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Dieci anni dopo

Risulta sempre un po’ retorico, e piuttosto pericoloso, parlare di decenni: come esseri umani facciamo difficoltà a ricordare i fatti dell’ultima settimana, e con fatica mettiamo insieme gli avvenimenti dell’anno, figurarsi il senso di inadeguatezza e l’angoscia nell’affrontare un periodo dieci volte più ampio.

Eppure, con il 31 dicembre 2009, si chiude il primo decennio del nuovo secolo, o – absit iniuria verbis – del terzo millennio. Un decennio è già un lasso di tempo che perde di vista la quotidianità per tendere alle unità di misura adottate dalla storia: in un decennio – specie in un decennio di un’epoca come questa – il mondo cambia significativamente.

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Cambiamenti e ravvedimenti

Le cattive ragazze cambiano aria: un articolo della Stampa riferisce che personaggi come Amy Winehouse, Lindsey Lohan, Britney Spears, Paris Hilton hanno abbandonato gli eccessi che avevano fatto la gioia dei giornali scandalistici, e stanno cambiando (faticosamente) strada.

Amy Winehouse alla fine ha accettato di entrare in una clinica per disintossicarsi: ora si apre a un repertorio più romantico e vagheggia l’idea di trovarsi il classico “lavoro serio” aprendo un centro estetico, qualora decidesse di lasciare la musica.

La Lohan, dopo due arresti per guida in stato di ebbrezza (ma la definizione ufficiale, a quanto raccontano le cronache, è eufemistica: era proprio ubriaca fradicia), ha deciso di dire basta ai baccanali e alle nottate in giro per locali; cerca un lavoro “per pagare l’affitto”, dimostrazione che anche i ricchi vivono nel nostro mondo (anche se raramente piangono).

Di Britney Spears si è detto ampiamente: fatta di stupefacenti e cattive compagnie, spendacciona e seminuda (oltreché volgare, ma questo non è un reato), è stata tirata a lucido in una clinica di riabilitazione e ora porta avanti il suo tour mondiale controllata a vista dal padre, che le ha imposto un’ora di lettura biblica al giorno: e chissà se, nella migliore tradizione della scuola domenicale, dopo la lettura ne verifica anche l’apprendimento.

Paris Hilton ha trovato l’amore, ricambiata, e ha quindi smesso i panni della nullafacente metropolitana tutta capricci e leziosità per dedicarsi al suo lui: pensa al matrimonio, e per il personaggio è già tutto dire.

I bimbi crescono, e anche le bad girls, raggiunto un punto di rottura, devono decidere cosa fare. Un cambiamento radicale talvolta è l’unico modo per sopravvivere, specie quando lo stile di vita è più pericoloso di una passeggiata in autostrada.

Ciò che viene da chiedersi se si tratti di un vero cambiamento, o di una pausa tra due eccessi: rinsavire per non morire, prima di rituffarsi nelle vecchie abitudini ritrovando le vecchie compagnie.

Esperienze passate dimostrano che spesso è solo una questione di tempo. Senza una base solida anche il cambiamento più radicale non è destinato a durare. Senza la consapevolezza dei propri limiti, della sporcizia morale, del proprio fallimento interiore, è difficile ricominciare davvero da capo.

Dietro molti di questi cambiamenti sbandierati di fronte ai media non sembra esserci vera motivazione, ma solo una questione di sopravvivenza: cambiare vita per non morire, adottare una condotta salutista senza però toccare l’interiorità di una vita spirituale disastrata, ossia la principale causa di disagio.

Uno stile di vita più sano può aiutare a stare meglio, ma è il cambiamento interiore a portare felicità, serenità, pace.

C’è una bella differenza. La differenza che passa tra sopravvivere e vivere.

Dietro la facciata

La Gran Bretagna si inchina davanti alla sua nuova diva, una anonima disoccupata quarantottenne che ha dapprima fatto sorridere, poi stupito e infine entusiasmato il pubblico televisivo.

Doveva essere una banale serata di nuove proposte per il programma “Britain’s Got Talent”, una sorta di “X factor” in salsa inglese dove aspiranti artisti di successo si esibiscono davanti a un pubblico in sala – e milioni di spettatori a casa – e a una giuria composta da tre esperti che, a differenza del programma nostrano, sono così giovani e fotogenici da sembrare finti.

Sabato sera, a un certo punto, sale sul palco Susan Boyle: 48 anni, goffa, vestitino a fiori e viso dai tratti ruspanti, poco consoni alla televisione di oggi: una sorta di Arisa più in età (e meno truccata).

Il suo ingresso solleva le risatine del pubblico e la perplessità dei patinati in giuria, un po’ come succede alla Corrida di fronte ai personaggi più improbabili: la signora Boyle è evidentemente fuori target, fuori età, fuori forma, fuori format, fuori tutto.

Dalle battute che scambia con i bellocci che ne dovranno valutare le capacità artistiche si dimostra spiritosa e, tutto sommato, a suo agio in un contesto dove sembra capitata per caso.

Lo scetticismo del pubblico e della giuria si spegne appena Susan attacca il brano: in barba a chi si aspettava una macchietta, la donna sfodera una voce limpida, intonata, potente, posata ma non artefatta. Che lascia letteralmente a bocca aperta i giurati, mentre il pubblico scatta in piedi a metà esibizione per una imprevedibile standing ovation.

Il successo della performance viene confermato nei giorni successivi, quando cinque milioni di navigatori si godranno la sua interpretazione da Youtube, tanto che i bookmaker ne prevedono la vittoria. Un vero tripudio che Susan ha accolto con sorpresa e, forse, un po’ di sollievo.

Chissà quanti le avranno sbattuto la porta in faccia, di fronte alle sue aspirazioni musicali accompagnate, ahilei, da una faccia un po’ così. Chissà quante delusioni. Chissà quanti agenti discografici, che magari fino a ieri avranno riso di fronte a quella donnona sgraziata e ai suoi demo, oggi si mangeranno le mani per non essersene accaparrati l’esclusiva.

Eppure sarebbe bastato ascoltarla. Sarebbe bastato non fermarsi all’apparenza, a quell’apparenza che è la chiave di lettura e il leit motiv di quest’epoca. Quell’apparenza che fa emergere i belli, a prescindere dalle loro capacità, e non offre alcuna opzione a chi – per scelta o per ventura – non rientra nei canoni.

Susan Boyle è una piccola, parziale, insignificante rivincita di chi si ritrova escluso, pur meritando un’occasione.

Ma è anche una lezione, per tutti noi. Perché, nonostante la storia e l’esperienza, ancora oggi tendiamo troppo spesso a giudicare dall’apparenza, e finiamo per non dare alla sostanza nemmeno il tempo di convincerci a cambiare idea.

Ci crediamo di larghe vedute, ma non lasciamo concludere un concetto. Ci consideriamo progressisti, ma non siamo in grado di ascoltare per intero un consiglio. Ci spacciamo per validi interlocutori, ma non siamo capaci di leggere con attenzione le ragioni altrui. Ci illudiamo di essere democratici, ma non garantiamo un’opportunità a chi ci sta di fronte.

E, quel che è peggio, spesso ci pregiamo di essere cristiani, ma non abbiamo ancora superato i pregiudizi più elementari.

Sì, di fronte al caso di Susan Boyle possiamo solo fare silenzio e ascoltare. La sua splendida voce e la sua lezione.