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Il giusto atteggiamento

Il terremoto ad Haiti è all’ordine del giorno sui quotidiani, sui siti, nei telegiornali.

Una tragedia immane e ancora difficilmente quantificabile che ha visto scattare subito la solidarietà del mondo intero, rimasto scosso da un dramma che – riflette Gramellini sulla Stampa – si teme possa un giorno toccare anche a noi.

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Albergare angeli

Forse la signora Antonietta Curcio non lo sa, ma dietro al suo gesto – raccontato dal Corrierec’è qualcosa di biblico.

60 anni, salernitana di origine ma da quarant’anni albergatrice a Rimini, da quattro anni, nella settimana più fredda dell’anno, la signora riserva il suo hotel ai bisognosi: barboni, senzatetto, ragazze madri. Trentatré camere tutte per loro, colazione a buffet e personale inclusi.

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Il natale che non è

La migliore riflessione relativa a questo natale probabilmente l’ha scritta Claudio Magris, intellettuale laico, che lunedì 21 sul Corriere rifletteva su “Il natale e l’obbligo della felicità” (l’intervento completo è qui).

«A Lima – scrive Magris -, negli ultimi anni, durante la settimana di Natale la percentuale dei suicidi aumenta del 35%… Natale è una celebrazione degli affetti familiari, di una raccolta felicità, e chi se ne sente privo o povero ne soffre certo sempre, ma particolarmente in quei giorni. Giorni in cui si ostenta quel calore che gli manca e la cui mancanza si fa più acuta e talora insostenibile. Quel 35 per cento in più di morti disperati pesa come un dies irae».

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Quei bisogni fraintesi

Tutte le testate hanno riferito della retata che, a Bari, ha portato in carcere sette persone accusate di concedere prestiti a usura.

Si tratta di un reato odioso, dato che l’usuraio approfitta senza scrupoli del bisogno altrui; in questa vicenda, poi, l’azione viene resa ancora più odiosa dal fatto che i prestiti venivano concessi ai “poveri”. Così, almeno, precisano i giornali.

Il dato, di per sé, suona quasi superfluo: di solito chi può garantire un certo reddito o possiede beni immobili non ha bisogno di prestiti, e se ne ha bisogno riesce a ottenerli da una banca, senza passare le forche caudine di un prestito sottobanco a tassi da capogiro.

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Tra parole e concretezza

La crisi colpisce tutti e ovunque. Ma non tutti la sanno affrontare allo stesso modo. Paradossalmente sono coloro che hanno sempre lavorato seriamente e serenamente, con un codice d’onore e un certo ordine di valori, a sentirsi spiazzati. Ci sono coloro che, di fronte alla perdita del posto di lavoro, vanno a bussare alle organizzazioni di carità per chiedere una mano. E ci sono coloro che non hanno il coraggio di farlo per un imbarazzo che può essere erroneamente scambiato, a prima vista, per orgoglio, ma che è solo vergogna per la propria condizione.

Fa riflettere un passaggio del servizio che Panorama ha dedicato ai tanti che, anche in una regione insospettabile come il Veneto, si ritrovano in questa situazione.

Racconta un sacerdote: «Un mio parrocchiano ha perso il posto da impiegato, ma non ha avuto il coraggio di confessarlo in famiglia. La mattina fingeva di andare al lavoro, in realtà usciva di casa per cercarne un altro. Alla fine la moglie l’ha trovato in garage che piangeva nell’auto. E ha capito. Purtroppo la nostra gente non è pronta per questa guerra».

C’è da chiedersi se, di fronte a drammi umani e familiari come questo, i cristiani debbano fare qualcosa, o debbano considerare sufficiente la loro preghiera. Se un aiuto concreto a vicende come questa non sia l’inizio di un’evangelizzazione efficace – forse la più efficace, perché la più umana e amorevole -.

Una persona che si trova in queste condizioni ha bisogno di aiuto. Non di un “Dio ti benedica”, ma di un sostegno concreto e costante.
Non ha bisogno solo di un lavoro, ma di capire come affrontare l’emergenza. Come ripensare il proprio bilancio familiare con la giusta oculatezza. Come riconciliarsi con un mondo del lavoro ostile per chi ha un’età in cui si dovrebbe poter sperare nella serenità. Come ritrovare la fiducia nei valori di una vita che è crollata.

Ecco: un aiuto cristiano, in momenti simili, dovrebbe essere anche questo. Perché, nel momento del bisogno, il vangelo non può essere solo parola.