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La fede di Enzo Jannacci

Sulla fede di Enzo Jannacci avevamo già avuto modo di riflettere qualche mese fa, e già in quell’occasione eravamo rimasti piacevolmente sorpresi sulla sua sensibilità per la figura di Gesù.

Ora, in un’intervista ad Avvenire, il medico cantautore parla a tutto campo delle origini e degli sviluppi della sua ricerca spirituale: scrive Paolo Viana, che lo ha intervistato, che Jannacci «A settantaquattro anni è un uomo che parla con Cristo, che lo cerca ogni giorno, perché – ci dice – ne ha “un gran bisogno”», e se «non ha ritrovato la fede» è «semplicemente perché non l’ha mai perduta: “Credo molto in Dio, ci parlo e non sono mai stato ateo“».

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Jannacci, il laico imprudente

Interessante l’intervista di Enzo Jannacci pubblicata oggi sul Corriere in relazione al caso di Eluana Englaro: il cantautore, di professione medico, nonostante si definisca “ateo laico molto imprudente” offre alcune riflessioni profonde e, nella loro sostanza, molto cristiane.

«Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l’alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale», spiega a Fabio Cutri. Non se ne può fare una questione di tempo: diciassette anni di coma sono tanti, riflette Jannacci, «ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».

Jannacci avverte anche che, quando si parla di casi come questo, si fa un uso superficiale e irresponsabile dei termini: «Piano, piano… inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l’idea di non potergli più stare accanto».

Lo dice senza dimenticare la sofferenza di Beppino Englaro («Bisogna stare molto vicini a questo padre»), ma ricordando anche che «la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque».

Da laico, Jannacci non rifiuta l’idea di anticipare la morte per alleviare il dolore, «ma – confessa – anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover “staccare una spina”: sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».

E a chi mette in dubbio la propria dignità di uomo a causa della malattia cercerebbe «di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza».

Sarà che, per carattere,  è l’antitesi del dr. House («In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti”»), però si percepisce, in questa sua posizione, anche qualcosa di più, una sensibilità particolare per “la figura del Cristo” che, spiega Jannacci,  «In questi ultimi anni è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Sì, più si rileggono e più ci si rende conto che sono parole decisamente inusuali per un “ateo laico molto imprudente”. E, forse, anche per qualche cristiano.