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Sorriso amaro

L’esperienza ci insegna che il sorriso è un sollievo per chi lo dona e per chi lo riceve.

Esiste, però, anche un sorriso sbagliato, fuori luogo. Come quello che la coppia Mogol-Battisti eternò in un celebre brano, e che descrive la fine di una relazione: “Un sorriso/ e ho visto la mia fine sul tuo viso/ il nostro amor dissolversi nel vento/ ricordo, sono morto in un momento”.

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Sempre più in alto

«Non pensavo che mi sarebbe dispiaciuto tanto»: le parole di una donna di mezza età intervistata da un telegiornale, probabilmente interpretano con efficacia il sentimento di molti italiani in relazione alla scomparsa di Mike Bongiorno.

Ieri i palinsesti televisivi si sono riempiti di ricordi: le emittenti, da RaiUno a ReteQuattro hanno rispolverato in fretta e riproposto in prima serata i primi programmi e le ultime interviste dello storico conduttore.

Oggi tocca ai giornali: Bongiorno viene salutato come il “simbolo della televisione italiana” (Corriere), “Il signore della tv” (Repubblica), “il papà della tv” (La Stampa), e via declinando.

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Il trionfo dell'alibi

La notizia delle dimissioni di Dino Boffo, direttore di Avvenire, mi ha provocato lo stesso senso di smarrimento che mi aveva colto il 28 agosto scorso, di fronte alla prima pagina del Giornale. Un titolo urlato, un attacco personale nei confronti di un collega che ha espresso con sobrietà alcune obiezioni sulla moralità del premier. Niente a che vedere con le campagne mediatiche di altre testate, anche cattoliche, che in questi mesi avevano lanciato accuse e insinuazioni contro il Presidente del Consiglio: insomma, sembrava un caso montato sulla persona sbagliata.

Inizialmente l’avevamo presa come una campagna mediatica del Giornale, e lo stesso Berlusconi aveva assicurato di non essere al corrente della scelta di Feltri. Oggi che il fronte si allarga a un’altra testata di famiglia, qualche dubbio comincia a sorgere.

E, di fronte al rischio di una balcanizzazione del conflitto, viene infine da pensare che Dino Boffo abbia fatto bene.

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Il trionfo dell’alibi

La notizia delle dimissioni di Dino Boffo, direttore di Avvenire, mi ha provocato lo stesso senso di smarrimento che mi aveva colto il 28 agosto scorso, di fronte alla prima pagina del Giornale. Un titolo urlato, un attacco personale nei confronti di un collega che ha espresso con sobrietà alcune obiezioni sulla moralità del premier. Niente a che vedere con le campagne mediatiche di altre testate, anche cattoliche, che in questi mesi avevano lanciato accuse e insinuazioni contro il Presidente del Consiglio: insomma, sembrava un caso montato sulla persona sbagliata.

Inizialmente l’avevamo presa come una campagna mediatica del Giornale, e lo stesso Berlusconi aveva assicurato di non essere al corrente della scelta di Feltri. Oggi che il fronte si allarga a un’altra testata di famiglia, qualche dubbio comincia a sorgere.

E, di fronte al rischio di una balcanizzazione del conflitto, viene infine da pensare che Dino Boffo abbia fatto bene.

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Crisi e coscienza

Quando si leggono certe notizie sale un moto di sconforto e indignazione. “Una famiglia su cinque è in difficoltà”, e “il 6,3% non riesce ad arrivare a fine mese“.

I dettagli sembrano tratti da una rivisitazione del libro Cuore: «Circa 1 milione e 500 mila famiglie (6,3%) denunciano, oltre a seri problemi di bilancio e di spesa quotidiana, più alti rischi di arretrati nel pagamento delle spese dell’affitto e delle bollette, nonchè maggiori limitazioni nella possibilità di riscaldare adeguatamente la casa».

Che la crisi abbia colpito tutti, e soprattutto chi ha meno possibilità, non è una novità. Ma se fosse davvero come scrive il Corriere, la situazione sarebbe drammatica: il riscaldamento è un bisogno primario, come la casa e la fornitura di energia elettrica.

Qualcosa non quadra. Possibile che, nelle nostre città, si vedano sempre e solo le famiglie agiate? Possibile che, anche statisticamente, non capiti mai di dialogare con qualcuno che debba davvero tirare la cinghia? Possibile che, con la crisi che tutti piangono, capiti di venir guardati da eretici pervicaci quando si rivela di non andare in ferie?

Forse la questione allora viene osservata in una prospettiva sbagliata, e il problema non consiste nel “quanto”, ma nel “come”.

Le statistiche dicono che gli italiani sono in crisi, ma continuano a cambiare cellulari, a comprare notebook, a permettersi vacanze low cost, ad acquistare auto nuove (a rate, si intende), a frequentare palestre e solarium, a pagare l’abbonamento alla tv satellitare (lamentandosi però per il famigerato canone).

Certo, la televisione ci ha raccontato che questa è la felicità e che per raggiungerla non dobbiamo badare a spese. E noi, meschini, ci siamo cascati, identificando la qualità della vita con l’esibizione di beni superflui.

Non vogliamo fare i conti in tasca a nessuno ma forse, prima di lamentarci per un bilancio difficile da far quadrare, dovremmo analizzare onestamente il nostro stile di vita, imparando a distinguere il necessario dal velleitario. Proprio come facevano i nostri nonni che, senza saperlo, erano più vicini di noi al “buon amministratore” di biblica memoria.

La coerenza dell'ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.

La coerenza dell’ateo

«L’America scopre di avere i suoi atei. Non che non lo sapesse. Ma ora li vede uscire dall’ombra, organizzarsi, far sentire la loro voce, avanzare sul sentiero del coming out, tipico di tante minoranze del crogiolo americano», scrive Paolo Valentino sul Corriere di oggi.

I “non credenti”, o “secular”, erano l’8% nel 1990, sono 15% oggi; dopo l’era fondamentalista di Bush, rassicurati da un Obama ecumenico come pochi, si fanno avanti nella provincia americana con “Alliance” universitarie, organizzazioni, associazioni. D’altronde secondo l’American Religious Identification Survey, gli atei sono l’unico gruppo demografico in crescita nell’ultimo ventennio.

Una realtà con cui sarà quindi necessario fare sempre di più i conti, parlando di spiritualità (che, in questo caso, comprende anche la a-spiritualità).

Gli atei hanno, naturalmente, tutto il diritto di vivere ed esprimersi liberamente. Anzi, ben vengano i loro dubbi e le loro osservazioni, stimolanti e aperte, ben lontane dal dogmatismo scientista: saranno una sana palestra per l’apologetica cristiana, messa in soffitta da troppo tempo.

Certo, solleva qualche interrogativo leggere, in conclusione dell’articolo, che «Uno dei gruppi più attivi alla University of South Carolina» ha fra le «attività preferite nel campus quella di dare ai passanti “abbracci gratis dai vostri amici e vicini atei”». Speriamo che il movimento ateo, anche negli Stati Uniti, sia qualcosa di più serio di una goliardata o di un’iniziativa estemporanea.

Ma forse anche questo è lo scotto che un movimento deve pagare quando si allarga: oltre alle avanguardie, agli studiosi, a chi professa con convinzione la propria fede, c’è anche un nucleo di persone che seguono gli altri per simpatia o per moda.

In questo i cristiani non possono scagliare la prima pietra: se i giovani non credenti della provincia americana “distribuiscono abbracci”, non sono certo in minor numero i credenti nominali, che interpretano la loro appartenenza cristiana solo come un semplice nome in un registro di chiesa (“sono cristiano perché sono stato battezzato!”), una presenza passiva alla funzione domenicale (“certo che sono cristiano, vado in chiesa!”), una moda (“alle riunioni della mia chiesa la musica è fantastica!”), una lettura sporadica della Bibbia, o – esagerando – come un momento di intervento sociale, politico, umanitario.

Sembra quasi che l’avvertimento dell’apostolo Paolo, «se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo tra i più miseri degli uomini», sia stato sostituito dal “carpe diem”: un motto più moderno, affascinante, confortevole e buono per tutti, atei e cristiani.

Con una sola differenza: l’ateo è consapevole di non credere, e quindi di non sperare in qualcosa che oltrepassi questa vita. Il cristiano nominale, invece, è convinto di credere, anche se vuole farlo a modo suo.

Chi tra i due sia più coerente e onesto, con se stesso e con Dio, lo lasciamo giudicare a chi legge.