mettere le proprie competenze al servizio di Dio. Probabilmente vorrebbero, magari per qualcuno “sarebbe un sogno” poterlo fare.

Si sa, un professionista lavora 18 ore al giorno e poi c’è la famiglia, la vita di chiesa, un po’ di relax. Dove trovare il tempo per rendersi utili in base alle proprie competenze?

Eppure ce ne sarebbe bisogno. Eccome: sarebbe stato bello, in occasione di questa tempesta finanziaria, un commento stilato da qualche broker con un’etica evangelica, capace di spiegarci non solo come siamo arrivati fin qui, ma come possiamo uscirne cristianamente.

Sarebbe stato interessante, di fronte alle polemiche su staminali, morte assistita, testamento biologico, sentire una voce cristiana autorevole diversa, capace di dare una prospettiva evangelica su temi che ci coinvolgono, ci interrogano, ci lasciano perplessi.

Sarebbe stato interessante trovare professionisti validi, capaci di interpretare e presentare al meglio l’impegno di tante realtà evangeliche italiane, che per ingenuità o inconsapevolezza non sanno valorizzare il proprio lavoro.

Sarebbe stato interessante vedere un’azione comune, forte, mirata degli atleti cristiani per dare una risposta efficace alle tante domande esistenziali, morali, umane dei loro giovanissimi fan.

Sarebbe stato interessante questo, e molto altro. Eppure siamo tutti troppo impegnati.

Non possiamo farcene una colpa, è la vita: quella stessa vita che, ogni tanto, con un colpo di mano imprevisto ci lascia spiazzati, soli, improvvisamente liberi.

Liberi di scegliere se disperarci per quel che abbiamo perso, recriminando verso Colui cui dobbiamo tutto, oppure cogliere l’opportunità e mettere finalmente a disposizione degli altri i nostri talenti per creare un nuovo valore: un valore non soggetto ai rovesci della Borsa.

Un valore stabile. Anzi, in costante crescita.

Titoli etici

Nel corso della vita capita a quasi tutti, chi più chi meno, di mettere da parte qualche soldo. E a quel punto, soddisfatte le esigenze di base, si pone la questione di come investire questi risparmi per garantire il ritorno più ragionevole possibile.

Curiosamente però come cristiani ci preoccupiamo molto poco delle implicazioni etiche di queste scelte, preferendo puntare solo sull’opzione più redditizia e affidandoci al fiuto (e all’onestà) di un agente che non sempre ha i nostri stessi parametri morali.

Non si tratta di malafede quanto di disattenzione. Una disattenzione sorprendente, considerando che in altri settori la nostra soglia di attenzione è ben più alta: siamo sensibili alla provenienza dei prodotti alimentari; firmiamo petizioni contro la schiavitù moderna che, in alcuni Paesi dell’estremo Oriente, permette di produrre a costi irrisori; siamo capaci di indignarci perché un’azienda propone capi di abbigliamento realizzati grazie a manodopera minorile.

Eppure, per quanto riguarda i nostri fondi, ci accontentiamo di scorrere la colonna dei ricavi, senza chiederci chi abbiamo finanziato per raggiungere il nostro guadagno. Attraverso i cocktail azionari e obbligazionari potremmo aver finanziato un governo che discrimina i cristiani, oppure un’azienda che vende armi da guerra. O una banca che compie operazioni spericolate.

Che non sia solo un particolare secondario lo si può dedurre dagli ultimi rovesci di borsa: perché la mancanza di etica, l’avidità, l’estrema spregiudicatezza si ripercuotono non solo sui dipendenti ma anche, presto o tardi, sui risultati finanziari.

Nei giorni scorsi Pieremilio Gadda, dalle colonne dell’Osservatorio finanza etica, raccontava della ICCR, Interfaith Center on Corporate Responsability: un coordinamento interdenominazionale e internazionale di finanzieri con dei valori morali e spirituali. Si tratta di agenti finanziari di estrazione evangelica, cattolica, ebraica (ma anche di altre religioni e laici) che, attraverso una preparazione finanziaria e dei saldi principi, esercitano un attento controllo al comportamento delle aziende nelle quali investono per conto dei propri clienti. Insomma, un portafoglio titoli eticamente orientato, per il bene di tutti.

Uno degli affiliati, il pastore William Somplasky-Jarman, è stato addirittura il primo a intravedere il rischio-Lehman: la ICCR aveva fatto presente, con anni di anticipo, i rischi dei mutui subprime, ottenendo un impegno formale da parte della banca d’affari “a sviluppare migliori procedure di analisi nel settore del credito”. Promessa a quanto pare disattesa, con le conseguenze che sappiamo.

Perché l’ICCR ha udienza e credito, con le sue istanze e le sue richieste, anche presso i colossi? Per una questione di numeri: spiega Gadda che «i trecento investitori istituzionali che fanno capo alla coalizione internazionale, complessivamente, gestiscono un patrimonio di oltre 100 miliardi di dollari», che diventano 2-3 mila miliardi comprendendo le organizzazioni associate e affiliate.

Da noi i numeri sono diversi, e di conseguenza cambia anche il possibile impatto. Ma non è scontato che sia così. Non mancano gli investimenti e non mancano gli operatori finanziari attenti all’etica. Viene allora da pensare che se anche in Italia almeno coloro che si definiscono cristiani coerenti badassero al loro portafoglio titoli andando oltre i numeri, qualcosa potrebbe cambiare.