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Favole di Montana

Addio ad Hannah Montana, la ragazzina che per quattro anni ha accarezzato l’immaginario delle preadolescenti americane (e locali): conclusa la fortunata sitcom per limiti d’età, la ormai diciottenne attrice che la interpretava ha dimostrato di avere le idee chiare sul futuro. Così almeno si direbbe dal titolo dedicatole dal Corriere: “Miley Cirus, svolta sexy: finora mi hanno censurata”. E insiste, con vaghi accenti pensosi: “ogni donna deve poter diventare come vuole”.

Insomma, Miley-Montana “cerca di smarcarsi dall’immagine della brava ragazza-buoni sentimenti che la Disney le ha costruito addosso”, e comincia passando per “la nuova immagine aggressiva, i video sexy e le paparazzate studiate ad arte che la mettono su quel (pericoloso) percorso già fatto da Britney Spears, pure lei uscita dalla stessa fabbrica di idoli per teen”.
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Cambiamenti e ravvedimenti

Le cattive ragazze cambiano aria: un articolo della Stampa riferisce che personaggi come Amy Winehouse, Lindsey Lohan, Britney Spears, Paris Hilton hanno abbandonato gli eccessi che avevano fatto la gioia dei giornali scandalistici, e stanno cambiando (faticosamente) strada.

Amy Winehouse alla fine ha accettato di entrare in una clinica per disintossicarsi: ora si apre a un repertorio più romantico e vagheggia l’idea di trovarsi il classico “lavoro serio” aprendo un centro estetico, qualora decidesse di lasciare la musica.

La Lohan, dopo due arresti per guida in stato di ebbrezza (ma la definizione ufficiale, a quanto raccontano le cronache, è eufemistica: era proprio ubriaca fradicia), ha deciso di dire basta ai baccanali e alle nottate in giro per locali; cerca un lavoro “per pagare l’affitto”, dimostrazione che anche i ricchi vivono nel nostro mondo (anche se raramente piangono).

Di Britney Spears si è detto ampiamente: fatta di stupefacenti e cattive compagnie, spendacciona e seminuda (oltreché volgare, ma questo non è un reato), è stata tirata a lucido in una clinica di riabilitazione e ora porta avanti il suo tour mondiale controllata a vista dal padre, che le ha imposto un’ora di lettura biblica al giorno: e chissà se, nella migliore tradizione della scuola domenicale, dopo la lettura ne verifica anche l’apprendimento.

Paris Hilton ha trovato l’amore, ricambiata, e ha quindi smesso i panni della nullafacente metropolitana tutta capricci e leziosità per dedicarsi al suo lui: pensa al matrimonio, e per il personaggio è già tutto dire.

I bimbi crescono, e anche le bad girls, raggiunto un punto di rottura, devono decidere cosa fare. Un cambiamento radicale talvolta è l’unico modo per sopravvivere, specie quando lo stile di vita è più pericoloso di una passeggiata in autostrada.

Ciò che viene da chiedersi se si tratti di un vero cambiamento, o di una pausa tra due eccessi: rinsavire per non morire, prima di rituffarsi nelle vecchie abitudini ritrovando le vecchie compagnie.

Esperienze passate dimostrano che spesso è solo una questione di tempo. Senza una base solida anche il cambiamento più radicale non è destinato a durare. Senza la consapevolezza dei propri limiti, della sporcizia morale, del proprio fallimento interiore, è difficile ricominciare davvero da capo.

Dietro molti di questi cambiamenti sbandierati di fronte ai media non sembra esserci vera motivazione, ma solo una questione di sopravvivenza: cambiare vita per non morire, adottare una condotta salutista senza però toccare l’interiorità di una vita spirituale disastrata, ossia la principale causa di disagio.

Uno stile di vita più sano può aiutare a stare meglio, ma è il cambiamento interiore a portare felicità, serenità, pace.

C’è una bella differenza. La differenza che passa tra sopravvivere e vivere.

Una Bibbia per Britney

«Una punizione d’altri tempi per la cantante Britney Spears. La regina del pop dovrà leggere la Bibbia per almeno un’ora al giorno, al fine di rinsaldare i propri traballanti principi morali. La “condanna”, scrive il Daily Mail, le è stata imposta dal padre Jamie, che cura anche gli interessi economici della turbolenta cantante».

Pare che il padre Jamie abbia fissato per Britney «una serie di rigide regole di comportamento ad evitare che prenda una delle solite sbandate nel corso del suo ciclo di esibizioni, il tour “Circus Starring Britney Spears”».

Così «la obbliga a leggere la Bibbia per almeno un’ora prima di andare in scena», oltre ad averle vietato l’accesso al web.

Non vogliamo giudicare la decisione del padre, anche se dobbiamo rilevare che Britney continua a dare prova di un comportamento non proprio cristiano.

Naturalmente la lettura della Bibbia non dovrebbe essere una punizione ma un privilegio. Non va però escluso che, anche da una lettura incoraggiata, possa partire un cambiamento positivo.

Possiamo discutere sull’opportunità del provvedimento, ma certo non possiamo biasimare il padre per aver provato a cambiare la figlia. D’altronde, dopo averla vista coinvolta in una girandola di vicende non troppo felici tra divorzi, cause di affidamento dei figli, frequentazioni poco raccomandabili, dipendenze assortite, recuperi e ricadute, il signor Spears deve aver deciso di riprendere in mano la situazione per evitare che Britney arrivi a un punto di non ritorno.

Forse, nel tornare a fare il padre fuori tempo massimo, sarà stato mosso dalla consapevolezza di un fallimento educativo: in fondo la qualità di un genitore si valuta anche (o soprattutto?) per quel che il figlio diventa da adulto, quando ti lascia per altri lidi e magari rifiuta altri consigli da parte tua. Naturalmente le variabili sono molte, ma al momento dell’emancipazione si misura anche la qualità di un’educazione. Perché nuotare in mare aperto è ben diverso dall’esercitarsi in piscina con un istruttore pronto a riportarti a galla.

Dopo aver lasciato e quasi rinnegato la famiglia, Britney Spears è rimasta a galla decisamente poco. Naturalmente non è colpa sempre e solo dei genitori, anche se è sintomatico che la sorella di Britney, anche lei attrice, sia rimasta incinta ad appena 16 anni.

Non sappiamo se il signor Jamie sia stato un padre permissivo o rigido, né se abbia permesso a malincuore alla figlia di diventare la star di Disney Channel o se sia stato per lui un motivo di orgoglio (come tante mamme che spingono le figlie nel mondo dello spettacolo).

A dire il vero non sappiamo nemmeno quale sia la sua condizione spirituale. Sappiamo solo che sua figlia, nei momenti di lucidità, ha fatto spesso riferimento a valori cristiani («grazie per le vostre preghiere», aveva scritto ai suoi fan uscendo da una delle tante crisi) che rimanderebbero a un’educazione di stampo evangelico.

Sia come sia, nel tentare di riportare la figlia in carreggiata il signor Spears ha fatto una scelta estrema, ma forse l’unica che poteva fare in una situazione così drammatica: farla ripartire da capo. O meglio, dalla Bibbia.

Speriamo che funzioni.

L'ossessione del "dopo"

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.

L’ossessione del “dopo”

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.