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Ricerche a tema

Focus riporta la notizia di una ricerca danese secondo la quale «Davanti al fascino di personalità carismatiche il nostro cervello sembra rinunciare a ogni forma di difesa».

Pare infatti che «alcune aree del cervello – parti della corteccia cingolata anteriore e prefrontale – responsabili del nostro scetticismo e sentimento di vigilanza… se persuase dalle parole di supposti guaritori o profeti… sembrano diventare meno attive».

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La stagione della pazienza

Adotta un anziano: questa la proposta del Comune di Milano, convinto che “l’affido allunga la vita”. L’iniziativa, avviata in via sperimentale una decina di anni fa, si apre ora a tutte le famiglie desiderose di rendersi utili adottando virtualmente un nonno o una nonna.

L’idea nasce dalla constatazione che nel capoluogo lombardo gli over 65 sono il 24% della popolazione, e che uno su tre (quindi, almeno l’8% dei milanesi) vive in condizioni di solitudine. Da qui l’intenzione di valorizzare un progetto già esistente, in base al quale affidare a famiglie disponibili (e selezionate) gli anziani soli, offrendo nel contempo alle famiglie coinvolte un bonus di duecento euro al mese.

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Successi condivisi

Sembra una di quelle storie da sogno americano: una chiesetta di campagna (la Sherwood Baptist Church di Albany, in Georgia) decide di impegnarsi a produrre film capaci di enfatizzare i valori cristiani.

Il primo lavoro della Sherwood Pictures, Flywheel, costa ventimila dollari, un’inezia, e parla di un venditore di auto poco corretto, che trova la fede e abbandona i maneggi poco trasparenti. Il secondo prodotto, Facing the giants, racconta la classica vicenda della squadra giovanile poco quotata che arriva in finale grazie a un allenatore con pochi trofei in bacheca ma molta fede. Il film viene adocchiato dalla Sony, grazie anche a una polemica che offre una visibilità notevole alla pellicola: la censura statunitense decide che il film non è adatto ai minori non accompagnati (una sorta di V.M. 14 in salsa USA), facendo parlare i media della vicenda.

L’ultimo film, per ora, è Fireproof, ed è il primo girato con un budget ragionevolmente vicino a quello di un film “vero”: 500 mila dollari, tirati fuori dalla Sony, che ha tra l’altro messo in contatto la casa di produzione di Albany con Kirk Cameron, già noto per la serie tv “Genitori in blue jeans”, e da tempo ormai impegnato in pellicole cristiane (basti ricordare la serie Gli Esclusi). La pellicola racconta di un pompiere e della sua relazione matrimoniale in crisi, che viene salvata grazie a un percorso di coppia basato sui principi biblici.

Fireproof, in un paio di settimane di proiezione, ha superato i 12 milioni di dollari al botteghino. Naturalmente il successo è frutto anche di un impegno capillare delle chiese, che – contrariamente a quanto avviene ad altre latitudini – hanno saputo cogliere il messaggio positivo del film senza formalizzarsi sulla denominazione dei produttori, e hanno portato al cinema amici e colleghi, specie quelli – e, a quanto pare, non sono pochi nemmeno negli USA – con matrimoni a rischio.

Non sappiamo se Fireproof arriverà in Italia, dopo la fugace apparizione nel 2004 al Sabaoth Festival del cinema cristiano; certo sarebbe utile. Sarebbe però significativo se, quantomeno, la vicenda potesse insegnare un paio di cose.

Primo, che non servono grandi mezzi per arrivare a grandi risultati: bastano grandi competenze e una buona costanza.

Secondo, che la disponibilità a riconoscere l’impegno e la riuscita dell’altro può diventare un successo anche per noi, se non ci ostiniamo a guardare dall’altra parte ogni volta che sentiamo l’odore di una parrocchia diversa.

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AGGIORNAMENTO – la solerte Chiara Giacomini mi segnala che Affrontando i giganti è da
tempo disponibile in  italiano, distribuito dalla Sony Pictures: «un film a tutti gli effetti trattato come “cinema normale”: si trova anche da Blockbuster ed è acquistabile via internet».

L'ossessione del "dopo"

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.

L’ossessione del “dopo”

“Salto nel buio dopo il successo”: è il titolo di un articolo di Panorama su come “le star che non riescono a gestire la fama sono sempre più numerose” in tutti i settori, dal cinema alla musica, dallo sport alla letteratura.

Come Mickey Rourke, che secondo il suo ultimo regista, Darren Aronovsky: «non ha saputo sostenere il peso del suo successo. Tanti giovani attori si sono autodistrutti, almeno lui non è morto».

Il percorso è simile per tutti: «Prima godono di una manna improvvisa, poi subiscono sbalzi d’umore, depressione e attacchi di panico che talvolta si accompagnano a droga, alcol e chi più ne ha più ne assuma. I casi recenti sono decine».

Paura del successo per la popstar Robbie Williams e la cantante Duffy («Ho voglia di nascondermi, di scomparire da tutto e da tutti, mi sento sopraffatta»), depressione per l’attrice Kirsten Dunst, mal di vivere per il calciatore Adriano, alcol e vita sregolata per Britney Spears.

Il problema per tutti è il “dopo”: «Sono persone il cui unico punto di riferimento è la stella polare del successo» commenta Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico). «E quando lo raggiungono scoprono un vuoto d’identità con frustrazioni insopportabili».

Giuseppe Vercelli, docente di psicologia dell’Università di Torino (Suism), spiega che gli atleti «Si fanno fuorviare dalle questioni esterne legate alle prime glorie. Si può perdere di vista il proprio percorso, con le conseguenze su prestazioni e psiche che ciò comporta». Un rimedio? «Considerare il successo come un percorso a tappe. Dopo l’apice c’è sempre un dopo».

«L’emozione di un successo spesso è seguito da un senso di vuoto, di esaurimento» spiega ancora lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. «Lo stress si trasforma da positivo in negativo con conseguenze come depressione o attacchi di panico. Poi c’è chi ha avuto successo e vive nell’ansia di mantenere prestazioni super».

Sembrerà paradossale, e forse a qualcuno farà anche un po’ rabbia: si tratta di personaggi che hanno tutto ciò che un comune mortale può immaginare e invidiare, eppure si sentono vuoti. Con il risultato di lasciarsi andare, o di cedere a eccessi sempre più pericolosi, o di dare corpo a decisioni disperate.

Ma sbaglia chi pensa che sia un problema riservato ai “big”. Il vuoto della vita viene percepito, in misure e in modi diversi, da ognuno di noi, e ognuno di noi tenta di dare una risposta soddisfacente a questa fame interiore.

Cercare le risposte in una serie di traguardi volanti non risolve il problema: si limita a spostarlo più in là. E più in là continuerà ad aspettarci, sornione e implacabile, insieme alle sue domande esistenziali.

Come risposta non si accontenterà di un carnet o di un curriculum. Non conta quel che possediamo né quel che facciamo, ma quel che siamo. Conta la direzione di quel percorso chiamato vita.

I drammi dei personaggi celebri testimoniano che successo, ricchezza, potere non sono la risposta. A margine di un risultato, di un traguardo, di un obiettivo raggiunto c’è sempre un “dopo” da affrontare.

Un “dopo” che non si può comprare, affascinare, comandare. Un “dopo” dove siamo tutti uguali, dove non si bara. E dove quelle domande si fanno più angoscianti che mai.