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Cameron e la felicità inattesa

David Cameron, leader conservatore inglese, ha perso nei giorni scorsi il figlio Ivan, sei anni, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia.

Nel ringraziare coloro che gli sono stati vicino, ha scritto tra l’altro: «Abbiamo sempre saputo che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all’improvviso… Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di lui ma almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi — Sam, io, Nancy ed Elwen — a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo».

Di fronte a una confidenza così sentita, suona ancora più blasfema la notizia che arriva dagli USA, secondo la quale «Una clinica della fertilità di Los Angeles, scrive il sito web della Bbc, ha iniziato a offrire la possibilità di creare bambini su misura: i genitori potranno scegliere sesso, colore degli occhi e dei capelli degli eredi. Il primo neonato su ordinazione sarà “pronto” il prossimo anno».

Sicuramente addomesticare la genetica adattandola ai nostri desideri di oggi può sembrare comodo, e forse perfino geniale. In fondo l’uomo del XXI secolo, nella sua infantilità, ha dimostrato di non saper resistere al richiamo del “tutto e subito”: si tratti di vita, morte, salute, ambiente, rapporti sociali o altro, abbraccia le scorciatoie con una superficialità sorprendente e senza curarsi per nulla delle possibili conseguenze. Salvo poi, naturalmente, recriminare contro la natura, contro Dio, contro il governo o contro qualunque cosa gli capiti a tiro.

Costruire un figlio su misura, come si fa da tempo per i cani da concorso, sarà forse anche un progresso e una soddisfazione per qualcuno. Ed è certamente vero che, per quanto la sofferenza sia parte della nostra vita, non siamo nati per soffrire.

Eppure, ripensando al dramma di David Cameron, non possiamo non concludere che la vera felicità, per un cristiano, non stia tanto nel poter decidere, quanto nel saper accettare.

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Nomi da cani

Un commerciante marocchino porta una donna milanese davanti al Tribunale degli animali di Milano per una questione… da cani: la richiesta è «che la signora cinquantenne di religione cristiana cambi il nome al suo Mosè in quanto – a suo dire – nasconderebbe un richiamo religioso offensivo per la sua persona».

Farà sorridere, ma è successo davvero, in seguito a una scaramuccia (tra cani, e poi tra proprietari) a Parco Sempione.

Sia chiaro, non è il caso di avviare crociate: abbiamo problemi ben maggiori e motivi di indignazione molto più pressanti.

Dobbiamo però confessare che non ci ha mai convinto l’idea di chiamare un cane con il nome di un essere umano: sarà pure il migliore amico dell’uomo, ma resta un animale, e suona piuttosto bizzarro, al parco, sentirsi chiamare e scoprire che invece il richiamo era rivolto a un setter.

Qualche malizioso ricorderà che ormai sono gli uomini a usare nomi da cani, a partire dai nomi che i personaggi famosi impartiscono ai loro figli per concedersi qualche minuto di visibilità ulteriore.

Difficile darsi una regola quando non c’è più logica né buonsenso.

Eppure, nonostante questo – e forse proprio per compensare queste assenze – non dovremmo transigere da un punto fermo: il rispetto.

Si può non amare, ma non è giusto illudere chi ama. Si può non credere, ma è opportuno non offendere chi crede. Forse la richiesta del signore musulmano è strumentale e un po’ capziosa («alquanto stranuccio che a chiedere il cambio di nome non sia un cittadino di fede ebraica, bensì un musulmano», commenta La Stampa), ma molti altri avrebbero potuto fare la sua stessa osservazione: perché chiamare un cane con il nome di uno tra i più grandi profeti della Bibbia, padre della nazione ebraica, tra i personaggi biblici più ammirati anche in ambito cristiano?

Forse manca la fantasia per inventarsi qualcosa di diverso. O, forse, la risposta è ancora più agghiacciante, ma non così improbabile nel nostro paese: la signora ha dato al suo cane quel nome ignorandone l’origine biblica, convinta che si trattasse semplicemente di un personaggio di fantasia, protagonista di quel cartone animato così di moda qualche anno fa.