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Il perdono di Erba

Di Carlo Castagna probabilmente pochi ricordano il nome. Molto più noto il volto sofferente che abbiamo visto su tutti i canali televisivi a margine della triste vicenda che, l’11 dicembre 2006, lo ha privato in un colpo solo di moglie, figlia e nipotino.

Sì, Carlo Castagna è la principale vittima della strage di Erba, il frutto della follia di due vicini di mezza età – così almeno ha stabilito il giudizio di primo grado – che in quel dicembre di tre anni fa uccisero quattro persone, misero in fin di vita una quinta e diedero fuoco a un appartamento. Senza plausibili motivi, ammesso ne possano esistere per un gesto simile.

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In mancanza di meglio

Si può essere fan di un fuorilegge? Certo che si può: l’ultimo caso, in ordine di tempo, è William Stewart, “Billy il fuggitivo”, «il ladro diventato celebre in Nuova Zelanda per le fughe spettacolari e per l’abitudine di rubare cibo da case di campagna, incidendo poi col coltello messaggi di ringraziamento sul tavolo di cucina».

Da quando si è dato alla macchia, a febbraio, «ha raggiunto una certa notorietà, ispirando una serie di magliette con la sua immagine, una canzone in suo onore e diversi siti di ammiratori su Facebook». È stato preso oggi nell’ennesima fattoria, dove cercava di prelevare una moto. Dopo un’ultima fuga, Billy «non ha opposto resistenza e sembra aver accettato la sconfitta».

Raccontata così, sembra quasi la storia di un ladro gentiluomo, nato dalla penna di qualche autore ottocentesco. Quel che viene da chiedersi è come mai abbia attirato l’attenzione e la stima di così tante persone, che probabilmente non avrebbero apprezzato il personaggio se avesse sottratto viveri o altri beni da casa loro. Facile parteggiare per un ladro, fino a quando esercita dall’altra parte del mondo.

Ma non è solo una questione di distanza. L’essere umano è attirato dal bene: lo testimonia il suo desiderio di migliorare la propria condizione e la continua ricerca di qualcosa che lo soddisfi. Allo stesso tempo, però, è anche affascinato dal male. Che, a valori invertiti, è comunque un’eccellenza di cui ci si può infatuare in assenza di un progetto di vita convincente.

William Steward è l’antieroe ideale per una società a modo: ladro ma non troppo, fuorilegge ma educato, fuori dalle regole ma senza raggiungere gli eccessi di un assassino.

Tutto sommato ci piace pensare che sia uno di noi, e ci piace proiettare su di lui i nostri sogni mai realizzati: è uno che ha avuto il coraggio di osare una vita diversa, libera da quelle comodità e da quelle convenzioni che noi abbiamo accettato – e a cui, naturalmente, non rinunceremmo mai – ma che non perdiamo occasione di criticare.

E allora sì, un personaggio catartico come Steward diventa una utile valvola di sfogo, in mancanza di meglio.

Obiezione, vostro onore

Scrive La Stampa che «Vendere on-line semi di cannabis e materiale per la coltivazione della canapa indiana non istiga all’uso illecito delle droghe, anzi è un’attività protetta dall’articolo 21 della Costituzione per il quale “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. E così la Corte d’Appello di Firenze, rende noto l’associazione dei consumatori Aduc, ha annullato la sentenza di primo grado con cui era stato condannato il gestore di un negozio on-line di semi di cannabis e materiale per la coltivazione come fertilizzanti e bilancini».

Il ragionamento della Corte d’Appello di Firenze è chiaro: vendere semi di canapa è come vendere un coltello da cucina. Peccato che le opportunità di uso pacifico di un coltello da cucina siano numerose, mentre i semi di canapa riportino alla mente – noi, maliziosi – sempre a un uso specifico, che non è propriamente quello terapeutico.

Il sottosegretario Giovanardi si dice “allibito” per la sentenza, che peraltro vanifica un ampio impegno sul fronte della prevenzione e della lotta alle sostanze stupefacenti messo in atto in questi ultimi mesi.

I giudici sono un’autorità, e alle autorità il cristiano è chiamato a sottomettersi; di conseguenza le sentenze vanno rispettate anche quando non piacciono.

Con tutto il rispetto dovuto, quindi, ci permettiamo solo tre innocue obiezioni, lo facciamo perché siamo preoccupati.

L’interpretazione letterale, farisaica (absit iniuria verbis) di una legge comporta l’allontanamento da quello “spirito della norma” il cui rispetto viene indicato dai libri di legge come lo scopo ultimo del giudice.
Perdere di vista questa concezione ed elevare a idolo un singolo articolo non può non turbare l’ingenuo cittadino che, da una corte, si aspetta giustizia, non giurisprudenza.

In secondo luogo è una questione di coerenza: il lunedì ci troviamo a piangere i ragazzi morti in seguito a un incidente causato dall’uso di sostanze stupefacenti; il martedì sentiamo annunciare campagne contro l’uso delle droghe; il mercoledì leggiamo sentenze che, indirettamente, danno alla società un segnale diametralmente opposto, giungendo a usare la Carta costituzionale per giustificare la vendita di prodotti quantomeno sospetti.

A non voler essere malevoli, ci viene da pensare che sia un problema di comunicazione. Per questo sembrerebbe il caso che i poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario e chi ha il compito di dare loro applicazione – instaurassero tra loro un sano dialogo.

D’accordo, scherzavamo: probabilmente è un’utopia, stretta tra interessi di parte e chi agiterà lo spettro del pensiero unico; eppure non possiamo fare a meno di pensare che un dialogo aiuterebbe a evitare contraddizioni, equivoci e magari anche sprechi di risorse.

D’altronde non è un mistero per nessuno il fatto che a colpi di leggi non condivise, o di sentenze creative, non si va da nessuna parte.
E forse è davvero il momento di comprendere in quale direzione vogliamo indirizzare questo malandato Paese.