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Vite d’azzardo

Che i soldi non facciano la felicità è una certezza. Che vincere alla lotteria possa portare più svantaggi che vantaggi, è stato segnalato molte volte: giocare d’azzardo rilascia endorfine e quindi può portare a una dipendenza, e anche chi ne fosse immune rischia di non resistere al meccanismo della rivalsa (“devo recuperare quel che ho perso”), trascinato in un pozzo senza fondo di giocate senza esito, fino a ritrovarsi sul lastrico.

Insomma, che il gioco d’azzardo sia una piaga sociale e tenersene lontani sia meglio è fuori di dubbio: paradossalmente lo ammettono a mezza bocca perfino alcuni gestori di lotterie istantanee, casinò online e affini, nel momento in cui raccomandano di “giocare responsabilmente”.

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Suocera si diventa

Un corso educativo per suoceri: è la proposta della curia udinese, che ha organizzato «un vero e proprio corso per educare le suocere a non fare le “suocere”».

Consapevoli che tre matrimoni su dieci (ma, in certe zone, addirittura il 50%) naufraga anche a causa di interferenze che provengono dalle famiglie d’origine dei coniugi, l’arcidiocesi ha deciso di proporre, in collaborazione con tre psicologhe, alcuni incontri su temi per niente scontati: “E vissero felici e contenti. Relazioni familiari tra illusioni e realtà”, “A pranzo con i miei. Storie di ordinaria amministrazione”, “Mi tieni il bambino? La solidarietà tra generazioni”.

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Spiriti sottovuoto

Avie Woodbury è una signora che vive in Nuova Zelanda. Non è famosa, né probabilmente intendeva diventarlo, eppure oggi compare sui giornali di mezzo mondo per aver fatto un affare decisamente particolare: attraverso un’asta online ha venduto per 1400 euro due ampolle senza un particolare valore storico, artistico, affettivo o tecnologico.

Già questa sarebbe una notizia – anche se di gonzi, a questo mondo, ce ne sono parecchi -, non fosse che il presunto contenuto delle bottigliette in questione è ancora più clamoroso del prezzo: la venditrice assicura infatti che nei due contenitori, rigorosamente tappati, sarebbero stati rinchiusi due fantasmi “catturati in casa sua con l’aiuto di un esorcista”.

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L’incubo del limite

Due notizie. Raccontano storie molto diverse, sono riferite da quotidiani diversi, risultano ambientate in località diverse, eppure sembrano collegate tra loro da un comune denominatore.

La prima vicenda si svolge nelle aule del tribunale di Salerno, dove un giudice ha stabilito con una sentenza la liceità della «diagnosi genetica pre-impianto e all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita nei confronti di una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria».

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Pillole di tenerezza

Negli Stati Uniti spopolano i “Cuddle Parties”, feste a base di coccole: una dozzina di persone pagano tra i 20 e i 40 dollari per incontrarsi e scambiarsi tenerezze. Al bando la passione e le cattive intenzioni: i partecipanti desiderano dare e ricevere solo affetto.

«E’ un’idea carina ma nasconde un sistema fuorviante – spiega la sessuologa Francesca Romana Tiberi – e può avere solo un effetto placebo. Il sollievo è transitorio, un po’ come se si prendesse un ansiolitico, e una volta passato il momento ci si sente ancora più soli».

Insomma: cercare affetto puntando su formule anomale è solo una conseguenza di un approccio sbagliato ma diffuso, e gli americani – al solito – hanno semplicemente monetizzato la tendenza. Però rende bene l’idea dell’epoca disperata che stiamo vivendo.

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L'oasi antistress

«Una relazione riduce gli effetti negativi dello stress sulla nostra salute. Ma una relazione insoddisfacente, invece, li amplifica»: a questa conclusione è giunta Ann-Christine Andersson Arntén, ricercatrice dell’università svedese di Goteborg: a supporto della sua tesi porta una ricerca che ha preso in considerazione oltre novecento persone, studiate nel loro rapporto familiare e lavorativo.

Che una serena vita di coppia aiuti ad arginare lo stress di una vita lavorativa sempre più intensa era intuibile, come è comprensibile che un rapporto familiare critico sia un elemento destabilizzante di cui anche il lavoro, presto o tardi, risentirà.

La ricerca svedese offre lo spunto per un paio di riflessioni che travalicano l’aspetto scientifico e che potrebbero essere un utile promemoria.

Primo: la vita, nel XXI secolo, è intensa e stressante. È però importante ricordare che lo è per tutti: per noi, ma anche per il nostro partner. Per rendere la vita di coppia un momento di serenità e non una notte dei lunghi coltelli è importante l’impegno di entrambe le parti coinvolte. Ognuno deve fare la sua parte
in termini di comprensione e pazienza, esercitando ragionevolezza, buonsenso e sensibilità.

Secondo: il lavoro non è la vita. Non consacriamo la vita al lavoro. Spesso in ufficio possiamo fare meglio con meno impegno, organizzandoci in maniera più razionale, oppure possiamo dotarci di mezzi che ci permettano di lavorare più serenamente. Anche quando questo non sia possibile e il lavoro risulti una grana, non dimentichiamo che si lavora per vivere, non viceversa. Abbassata la serranda, c’è una famiglia, un gruppo, una chiesa che ci aspetta.

Ah, ci sarebbe anche una terza questione da considerare: per stare bene con la propria famiglia e con il proprio lavoro è necessario in primo luogo stare bene con se stessi.

Se viviamo una fase critica sul piano umano o professionale, forse è il caso di fermarsi e trovare il tempo per guardarsi dentro, guardare in Alto e valutare come procedere.

Non ha senso rassegnarsi a essere il problema quando si può essere la soluzione.

L’oasi antistress

«Una relazione riduce gli effetti negativi dello stress sulla nostra salute. Ma una relazione insoddisfacente, invece, li amplifica»: a questa conclusione è giunta Ann-Christine Andersson Arntén, ricercatrice dell’università svedese di Goteborg: a supporto della sua tesi porta una ricerca che ha preso in considerazione oltre novecento persone, studiate nel loro rapporto familiare e lavorativo.

Che una serena vita di coppia aiuti ad arginare lo stress di una vita lavorativa sempre più intensa era intuibile, come è comprensibile che un rapporto familiare critico sia un elemento destabilizzante di cui anche il lavoro, presto o tardi, risentirà.

La ricerca svedese offre lo spunto per un paio di riflessioni che travalicano l’aspetto scientifico e che potrebbero essere un utile promemoria.

Primo: la vita, nel XXI secolo, è intensa e stressante. È però importante ricordare che lo è per tutti: per noi, ma anche per il nostro partner. Per rendere la vita di coppia un momento di serenità e non una notte dei lunghi coltelli è importante l’impegno di entrambe le parti coinvolte. Ognuno deve fare la sua parte
in termini di comprensione e pazienza, esercitando ragionevolezza, buonsenso e sensibilità.

Secondo: il lavoro non è la vita. Non consacriamo la vita al lavoro. Spesso in ufficio possiamo fare meglio con meno impegno, organizzandoci in maniera più razionale, oppure possiamo dotarci di mezzi che ci permettano di lavorare più serenamente. Anche quando questo non sia possibile e il lavoro risulti una grana, non dimentichiamo che si lavora per vivere, non viceversa. Abbassata la serranda, c’è una famiglia, un gruppo, una chiesa che ci aspetta.

Ah, ci sarebbe anche una terza questione da considerare: per stare bene con la propria famiglia e con il proprio lavoro è necessario in primo luogo stare bene con se stessi.

Se viviamo una fase critica sul piano umano o professionale, forse è il caso di fermarsi e trovare il tempo per guardarsi dentro, guardare in Alto e valutare come procedere.

Non ha senso rassegnarsi a essere il problema quando si può essere la soluzione.

Il prezzo del successo

«Le donne hanno paura di dire che non vogliono figli. Ma io penso che le cose, adesso, stiano cambiando. Ho più amiche che non hanno bambini, rispetto a quelle che li hanno. Onestamente, non abbiamo bisogno di più bambini. Abbiamo un sacco di persone su questo pianeta» si sfoga Cameron Diaz, l’attrice con un viso da baby sitter che però, a quanto pare, di pargoli non vuole sentir parlare: 37 anni e «una vita incredibile». Anzi, precisa, «In un certo senso, ho questo tipo di vita proprio perché non ho figli».

Le fanno eco varie starlette e attrici italiane che rimandano, glissano, o dicono chiaramente di non sentirne il bisogno. Qualcuna, come Valeria Golino, va oltre e si lancia in un’analisi arguta: «Avere almeno un figlio è quasi un obbligo, un desiderio indotto dal nuovo conformismo. E questo mentre finisce l’epoca delle grandi certezze, della famiglia com’era, della coppia com’era».

A confortare la posizione child-free delle attrici c’è anche il supporto dell’immancabile esperta: «L’identità femminile non può essere definita soltanto dalla maternità».

Molto vero, anche se onestamente troviamo difficile trovare qualcuno che, nell’anno di grazia 2009, sia davvero convinto che la donna serva solo a fare figli, e non le riconosca invece un ruolo essenziale – solamente, concedetecelo, complementare e non competitivo rispetto all’uomo – nella società.

In fondo, si potrebbe concludere, non è un obbligo: se uno non ritiene di mettere al mondo dei figli eviti di farlo, e la società eviti di colpevolizzare la sua scelta. Certo, è ironico notare come in molti casi chi potrebbe averne non li vuole per nessun motivo, mentre chi non può smuove mari e monti per ottenere quello che considera un privilegio: questa, però, è un’altra faccenda.

Quel che invece è sintomatico, da parte delle attrici candidate a non diventare mamme, è che sono tutte sostanzialmente single. Le due cose, peraltro, oggi non sono collegate – anzi, spesso prevale un’inversione dei passaggi tradizionali: prima un bebè, poi eventualmente il matrimonio – ma possono essere un sintomo della stessa difficoltà: la difficoltà a impegnarsi, a vivere un rapporto, ad accettare le responsabilità, ad affrontare una sfida di vita.

Ubriacate dal lavoro, le ragazze si ritrovano prigioniere del loro status “incredibile” (termine che usiamo con tutte le riserve del caso), protagoniste e vittime di uno star-system che non consente una vera vita privata, un vero progetto a lungo termine, veri rapporti umani.

È il prezzo del successo, quel successo che cambia la vita e, spesso, rende instabile l’equilibrio interiore delle star. Quel successo che, come una droga, inibisce le difese immunitarie dello spirito, e rende la persona sempre più debole e influenzabile, erode scelta dopo scelta la sua dignità, ottunde il suo metro di giudizio e le scelte in campo morale, etico, spirituale.

Ma quel che stupisce forse di più è la mancanza di prospettive. Oggi sono felice, oggi vivo una vita meravigliosa, oggi non ne sento il bisogno.

Come in un brutto film urlano al mondo la propria indipendenza e si credono invincibili, immortali. Nessuna preoccupazione per domani o dopodomani, quando la bellezza sarà sfiorita, la fama sarà sfumata, i fan saranno un ricordo e il confronto con il passato renderà ancora più atroce il presente.

In quei momenti solo la presenza di rapporti umani reali, custodi di un’intimità e di una complicità costruite e consolidate nel tempo, potrà garantire quella serenità e quell’equilibrio necessari a non cadere nel vortice della disperazione.

A ruoli invertiti

Si chiama Roberto Wagner, ha 44 anni e un passato intenso – elicotterista, pilota di go-kart, produttore discografico – e un presente meno emozionante ma non meno impegnativo: fa la mamma a tempo pieno. O meglio, come si definisce lui stesso, il “mammo”. Tutto è cominciato nell’estate del 2000, quando in Grecia ha incontrato Robyanne, che sarebbe diventata presto sua moglie; sono venuti a vivere a Milano e, nel mettere su famiglia hanno dovuto prendere delle decisioni su come gestire la famiglia.

Se infatti il lavoro di Roberto non era monotono, la professione di Robyanne è totalizzante: assistente di volo su linee aeree internazionali, quei ruoli che ti tengono lontano da casa per settimane.

Qualcuno avrebbe dovuto fare un passo indietro, per badare ai figli senza sballottarli tra una tata e un asilo, novelli orfani virtuali cresciuti per procura.

A passare la mano è stato il papà: «Ho pensato che avrei potuto provare a stare io con i piccoli. Lei ama il suo lavoro, è ancora giovane. Io ho avuto una vita piena, sono stato elicotterista, ho vissuto intensamente il lavoro in discografia, ho girato il mondo, non mi spaventa cambiare e ricominciare». Eccolo così a preparare colazioni, accompagnare i piccoli a scuola, chiacchierare con le mamme dei compagni, cambiare pannolini, curare i raffreddori e così via.

Racconta che «stare con i bambini è il lavoro più bello e faticoso del mondo» e riflette: «Forse le donne sono predisposte, geneticamente programmate, a loro viene più naturale».

Mero maschilismo di ritorno? Suonerebbe strano, vista la ammirevole scelta di vita del “mammo”. Forse allora il concetto merita una riflessione più profonda, lontana dai luoghi comuni più alla moda.

In fondo l’esperienza del “mammo” è qualcosa di più profondo rispetto alle belle parole dei terapeuti di coppia: un’esperienza testata sul campo, che dimostra come la semplice buona volontà di venirsi incontro – che, in questo caso, certo non manca – non sempre basti.

E allora chissà. Magari dovremmo rivedere quella generica parità di ruoli che viene predicata dai facili profeti di modernità, quell’intercambiabilità facile da vivere solo se si resta in superficie, ma che rischia di compromettere gli equilibri se dalla teoria si passa alla pratica.

Roberto ammette che “Il ribaltamento di ruoli… comporta qualche problema di coppia“: «Il mammo entra in un terreno minato. Un conto è la moglie che ti lascia il pupo e ti dice cosa fare, un conto il contrario. Mica facile per la donna accettare questa invasione di campo».

Se per un papà è difficile fare la mamma, per una mamma è altrettanto arduo accettare un ridimensionamento del proprio ruolo. Non è impossibile, ma ci vuole una massiccia dose di buona volontà: per quanto moderna e anticonformista possa essere una coppia, portare avanti scelte così controcorrente è un impegno dentro l’impegno.

Questo non significa, naturalmente, che sia impossibile: ogni coppia può decidere in autonomia la strada da seguire, l’importante è che a prevalere siano le esigenze dei figli, non l’affermazione di un principio o di una ragione.

Va da sé che poi, qualunque sia stata la scelta, nello sviluppo del progetto di vita comune non devono mai mancare maturità, buonsenso, responsabilità. E coerenza rispetto alle decisioni intraprese: i ruoli nella coppia si possono invertire, ma non si possono improvvisare.

Samaritani digitali

A Rhonda Surman evidentemente non andava proprio giù l’idea che quei due giovani sposini non avessero più le foto della loro luna di miele: aveva ritrovato la loro macchina fotografica digitale in un sito archeologico scozzese, senza nomi né altri riferimenti ai proprietari. Così, attraverso una ricerca in rete, la diffusione delle foto sui social network e la collaborazione degli internauti, è riuscita a risalire fino ad Aberdeen e alla casa dove viveva quella anonima coppia un po’ sbadata.

La storia ha ispirato il New York Times – e il Corriere, che l’ha rilanciata in Italia – perché rappresenta una nuova tendenza: quella dei «”digital Samaritans”, i samaritani digitali, quelli che non se ne fregano insomma, per identificare coloro che si impegnano per restituire oggetti ritrovati a chi li aveva originariamente perduti. Una missione, questa, che le nuove tecnologie rendono oggi particolarmente semplice».

Semplice, ma non scontata: il Corriere segnala che «è soprattutto l’intraprendenza personale, la voglia appunto di farsi buoni samaritani, a fare la differenza. Chi trova una macchina fotografica potrebbe anche decidere di tenersela. Consegnarla alle autorità di polizia può già sembrare un gran gesto, quanto basta per sentirsi a posto con la coscienza. Ma attivarsi e dedicare del tempo facendo di tutto per cercare di riportare l’oggetto nelle mani di chi l’ha perduto è decisamente qualcosa che va oltre».

Ed è forse questo il punto. Il web, insieme a tutta la tecnologia che ha invaso le nostre vite, è uno strumento, non un fine. Non vive di vita propria, non possiede una sua etica. Dipende da noi, ed è paradossale che talvolta ci ritroviamo convinti di dipendere da lui.

I mezzi sono neutri. Possiamo usarli per frodare le tasse, costruire bombe, allacciare rapporti poco raccomandabili. Oppure possiamo servircene per dare speranza a chi soffre, sollecitare le giuste domande, venire in aiuto di chi ha bisogno di noi. Ci permette di farlo più di ieri, meglio di ieri, in maniera più incisiva di ieri.

Le potenzialità ci sono, ma i contenuti dobbiamo metterli noi. Le tecnologie si limitano a enfatizzare, amplificare, portare all’estremo quello che siamo. E il modo in cui le usiamo racconta di noi, dei nostri valori, dei nostri scopi.

La tecnologia non ha un cuore. Noi sì. O almeno si spera.