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Verità di troppo

150 ore di registrazioni e 30 mila pagine di documenti inediti, recentemente resi pubblici dalla Biblioteca presidenziale americana di Yorba Linda, in California, gettano nuove ombre su Richard Nixon.

Se il presidente, sul piano pubblico, viene già ricordato per lo scandalo Watergate che lo costrinse a dimettersi, ora si trova a fare i conti anche con rivelazioni su conversazioni private che, certo, non migliorano la sua immagine.

Scrive La Stampa che «Se c’è un filo comune nei documenti declassificati è aggressività e disprezzo di Nixon, verso gli amici come per gli avversari».

Insomma, nastri e carte rivelano un Nixon cinico, spregiudicato, insofferente verso le obiezioni da qualunque parte venissero. Niente di strano per un politico, a dire il vero.

Quel che lascia perplessi è il senso dell’operazione. Andare a pescare nella posta altrui è sempre pericoloso, e scrutare nell’intimità della vita familiare può provocare forti delusioni anche quando si tratta di grandi uomini: figurarsi quando lo si fa con un uomo pubblico che, per arrivare dove è arrivato, deve aver ceduto a una pioggia di compromessi.

È vero che, biblicamente parlando, “nulla è destinato a rimanere segreto”, ma forse dovremmo chiederci se la luce alla quale vogliamo portare il comportamento delle persone sia la luce cristiana o una luce guardona.

Certo, la verità deve emergere. Ma dovremmo chiederci a cosa facciamo riferimento quando parliamo di verità e, soprattutto, quale sia lo scopo della presunta verità di cui ci ergiamo paladini.

Anche chi spettegola, di solito, si difende esclamando “ma è la verità!”: se nulla deve restare segreto, allora il gossip è attività benemerita, e i ficcanaso sono i nuovi moralizzatori.

Nel valutare le persone è certo necessario il buonsenso di una valutazione su larga scala, ma capace di distinguere il grano dal loglio e di dare la giusta priorità alle informazioni raccolte.

Proprio come i sondaggisti che, in attesa dei risultati elettorali definitivi, non si basano acriticamente su tutti i dati, ma organizzano le proiezioni per dare un senso a quei dati.

Non tutte le sezioni elettorali sono ugualmente rappresentative e permettono di farsi un quadro attendibile della realtà generale. Proprio come le parole, le azioni, i comportamenti delle persone.

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Soli in mezzo alla crisi

La preoccupazione primaria per la metà degli italiani, nel 2009, è l’incertezza economica: il 32% teme la precarietà lavorativa, il 18% la caduta del tenore di vita.

Sono i dati che emergono da un sondaggio SWG commissionato dall’Associazione nazionale comuni italiani, resa nota in questi giorni e riportata oggi dalla Stampa.

Dopo la situazione economica, la paura più sentita dagli italiani è la microcriminalità (30%): a seconda della città si teme di più la violenza sessuale (Roma e Bologna), lo spaccio e l’immigrazione clandestina (Torino, Milano, Genova), i furti in casa (Venezia), la criminalità organizzata (Napoli).

Nel servizio della Stampa viene invece citata solo di sfuggita la terza paura degli italiani: il 12% teme l’angoscia della solitudine.

Più di un italiano su dieci, quindi, lascia in secondo piano la gravità della situazione economica e non si preoccupa principalmente nemmeno per la microcriminalità. La paura principale è quella di restare da solo.

Forse si tratta di persone anziane: andando avanti avanti con gli anni si assume una sensibilità sempre più accentuata nei confronti delle piccole cose e dei rapporti umani; più passa il tempo e più si teme di vedere venir meno la propria capacità relazionale. Se a qualcuno potrebbe sembrare un vantaggio, per i più anziani è un vero dramma.

Ma probabilmente in quel 12% non ci sono solo persone di una certa età. E forse le persone che hanno definito la solitudine la loro principale paura non sono immuni delle altre paure: anzi, forse le hanno vissute. Magari si tratta di giovani rampanti che hanno vissuto sulla propria pelle il tracollo di un’azienda che consideravano inaffondabile. O forse si tratta di manager che, fino a ieri, pensavano di poter dare un prezzo a qualsiasi cosa, anche ai rapporti umani: nel momento in cui la crisi si affaccia alla porta, si rendono conto che mercificando le relazioni le hanno compromesse, perdendo il senso dell’amicizia e della solidarietà. Dopo che per dieci anni o più hanno sacrificato famiglia e affetti alla carriera, il lavoro è diventato per loro l’unico strumento di relazione: una volta persa questa coperta di Linus, si ritrovano disorientati e incapaci di ricostruire una vita normale.

Come cristiani possiamo fare ben poco per risolvere la crisi o dare una soluzione al problema della microcriminalità. Ma possiamo fare molto per chi soffre di questa angosciosa solitudine, per chi ha visto crollare i propri riferimenti, per chi deve ritrovare una direzione di vita, per chi tenta di ricucire addosso alla coscienza un’etica e una morale convincente.

Non lasciamoli soli.

Mete etiche

Già pensare a un football americano femminile suona male: uno sport rude, per maschiacci dalle spalle robuste e senza paura. Pensare che lo possano praticare delle posate ebree ortodosse suona quasi surreale. Eppure succede.

Tutto è cominciato nel 2001, quando il responsabile dell’American Football Association ha invitato mogli e sorelle dei giocatori, sempre presenti sugli spalti per seguire i loro familiari, a provare a loro volta.

In pochi anni la disciplina si è affermata, tanto da permettere di organizzare un campionato, e perfino di allestire una nazionale. Che ha ottenuto ottimi risultati alle ultime competizioni internazionali.

Delle 160 iscritte alla lega, il 70% è composto da ebree ortodosse praticanti: quelle che, per capirci, di solito non scoprono i capelli in presenza di estranei. Molte di loro sono mamme, con nidiate di quattro, o anche sette figli, che lasciano a casa con i papà nelle lunghe ore di allenamento.

L’abbigliamento in campo è comodo ma castigato: lascia libere, ma non scopre il fisico (né il capo), in barba a quegli sport dove la tenuta è diventata un costume da bagno.
Al sabato non si gioca: questo costringe le organizzazioni dei tornei internazionali a fare i salti mortali, e spesso la nazionale deve sorbirsi due partite al venerdì e alla domenica per compensare.
Non solo, un buon ebreo ha le sue pratiche religiose: tra allenamenti e sedute tattiche si deve ricavare uno spazio per la preghiera.
Per non parlare del cibo: niente maiale, coniglio, molluschi e crostacei e tutto ciò che la Legge vieta. Facile quando si gioca in casa, meno quando si gira per gli alberghi del mondo, e chi ha qualche allergia alimentare può capire l’imbarazzo.

Eppure giocano. Giocano senza rinunciare alle loro convinzioni.  E, stando ai risultati, giocano abbastanza bene.

Forse il loro esempio è una buona lezione per tutti noi. Noi che spesso, per molto meno, siamo disposti a derogare ai nostri impegni, ai nostri principi, alla nostra etica, convinti che non si possa fare diversamente.

Leggendo di queste ragazze israeliane, infatti, viene davvero da chiedersi se è davvero così difficile mantenere la coerenza in ogni aspetto della nostra vita, o se i nostri “non si può fare altrimenti” sono solo comode scuse per non rinunciare a nulla.

Le prospettive di Warren

Primo incontro a distanza ravvicinata tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama e il repubblicano John Mc Cain: teatro della sfida, la chiesa evangelica di Lake Forest, in California. Un contesto anomalo per un confronto elettorale, ma fino a un certo punto: nessuno dei due aspiranti presidenti ha un’immagine convincente per l’elettorato evangelico, e nessuno dei due trascura il fatto che proprio questa categoria potrà essere decisiva per la scalata alla Casa Bianca.

Per questo, tra il progressista Obama e il laico Mc Cain, da qui a novembre sarà una gara di allineamenti a un pubblico che probabilmente non amano (se Obama ha idee molto di sinistra sul diritto all’aborto, Mc Cain rivendica una posizione smarcata da vincoli religiosi e refrattaria agli ambienti evangelici più fondamentalisti), ma di cui si rendono conto di non poter fare a meno.

Come riportava Paolo Valentino sul Corriere di oggi, alla fine la sfida di Lake Forest ha visto tre vincitori. Due sono i candidati, che tutto sommato si sono salvati facendo una egregia figura davanti a un pubblico esigente, Obama citando la Bibbia, Mc Cain parlando di fede e di valori. Il terzo vincitore, forse il vero vincitore morale, è Rick Warren, moderatore dell’incontro nonché pastore della chiesa di Lake Forrest.

Warren non è solamente pastore di una comunità che conta migliaia di membri, come molte negli Stati Uniti; è anche un predicatore influente e un affermato autore di best seller cristiani da milioni di copie (per la cronaca sono giunti anche in Italia, pubblicati da Publielim, riscuotendo un successo non trascurabile per l’asfittico contesto editoriale evangelico). Soprattutto, però, risulta uno dei pochi predicatori noti al grande pubblico e percepiti ancora come “puliti”.

Non è facile, per chi assurge a una certa notorietà, dribblare le malelingue e le invidie; non è facile amministrare la fama – che l’essere umano tende sempre a trasformare in idolatria – evitando colpi di testa, leggerezze, sbandate che in passato hanno compromesso gravemente l’autorevolezza di predicatori ispirati ma non abbastanza forti. Non è facile tenersi fuori dai giochi politici, e non è facile nemmeno resistere alla tentazione di approfittare della propria posizione, scodellando ai fedeli qualche dottrina comoda e redditizia (per sé).

È una situazione rara, che non passa inosservata. Per questo Warren, all’interno, viene percepito da molti come un punto di riferimento in un ambiente evangelico frammentato, tendenzioso, conteso come non mai tra integralismi e sincretismi.

E per lo stesso motivo Warren viene indicato dagli osservatori esterni come possibile successore morale di Billy Graham, il predicatore che per cinquant’anni ha suggerito una linea cristiana ai presidenti e ai credenti degli Stati Uniti.

Staremo a vedere.