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Tanti, ma felici

Cinquecento persone, lo scorso fine settimana, hanno partecipato alla festa dell’associazione nazionale famiglie numerose: si è svolta per la seconda volta in Veneto, in provincia di Vicenza, e ha dato ai presenti modo non solo di incontrarsi, ma anche di confrontarsi su temi di interesse comune.

Deve essere una bella sfida, quella di una famiglia numerosa. La giornalista del Gazzettino che ne parlava in questi giorni segnala appartamenti dove c’è “più disciplina che in una caserma”. Grazie al racconto di altri diretti ineressati sappiamo di famiglie di sei, sette, nove, anche quattordici persone dove il menage quotidiano non si riduce all’anarchia più totale, ma dove tutti aiutano tutti, in una economia di scala che vede tutti responsabili e nessuno escluso dalle scelte della famiglia.

Probabilmente i ragazzi non avranno tutti il cellulare, né vestiti firmati, e forse nemmeno abiti alla moda, e si dovranno accontentare della felpa già portata dal fratello maggiore (e magari anche più di uno). Eppure difficilmente si sentiranno questi ragazzi diffondersi in lamenti.

Colpisce che alla festa di Montecchio Prealcino si trovavano “bambini molto educati… senza un grido né un pianto”. Torna subito in mente, per contrasto, un qualsiasi intervallo scolastico tra due ore di lezione. O gli appartamenti dove i nostri vicini allevano figli assenti, pigri, insoddisfatti, senza uno stimolo capace di smuoverli, eccezion fatta per la suoneria del cellulare o l’ultimo modello di playstation.

Al contrario di loro, le famiglie numerose non possono offrire un doppione a ogni figlio: le bici saranno limitate, i pattini pure, e per potersi esercitare bisognerà – come accadeva prima degli anni Ottanta – imparare ad aspettare con pazienza il proprio turno, senza puntare i piedi o scadere in isterismi da tutto e subito.

Eppure parliamo di famiglie con un ampio numero di figli: forse questi genitori coraggiosi avrebbero qualche ragione per considerarsi giustificati nel vedere la prole crescere trascurata. Invece no. Educati, silenziosi, altruisti.

Allora viene da pensare che la famiglia numerosa sia una scuola di vita. Che non largheggia nel lusso, ma forma in maniera efficace. Forse i genitori non tornano a casa stanchi sentendo il diritto di estraniarsi per riprendersi dalle fatiche del lavoro, e si mettono invece a disposizione delle esigenze familiari. Forse i figli sanno che non possono aspettare la cena con l’indolenza della generazione youtube, ma devono collaborare, per quanto possibile, alla preparazione del pasto. Forse, rendendosi conto che la situazione non permette di tirare avanti da soli, tutti sono più disponibili ad aiutare l’altro. Sapendo che gli spazi sono limitati, tutti sono più sensibili nell’agevolare le esigenze altrui. Sapendo che i soldi non bastano davvero mai – e non solo come luogo comune di un’Italia che non sa più dove spendere – si impara ad amministrarsi in maniera ragionevole e ad accontentarsi.
In una famiglia numerosa la vita è un’avventura quotidiana: si vive stretti, ma felici.

Una famiglia numerosa è un limite o un punto di forza? Il gioco vale la candela? Lasciamo a voi le conclusioni.

Probabilmente però se la nostra società somigliasse a una famiglia numerosa vivremmo tutti meglio.

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Dal dire al fare

Norme sempre più severe per chi guida: il governo – o, piuttosto, un sottosegretario che ha approfittato del silenzio ferragostano per ottenere il suo quarto d’ora di celebrità – starebbe per emanare nuove norme contro gli eccessi di velocità, l’uso del cellulare alla guida e il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza. Non solo: potrebbe diventare più difficile ottenere la patente, rinnovarla, recuperare i punti perduti.

Per quanto riguarda il telefonino – una delle passioni nazionali – si minaccia addirittura l’obbligo del viva voce, perché sembrerebbe che perfino l’auricolare costringa a distrarsi troppo.

Se saranno solo boutade agostane o proposte concrete, lo vedremo a settembre. Resta, in questo ultimo scorcio d’estate, qualche domanda.

Ci si dovrebbe domandare il senso dell’annuncio anticipato, che di solito non corrisponde mai nella sostanza alla legge effettivamente approvata.

E ci si dovrebbe domandare anche se inasprire le leggi non sia un triste retaggio di altri tempi e altre culture, di quelle gride manzoniane incapaci di farsi rispettare.

Una democrazia seria non si distingue per la quantità di leggi, ma la certezza del diritto: poche norme, semplici e fatte rispettare.

Ecco, forse il problema è proprio qui. Fate un banale esperimento: verificate quanti rispettino ancora il divieto di uso del cellulare alla guida. Noi ne abbiamo contati un po’ troppi, anche tra quegli stessi elementi che dovrebbero rappresentare e garantire la sicurezza. Ci siamo sentiti delusi, e anche un po’ presi in giro.

Francamente non sembra che le leggi non ci siano, o non siano adeguate. Basterebbe renderle efficaci, magari sostituendo gli annunci con qualche banale, sporadico, doveroso controllo.

Altro che spot

Il recente rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione ha proposto interessanti riflessioni relative ai nuovi mezzi e alle modalità d’uso.

Come segnala il quotidiano Avvenire, si è scoperto che i giovani “divorano tutto quello che è comunicazione”, con un “nomadismo mediatico disincantato”. Spesso non trovano quel che cercano, e questo li porta a essere particolarmente versatili sul fronte della cross-medialità: si trovano a loro agio con Internet, cellulare, tv, ma anche radio, quotidiani e perfino con i libri, che hanno ripreso a leggere con un certo ritmo.

In generale si è riscontrata una scollatura tra gusti degli utenti e proposte dei media, che non si sanno adeguare in particolare alle esigenze dei giovani.

Il fruitore del Ventunesimo secolo esige contenuti sempre più personalizzati: dopo la fase adolescenziale di omologazione, dai 19 anni “si registra un aumento dell’individualismo nella fruizione dei media”, e questo si scontra con i mezzi di comunicazione che invece non hanno “alcuna reale percezione di quello che i giovani desiderano”.

L’unico settore che è stato capace di fiutare il vento e adattarsi, riposizionandosi con proposte adatte al nuovo contesto, è stato quello della pubblicità: sempre più precisa, sempre più personalizzata, e nel futuro lo spot si preannuncia “sempre più capillare, targhettizzante, pervasivo”.

Forse a volte dovremmo prendere esempio da ciò che di buono la pubblicità insegna. Non ci riferiamo, naturalmente, alla tendenza della pubblicità a banalizzare e semplificare il messaggio in maniera impropria o fuorviante: ma non possiamo non riconoscere ai guru della réclame una capacità di adattamento, una creatività, una sensibilità nell’anticipare i tempi e le tendenze, nello scoprire i mezzi più adatti, nel proporre il messaggio nella maniera più efficace per il singolo utente.

Nel corso dei decenni i pubblicitari hanno affinato in maniera sorprendente la capacità di fare comunicazione di massa pur tenendo conto delle categorie, dei target, delle necessità, degli interessi specifici. In poche parole: la capacità di raggiungere tutti, ma uno per uno.

Visto un tanto, considerarli con sufficienza semplici “venditori” sarebbe riduttivo, oltre che spregiativo, e testimonierebbe l’incapacità di applicare, o anche solo di cogliere, questioni essenziali con le quali ogni buon comunicatore – dal giornalista al documentarista, dal missionario alla chiesa – deve dominare per raggiungere il proprio obiettivo.