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Valori di rigore

Secondo la maggior parte dei teologi e degli esegeti, la celebre frase di Gesù, «Non sappia la tua sinistra quel che fa la destra», non pare possa venire interpretata come un invito all’incoerenza.

Lo segnaliamo a beneficio dei vertici di una nota squadra di calcio, anzi, della squadra più titolata del nostro malandato Paese, dove il calcio si è affermato come il vero oppio capace di far dimenticare i problemi e i drammi della quotidianità, per lasciarsi cullare dalle gesta di campioni dal piede abile.
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Dietro la porta

Dal mondo del calcio arriva una storia dal sapore natalizio: Edwin Van der Sar, 39 anni, portiere olandese del Manchester United, «si ferma per stare vicino alla moglie, colpita da un’emorragia cerebrale», che verserebbe in condizioni molto gravi dopo un collasso.

Di solito le notizie sulla vita privata dei calciatori non sono particolarmente edificanti in termini di moralità e solidarietà: atleti che si vantano di centinaia di conquiste, che fanno mattina in discoteca, che spendono e spandono per garantirsi una superiorità almeno estetica rispetto ai loro fan e al resto del mondo.

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Cause perse

Povero Pato. Giovane calciatore del Milan, erede di quel Ricardo Kakà che se n’è andato (al Real Madrid) troppo presto, Alexandre Pato dà la scossa alla sua squadra in vista della partita-clou con i cugini dell’Inter.

E lo fa con un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport. «Che cosa darebbe per segnare all’Inter?», gli viene chiesto a un certo punto. Pato risponde secco: «La mia vita».

Perplessità del giornalista che replica: «Mamma mia, non le sembra un po’ troppo?» E Pato, di rimando: «No, perchè il calcio per me è la vita, è tutto».

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Una presenza eterea

«Non credo che accettino di vendere Kakà perché devono fare cassa, ma perché quando un giocatore chiede per due o tre volte di andarsene, alla quarta non lo puoi tenere». Lo dice oggi alla Stampa Demetrio Albertini, “senatore” del Milan con un’esperienza internazionale alle spalle.

Abbiamo parlato più volte del fuoriclasse milanista per la sua fede e la sua testimonianza cristiana, che l’ambiente calcistico, pur sorridendo a mezza bocca, ha dovuto rispettare  in ossequio alla qualità tecnica del personaggio. Da sempre il talento è una credenziale che giustifica ciò che suona anomalo o che non si sopporta: la fede di Kakà, il carattere difficile di Mourinho, l’atteggiamento irriverente di Gascogne.

Però la vicenda Kakà è ormai una telenovela dal finale annunciato. Se è questione economica, non si può che concludere con la cessione: il Milan potrà resistere alla prima offerta esorbitante, potrà declinare la seconda, ma prima o poi dovrà cedere.

Resta qualche dubbio sul problema di fondo che spinge il calciatore ad accettare di andarsene altrove. Difficile credere che riguardi i soldi: quando uno guadagna decine di milioni di euro all’anno può permettersi di dire no perfino a offerte da capogiro, e può farci addirittura una bella figura. È successo allo stesso Kakà l’estate scorsa, quando a offrire una cifra da capogiro è stato il presidente (musulmano) del Manchester City: dire di no è stato (oppure è sembrato?) un gesto di coerenza con il proprio credo.

Se il problema non è di natura economica, potrebbe riguardare l’ambiente: ma il calciatore vive a Milano dal 2003, e a quanto pare regge bene la metropoli, né pare abbia avuto il bisogno di trovare una villa fuori dal caos urbano, come altri suoi colleghi.

Che sia un problema di maglia? Anche in questo caso, la tesi è difficile da sostenere: fino a poche settimane fa il fuoriclasse ringraziava i tifosi e prometteva fedeltà, difficile che sia cambiato qualcosa.

Nemmeno il fattore-nostalgia ha qualche chance: ha con sé la famiglia, sua moglie e di recente perfino la sua chiesa brasiliana – non bastassero le decine di comunità evangeliche già presenti a Milano – ha aperto una filiale in centro città.

Forse il problema non esiste, e Kakà sente solo il bisogno di cambiare. Non sappiamo se lo farà: in caso avvenga, però, è probabile che la Milano non calcistica non ne risenta.

Sarà che si tratta di un personaggio globale e – di conseguenza – poco legato al locale, ma in questi sei anni in rossonero, fuori dal campo, la sua presenza è rimasta eterea.

Nonostante le sue forti convinzioni religiose, non si sono registrate da parte sua apparizioni a iniziative di carattere evangelico: mentre i suoi colleghi Atleti di Cristo girano l’Italia, partecipano a trasmissioni radiofoniche e televisive, visitano teatri e chiese, sponsorizzano missioni e iniziative di evangelizzazione, scrivono libri e incontrano la gente, lui è rimasto sempre in disparte.

Un altro stile, forse; sapere della sua fede ha incoraggiato molti, ma la Milano evangelica – quei credenti che sono stati fieri di poterlo annoverare come un “fratello”, e che dalla sua fede magari hanno tratto spunto per parlare di Dio ad amici e colleghi – lo avrebbe voluto abbracciare, ringraziare, salutare, una volta o l’altra. Con la scusa che l’avrebbero voluto tutti (e come dargli torto?), non lo ha visto nessuno. Una presenza incoraggiante, ma del tutto virtuale.

Da questo punto di vista Kakà possiamo dire che è già partito. O, forse, non c’è mai stato.

Chissà, forse Madrid gli sarà più congeniale. Speriamo. Dios te bendiga, Ricardo.

La semplicità della fede

È un Legrottaglie simpatico e umano, quello che emerge dall’intervista rilasciata dal calciatore al settimanale Panorama.

Un’occasione per chiarire il suo pensiero su Israele, dopo l’infelice uscita delle scorse settimane, ma anche per raccontarsi.

Scopriamo così che nel ritiro estivo della Juventus a Hong Kong non ha chiesto altro se non di poter entrare in una chiesa cristiana, o che in spogliatoio accetta di buon grado le canzonature da parte dei colleghi per la sua nuova vita da cristiano, dopo aver detto addio alla sua “vita sbagliata”.

Per il futuro non ha ancora progetti ma, confessa, «data la mia popolarità cercherò di portare la parola di Dio in giro per il mondo.
Qualcuno ha scritto che farò il sacerdote [pastore, ndr] ma non credo di esserne all’altezza. Seguo due associazioni, Missione possibile onlus e Compassion. Entrambe si occupano di adozioni. Mi piacerebbe fare di più per loro».

Insomma, dimostra di essere consapevole dei propri limiti, ma questo non gli impedisce di rendersi utile già oggi come sostegno alle missioni.

Soprattutto, Legrottaglie non si preoccupa delle gaffe e cerca ogni occasione per parlare di Dio: perché, dice, «sono talmente felice della mia condizione spirituale che non riesco a tenerla per me. Dio mi rende felice ed è inevitabile che gli altri se ne accorgano».

Una felicità difficile da trattenere, che lo spinge a parlare di Dio a tutti: viene da chiedersi quando sia stata l’ultima volta che abbiamo provato un sentimento simile nei confronti di Dio, della fede, degli altri.

Bravo Nicola: il suo atteggiamento sarà anche ruspante, a volte pure un po’ naif, ma ha colto il senso della vita cristiana. Chissà che il suo esempio non faccia ritrovare lo stesso entusiasmo anche a molti di noi.

Uscite a rischio

Ha fatto discutere, giovedì scorso, il commento di Nicola Legrottaglie sul conflitto mediorientale: il calciatore – evangelico – della Juventus ha dichiarato «Sapevo già che sarebbe successo, è una profezia della Bibbia. Il popolo di Israele era quello prediletto da Dio. Ma non l’ha riconosciuto e ora ne sta pagando le conseguenze».

Immancabile il vespaio di polemiche che ne è seguito, tanto da richiedere una precisazione da parte dell’atleta in una lettera pubblicata sullo stesso giornale il giorno dopo: «non era mia intenzione utilizzare la Bibbia per giustificare il conflitto in corso», ha spiegato Legrottaglie, precisando che «Lo Stato di Israele è un Paese che rispetto e che mi auguro possa trovare la pace».

Come ha affermato un giornalista di Radio24, “mettendola così, si giustifica tutto”: Israele non ha “riconosciuto Dio”, e quindi si è addossato tutti i mali di cui ha sofferto in questi ultimi due millenni.

Non ci addentriamo nella contesa: sulla questione si sono affrontati generazioni di storici e teologi ebrei, cristiani e laici, e non sarà certo un post di poche righe a dirimere la questione, con tutti i rischi che si corrono a generalizzare o a trarre conclusioni affrettate.

Ecco, appunto: ci sono temi di cui dovrebbero parlare gli esperti. Non i calciatori, e nemmeno i credenti, se non hanno competenze specifiche in materia. Naturalmente esiste la libertà di espressione, ma è necessario essere consapevoli che, avvalendosene, si corre il rischio di vedere il proprio pensiero frainteso, equivocato, distorto.

Con un pericolo ulteriore: le parole espresse nel momento, nel posto o nel modo sbagliato rischiano di compromettere quel che di buono si è detto, fatto, dimostrato fino a quel momento.

In questi mesi i giornali hanno testimoniato interesse e restituito una buona impressione per il cambiamento di Legrottaglie sul piano umano, morale, spirituale; la sua conversione ha fatto notizia, e il suo messaggio sull’importanza di rivolgersi a Gesù facendone il proprio salvatore ha avuto una risonanza notevole.

Nonostante questi risvolti positivi, non ci stupiremmo se da oggi Legrottaglie venisse ricordato per questa infelice uscita – che, alle orecchie di un pubblico distratto, può suonare addirittura antiebraica – più che per le belle dichiarazioni di fede date in precedenza. E non ci stupiremmo nemmeno se qualche malevolo (non sono pochi) cogliesse l’occasione per generalizzare: “gli evangelici, quelli che…”.

Sarebbe triste se una frase detta a cuor leggero si trasformasse in un pesante autogol.