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Suocera si diventa

Un corso educativo per suoceri: è la proposta della curia udinese, che ha organizzato «un vero e proprio corso per educare le suocere a non fare le “suocere”».

Consapevoli che tre matrimoni su dieci (ma, in certe zone, addirittura il 50%) naufraga anche a causa di interferenze che provengono dalle famiglie d’origine dei coniugi, l’arcidiocesi ha deciso di proporre, in collaborazione con tre psicologhe, alcuni incontri su temi per niente scontati: “E vissero felici e contenti. Relazioni familiari tra illusioni e realtà”, “A pranzo con i miei. Storie di ordinaria amministrazione”, “Mi tieni il bambino? La solidarietà tra generazioni”.

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I limiti della libertà

A Milano la Corte d’Appello ha sancito che «Non soltanto il matrimonio tra marito e moglie, ma anche il rapporto di convivenza, se intenso e protratto nel tempo, possono fare scaturire lo stesso “dovere di cura”, gli stessi “reciproci obblighi di assistenza morale e materiale” che la legge pone a carico dei soli coniugi e presidia con pene da 1 a 8 anni in caso di “abbandono di persona incapace”».

Tutto nasce da una triste vicenda che, nel 2002, vide morire una cinquantaseienne a causa dell’assenza di cure da parte del compagno; la sentenza odierna capovolge quanto stabilito nel primo grado di giudizio, dove si sanciva che «la legge limitava ai soli coniugi l’obbligo all’assistenza morale e materiale», e se «le due persone non erano marito e moglie ma conviventi… all’uomo non poteva essere applicata… la norma penale che punisce l’abbandono».
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Luca, Povia e la polemica inutile

Il brano di Povia? Tanto rumore per nulla, avrebbe sintetizzato Shakespeare.

Per chi non fosse al corrente delle vicende sanremesi, in questi mesi si è fatto un gran parlare di Giuseppe Povia, giovane (ma non giovanissimo) cantautore di moderata ispirazione cristiana, portatore di una salutare vis polemica capace di far riflettere chi lo ascolta.

Lanciato da Bonolis qualche anno fa fuori concorso con la celebre “I bambini fanno ooh”, è tornato a Sanremo l’anno successivo cantando “Vorrei avere un becco”, inno all’amore coniugale che, quando è maturo, sa superare con disincanto le difficoltà.

Povia quest’anno è tornato a Sanremo con un brano dal titolo scioccante: “Luca era gay”. Prima di sentire una sola nota, e perfino prima di aver letto il testo (diffuso solo nei giorni scorsi), l’Arcigay ha scatenato una violenta polemica, tacciando l’artista di omofobia per aver parlato di “guarigione” dalla condizione omosessuale.

Martedì sera verso mezzanotte, finalmente, il momento della verità. Povia sale sul palco e propone un brano dal testo molto poco scandaloso. O, almeno, molto meno volgare degli eccessi riscontrati alle parate di settore.

Nel testo il protagonista del brano precisa: «questa è la mia storia, solo la mia storia/ nessuna malattia, nessuna guarigione».

Un messaggio chiaro, che disinnesca di fatto buona parte delle polemiche sviluppate sul nulla di un’ipotesi.

L’ascolto però non è bastato a sgonfiare il caso. Né è bastato a rabbonire Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, che in sala ha avuto modo di dissentire dapprima a gesti – enfatizzati ampiamente dall’occhio attento delle telecamere – e poi con un intervento vero e proprio.

A guardare la serata nel suo complesso, pare quasi si sia voluto creare attorno a Povia un cordone sanitario: verso le 23 Benigni ha voluto chiudere il suo exploit con un richiamo alla dignità di ogni tipo di affettività, recitando una lettera di Oscar Wilde; poi, una volta terminato il brano di Povia, è stato l’onorevole Grillini a chiedere la parola per un commento sviluppato con garbo e concluso purtroppo rinfocolando la stanca polemica.

Curiosamente il caso Povia è stato costruito sul nulla, ma ci hanno guadagnato tutti: l’Arcigay, che ha guadagnato altra visibilità; il cantante, che fino all’ultimo ha mantenuto il riserbo sul testo dando la stura a una ridda di ipotesi sui contenuti del brano; e ci ha guadagnato ovviamente Bonolis, bravo a costruire, montare e mantenere una storia nella storia capace di catalizzare l’attenzione del pubblico, con ripercussioni positive sugli ascolti televisivi.

Mentre il caso mediatico si avvia alla conclusione, la polemica offre lo spunto per una constatazione. Sul metodo, più che sul merito.

Ormai è assodato: non si può uscire dal coro per esprimere posizioni non convenzionali, su qualsiasi differenza e minoranza, senza il rischio di passare per razzisti.

Forse è vero che la normalità non esiste, o quantomeno che ormai è solo una tra le tante minoranze. Se è così, però, non si può non notare che si tratta dell’unica minoranza a non avere il diritto di esprimere liberamente i propri pensieri, i propri timori, i propri valori.

Sarà anche una questione libertà. Ma suona tanto come un paradosso.