Archivi Blog

Area di servizio (cristiano)

Onestamente non pensavo di trovare spunti di riflessione, qualche giorno fa, in un articolo di Panorama titolato “Gli italiani visti da Madame pipì”, dove un cronista del settimanale raccontava le storie delle donne addette alle pulizie degli autogrill.

Spaziando per i bagni delle aree di servizio sparse per le autostrade di mezza Italia, Raffaele Panizza incontra «Ann, nigeriana di 31 anni che passa le giornate al Ristop di San Giacomo sud leggendo la Bibbia e cantando ad alta voce i versi gospel che scrive per il coro della chiesaGes ù vive di Maddalusa, Brescia.
“Mi è capitato poco tempo fa un uomo disperato, che aveva perso 23 mila euro al Casinò di Venezia”, racconta. Lei per consolarlo ha attaccato a leggere un passo del Vangelo di Giovanni, paragrafo [sic] 15, versetti 1-7: “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco…”. Gli ha parlato, con una mano sulla spalla, in mezzo ai viavai di gente. “Non so se la sua vita sia cambiata” dice in inglese, “ma quel giorno se n’è andato felice…”».

Leggi il resto di questa voce

Annunci

La Luce guida dei Sentieri

Chiude “Sentieri”, la telenovela più longeva nella storia della tv: così longeva che è nata, 72 anni fa, in versione radiofonica (correva l’anno 1937) e solo nel 1952 si è trasferita in video.

Dopo 16 mila puntate, innumerevoli personaggi, storie, parole, il prossimo 18 settembre “Sentieri” scrive definitivamente la parola fine alle vicende ambientate nella cittadina di Springfield (no, non quella dei Simpson); gli appassionati italiani, però, hanno un vantaggio: la distanza dalla stella che si spegne garantirà altri quattro anni di intrattenimento, prima che cali l’ultimo sipario anche nella versione italiana.

Perché ne parliamo? Perché leggendo qualche articolo commemorativo si scopre che Sentieri, nella sua versione originale, si intitola “Guiding light”, luce guida (e non, come qualcuno segnala su wikipedia, “spirito guida”). Un nome quantomeno sospetto, specie nel contesto statunitense.

Leggi il resto di questa voce

Il profumo dell'altruismo

In Piemonte si sono inventati il Bosco del silenzio. L’idea è venuta a Oscar Farinetti, imprenditore «noto per aver creato Unieuro e poi Eataly. Quello che aveva convinto anche Tonino Guerra a parlare in pubblico, a dire in tv “L’ottimismo è il sale della vita“».

Lasciati da parte (temporaneamente?) i suoi affari, Farinetti ha acquistato tredici ettari di bosco, «l’ultimo vero bosco di bassa Langa, l’unico che si sia salvato dall’invasione della vite». E per questo, spiega ha deciso «non solo di conservarlo, ma di dargli una destinazione particolare. Di farlo diventare il regno del silenzio e della riflessione».

In un percorso a tappe in due versioni, adatto a tutti, è possibile incontrare la natura, la letteratura con citazioni di grandi autori («da Leopardi a Baudelaire, da Fenoglio a Pavese a Whitman, da Maupassant a padre Turoldo») e se stessi.

Il percorso è gratuito, unica richiesta per essere ammessi nel bosco: impegnarsi a camminare in silenzio. Nessun divieto, beninteso, ma solo la richiesta di non interrompere i pensieri altrui con la propria voce.

Non ci soffermeremo a parlare del silenzio e dei suoi privilegi, dato che lo abbiamo fatto altre volte.

Ciò che fa riflettere è l’impegno di questo affermato professionista: un imprenditore di successo che non si limita a curare le sue aziende, ma ricava del tempo per creare qualcosa di bello, utile, da condividere con gli altri.

Probabilmente non ha molto più tempo dei suoi colleghi – e di ognuno di noi -, i problemi non gli mancano, gli imprevisti saranno anche per lui all’ordine del giorno. Eppure ha deciso di non lasciarsi travolgere da un diktat egoistico – il successo professionale – e lasciare il segno realizzando qualcosa di buono.

Viene da chiedersi come sarebbe il nostro Paese se fossero meno rari i personaggi come Farinetti, e non solo tra i professionisti. Chissà come sarebbe la nostra città se prendessimo sul serio quel mandato relazionale che Cristo ci ha assegnato, e decidessimo di dedicare una parte delle nostre risorse (tempo, energie, denaro) al benessere altrui.

Potremmo farlo come e meglio degli altri, ben sapendo che il benessere nasce dal profondo e non dai beni materiali; riusciremmo dare qualche consiglio non solo teorico, ma sperimentato in prima persona su cosa significhi affrontare le difficoltà con il conforto della fede.

Un bosco del silenzio, una casa della speranza, una scuola di valori, una sala di riflessione, un consultorio per un aiuto: tutte idee buone, che non dovremmo lasciare sempre agli altri.

Perché anche un bosco dove riflettere e trovare ispirazione può risultare efficace. Talvolta perfino più efficace dell’ennesima chiesa.

Il profumo dell’altruismo

In Piemonte si sono inventati il Bosco del silenzio. L’idea è venuta a Oscar Farinetti, imprenditore «noto per aver creato Unieuro e poi Eataly. Quello che aveva convinto anche Tonino Guerra a parlare in pubblico, a dire in tv “L’ottimismo è il sale della vita“».

Lasciati da parte (temporaneamente?) i suoi affari, Farinetti ha acquistato tredici ettari di bosco, «l’ultimo vero bosco di bassa Langa, l’unico che si sia salvato dall’invasione della vite». E per questo, spiega ha deciso «non solo di conservarlo, ma di dargli una destinazione particolare. Di farlo diventare il regno del silenzio e della riflessione».

In un percorso a tappe in due versioni, adatto a tutti, è possibile incontrare la natura, la letteratura con citazioni di grandi autori («da Leopardi a Baudelaire, da Fenoglio a Pavese a Whitman, da Maupassant a padre Turoldo») e se stessi.

Il percorso è gratuito, unica richiesta per essere ammessi nel bosco: impegnarsi a camminare in silenzio. Nessun divieto, beninteso, ma solo la richiesta di non interrompere i pensieri altrui con la propria voce.

Non ci soffermeremo a parlare del silenzio e dei suoi privilegi, dato che lo abbiamo fatto altre volte.

Ciò che fa riflettere è l’impegno di questo affermato professionista: un imprenditore di successo che non si limita a curare le sue aziende, ma ricava del tempo per creare qualcosa di bello, utile, da condividere con gli altri.

Probabilmente non ha molto più tempo dei suoi colleghi – e di ognuno di noi -, i problemi non gli mancano, gli imprevisti saranno anche per lui all’ordine del giorno. Eppure ha deciso di non lasciarsi travolgere da un diktat egoistico – il successo professionale – e lasciare il segno realizzando qualcosa di buono.

Viene da chiedersi come sarebbe il nostro Paese se fossero meno rari i personaggi come Farinetti, e non solo tra i professionisti. Chissà come sarebbe la nostra città se prendessimo sul serio quel mandato relazionale che Cristo ci ha assegnato, e decidessimo di dedicare una parte delle nostre risorse (tempo, energie, denaro) al benessere altrui.

Potremmo farlo come e meglio degli altri, ben sapendo che il benessere nasce dal profondo e non dai beni materiali; riusciremmo dare qualche consiglio non solo teorico, ma sperimentato in prima persona su cosa significhi affrontare le difficoltà con il conforto della fede.

Un bosco del silenzio, una casa della speranza, una scuola di valori, una sala di riflessione, un consultorio per un aiuto: tutte idee buone, che non dovremmo lasciare sempre agli altri.

Perché anche un bosco dove riflettere e trovare ispirazione può risultare efficace. Talvolta perfino più efficace dell’ennesima chiesa.

La coerenza dell’ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.

La coerenza dell'ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.