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Quando il "meno male" non basta

Uno sciopero della fame per sensibilizzare i fedeli alla vita di chiesa: è stata l’idea di un parroco del trevigiano, che da domenica a mercoledì è rimasto nella sua chiesa senza mangiare, per dare una scossa a una situazione che probabilmente aveva raggiunto il livello di guardia.

Don Pellizzari ha passato le 72 ore di digiuno in compagnia di 150 fedeli che si sono alternati a fargli compagnia; ha dormito poco (in tutto otto ore) e il resto del tempo lo ha passato leggendo, pregando (era pur sempre in chiesa…) e preparando una lettera personalizzata per i giovani single 20-40enni della sua parrocchia: un messaggio appassionato, che si concludeva con l’esortazione «Vedi tu se è giunto il momento di ritornare in chiesa».

Risultato: ieri alla funzione domenicale i banchi erano gremiti, anche se – minimizza don Pellizzari – «la chiesa è così piccola che è facile riempirla». Il suo progetto, infatti, va oltre alla presenza domenicale: come riferiva al Corriere del Veneto nei giorni precedenti, “non mi aspetto grossi risultati immediati”.

E in effetti sarebbe ben triste se l’obiettivo del gesto fosse stato solo quello di richiamare in chiesa qualche persona in più per un paio di domeniche, fino a quando il clamore mediatico non si fosse spento.

Il suo scopo, invece, va più in là: i veneti, dice, «si sono impigriti, anche perché a differenza del passato la funzione domenicale non è più una scelta di massa ma personale, che induce ad andare controcorrente. E in un paese di 1500 anime differenziarsi non è facile per un giovane».

Don Pellizzari prende atto di come la partecipazione sia non sia più “una scelta di massa ma personale”. È una tendenza che va avanti ormai da cinquant’anni: se una volta si contavano e additavano i “senzadio” che alla domenica disertavano le funzioni, oggi è il contrario. Un bene? Un male?

La verità, inevitabilmente, sta nel mezzo. Proprio come quando qualcuno, forse dopo un ragionamento un po’ superficiale, di fronte all’esclamazione “Non c’è più religione” risponde “Meno male”.

La religione non è il male assoluto. Anzi, per certi versi le deve venir riconosciuta una funzione positiva anche da parte di chi la contrappone al rapporto personale con Dio.

È infatti vero che siamo chiamati a un impegno cristiano personale e coerente, ma è altrettanto vero che per chi non intende seguire questa strada, la “religione” – intesa come insieme di regole, indicazioni, principi di ispirazione biblica – è stata per generazioni un punto di riferimento.

Volenti o nolenti proprio quella religione, rappresentata anche dalla partecipazione formale – certamente un po’ ipocrita – a una riunione domenicale, ha favorito la conoscenza, se non il rispetto, di una moralità che invece oggi, in tempi di relativismo e di superficiali “meno male”, abbiamo definitivamente perso di vista: non c’è più religione, né sembra siamo in grado di comunicare quei principi in altre forme con altrettanta efficacia.

E allora sì, ben venga la “scelta personale” e non più “di massa”, che evita inutili formalismi e false illusioni e riscopre il cuore del messaggio evangelico. Nella speranza, però, che questa rinnovata consapevolezza personale possa allargarsi, se non alla massa, comunque a un numero sempre maggiore di persone, attraverso la testimonianza cristiana coerente e costante di chi crede davvero.

Solo quando i cristiani – i veri cristiani – si saranno fatti rispettare come un punto di riferimento credibile per la società, la religione non servirà davvero più. E potremo esclamare tutti insieme con sollievo “meno male”.

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Quando il “meno male” non basta

Uno sciopero della fame per sensibilizzare i fedeli alla vita di chiesa: è stata l’idea di un parroco del trevigiano, che da domenica a mercoledì è rimasto nella sua chiesa senza mangiare, per dare una scossa a una situazione che probabilmente aveva raggiunto il livello di guardia.

Don Pellizzari ha passato le 72 ore di digiuno in compagnia di 150 fedeli che si sono alternati a fargli compagnia; ha dormito poco (in tutto otto ore) e il resto del tempo lo ha passato leggendo, pregando (era pur sempre in chiesa…) e preparando una lettera personalizzata per i giovani single 20-40enni della sua parrocchia: un messaggio appassionato, che si concludeva con l’esortazione «Vedi tu se è giunto il momento di ritornare in chiesa».

Risultato: ieri alla funzione domenicale i banchi erano gremiti, anche se – minimizza don Pellizzari – «la chiesa è così piccola che è facile riempirla». Il suo progetto, infatti, va oltre alla presenza domenicale: come riferiva al Corriere del Veneto nei giorni precedenti, “non mi aspetto grossi risultati immediati”.

E in effetti sarebbe ben triste se l’obiettivo del gesto fosse stato solo quello di richiamare in chiesa qualche persona in più per un paio di domeniche, fino a quando il clamore mediatico non si fosse spento.

Il suo scopo, invece, va più in là: i veneti, dice, «si sono impigriti, anche perché a differenza del passato la funzione domenicale non è più una scelta di massa ma personale, che induce ad andare controcorrente. E in un paese di 1500 anime differenziarsi non è facile per un giovane».

Don Pellizzari prende atto di come la partecipazione sia non sia più “una scelta di massa ma personale”. È una tendenza che va avanti ormai da cinquant’anni: se una volta si contavano e additavano i “senzadio” che alla domenica disertavano le funzioni, oggi è il contrario. Un bene? Un male?

La verità, inevitabilmente, sta nel mezzo. Proprio come quando qualcuno, forse dopo un ragionamento un po’ superficiale, di fronte all’esclamazione “Non c’è più religione” risponde “Meno male”.

La religione non è il male assoluto. Anzi, per certi versi le deve venir riconosciuta una funzione positiva anche da parte di chi la contrappone al rapporto personale con Dio.

È infatti vero che siamo chiamati a un impegno cristiano personale e coerente, ma è altrettanto vero che per chi non intende seguire questa strada, la “religione” – intesa come insieme di regole, indicazioni, principi di ispirazione biblica – è stata per generazioni un punto di riferimento.

Volenti o nolenti proprio quella religione, rappresentata anche dalla partecipazione formale – certamente un po’ ipocrita – a una riunione domenicale, ha favorito la conoscenza, se non il rispetto, di una moralità che invece oggi, in tempi di relativismo e di superficiali “meno male”, abbiamo definitivamente perso di vista: non c’è più religione, né sembra siamo in grado di comunicare quei principi in altre forme con altrettanta efficacia.

E allora sì, ben venga la “scelta personale” e non più “di massa”, che evita inutili formalismi e false illusioni e riscopre il cuore del messaggio evangelico. Nella speranza, però, che questa rinnovata consapevolezza personale possa allargarsi, se non alla massa, comunque a un numero sempre maggiore di persone, attraverso la testimonianza cristiana coerente e costante di chi crede davvero.

Solo quando i cristiani – i veri cristiani – si saranno fatti rispettare come un punto di riferimento credibile per la società, la religione non servirà davvero più. E potremo esclamare tutti insieme con sollievo “meno male”.

A ruoli invertiti

Si chiama Roberto Wagner, ha 44 anni e un passato intenso – elicotterista, pilota di go-kart, produttore discografico – e un presente meno emozionante ma non meno impegnativo: fa la mamma a tempo pieno. O meglio, come si definisce lui stesso, il “mammo”. Tutto è cominciato nell’estate del 2000, quando in Grecia ha incontrato Robyanne, che sarebbe diventata presto sua moglie; sono venuti a vivere a Milano e, nel mettere su famiglia hanno dovuto prendere delle decisioni su come gestire la famiglia.

Se infatti il lavoro di Roberto non era monotono, la professione di Robyanne è totalizzante: assistente di volo su linee aeree internazionali, quei ruoli che ti tengono lontano da casa per settimane.

Qualcuno avrebbe dovuto fare un passo indietro, per badare ai figli senza sballottarli tra una tata e un asilo, novelli orfani virtuali cresciuti per procura.

A passare la mano è stato il papà: «Ho pensato che avrei potuto provare a stare io con i piccoli. Lei ama il suo lavoro, è ancora giovane. Io ho avuto una vita piena, sono stato elicotterista, ho vissuto intensamente il lavoro in discografia, ho girato il mondo, non mi spaventa cambiare e ricominciare». Eccolo così a preparare colazioni, accompagnare i piccoli a scuola, chiacchierare con le mamme dei compagni, cambiare pannolini, curare i raffreddori e così via.

Racconta che «stare con i bambini è il lavoro più bello e faticoso del mondo» e riflette: «Forse le donne sono predisposte, geneticamente programmate, a loro viene più naturale».

Mero maschilismo di ritorno? Suonerebbe strano, vista la ammirevole scelta di vita del “mammo”. Forse allora il concetto merita una riflessione più profonda, lontana dai luoghi comuni più alla moda.

In fondo l’esperienza del “mammo” è qualcosa di più profondo rispetto alle belle parole dei terapeuti di coppia: un’esperienza testata sul campo, che dimostra come la semplice buona volontà di venirsi incontro – che, in questo caso, certo non manca – non sempre basti.

E allora chissà. Magari dovremmo rivedere quella generica parità di ruoli che viene predicata dai facili profeti di modernità, quell’intercambiabilità facile da vivere solo se si resta in superficie, ma che rischia di compromettere gli equilibri se dalla teoria si passa alla pratica.

Roberto ammette che “Il ribaltamento di ruoli… comporta qualche problema di coppia“: «Il mammo entra in un terreno minato. Un conto è la moglie che ti lascia il pupo e ti dice cosa fare, un conto il contrario. Mica facile per la donna accettare questa invasione di campo».

Se per un papà è difficile fare la mamma, per una mamma è altrettanto arduo accettare un ridimensionamento del proprio ruolo. Non è impossibile, ma ci vuole una massiccia dose di buona volontà: per quanto moderna e anticonformista possa essere una coppia, portare avanti scelte così controcorrente è un impegno dentro l’impegno.

Questo non significa, naturalmente, che sia impossibile: ogni coppia può decidere in autonomia la strada da seguire, l’importante è che a prevalere siano le esigenze dei figli, non l’affermazione di un principio o di una ragione.

Va da sé che poi, qualunque sia stata la scelta, nello sviluppo del progetto di vita comune non devono mai mancare maturità, buonsenso, responsabilità. E coerenza rispetto alle decisioni intraprese: i ruoli nella coppia si possono invertire, ma non si possono improvvisare.