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Natura e scelte

Nei mesi scorsi avevamo letto sui giornali titoli su titoli dedicati all’uomo incinto: si trattava di un americano, tale Thomas Beatie, 34 anni, che dalle foto mostrava fattezze tipicamente maschili e che i giornali descrivevano come “ex donna”.

Ora giunge la notizia che il gentile signore ha partorito: con parto naturale, per giunta.

Sul momento vacillano le certezze anatomiche, tanto più quando si legge sul Corriere che «nato donna, Beatie, 34 anni, si è sottoposto a un’operazione e da anni assume ormoni per avere un aspetto maschile».

Salvo precisare, quasi come un inciso, che l’uomo «ha scelto di conservare l’apparato genitale femminile per poter avere un figlio».

E qui a vacillare sono altre certezze. Potremmo discutere a lungo su cosa significhi essere uomo o donna, sui casi limite e sulle eccezioni.
Potremmo discettare con altrettanta profondità su un quesito filosofico rilevante, per capire se la nostra identità è legata alla nostra realtà o a ciò che ci sentiamo.

Sul piano formale, probabilmente anche un bambino potrebbe arrivare a una conclusione cui i giornali, evidentemente, non sono giunti: una donna che voglia di diventare uomo ma decida di mantenere le prerogative femminili è, evidentemente, ancora una donna: anche se si veste e si acconcia da uomo, e se una bomba ormonale le permette di lasciarsi il pizzetto.

Non ha molto senso parlare di “uomo incinto” se gli organi genitali sono femminili, mantenuti nonostante tutto proprio con lo scopo di poter, un giorno, procreare.

Ha senso in un caso: quando si vuole porre un paletto per sancire una conquista.
L’uomo che partorisce è un controsenso, parlando in termini ordinari, naturali, “normali”. Poter dire “ce l’abbiamo fatta” significa allargare gli orizzonti delle possibilità umane, sconfiggere una natura matrigna e un ordine costituito che stanno stretti.

Forse l’identità sessuale non è solo questione di natura, ma non può nemmeno essere solamente una questione di scelta: non siamo solo quello che vediamo, ma non possiamo essere solo quello che vogliamo.

Certo, i progressi scientifici hanno dato all’uomo l’illusione non solo di poter dominare la natura, ma anche di piegarla al suo desiderio, capovolgendo il corso ordinario. L’uomo del XXI secolo deve essere libero di scegliere il proprio sesso, cambiarlo, ricambiarlo, o restare sospeso a metà; deve potersi sposare come uomo, potersi risposare come donna, indifferentemente con una donna o con un uomo: perché – pare di capire – la natura va dominata a tutti i costi, ma gli istinti assolutamente no.

D’altronde l’uomo del XXI secolo deve poter esercitare la sua sessualità liberamente, senza obbligo o rischio di procreazione; ma, non appena lo desideri, deve poter procreare senza limiti, senza interazioni, senza controindicazioni né conseguenze. E, qualora qualcosa frustri i suoi piani, deve essere libero di forzare la natura che non gli permette di fare i suoi comodi.

Comprenderete lo smarrimento di fronte un uomo che ha come unico punto di riferimento morale il proprio egoismo, e come unico programma di vita la propria soddisfazione personale.

E capirete la sorpresa nel vedere lo stesso uomo che, a giorni alterni, spende accorate parole contro gli ogm e lo scempio ambientale, o a favore dei cibi genuini e della raccolta differenziata.

Un uomo che si schiera volentieri a difesa della natura. Almeno fino a quando la natura non pretende di dire la sua.

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Fede riflessa

La storia di Katy Perry è interessante.

Si tratta di una giovane cantante USA, che oggi il Corriere definisce (un po’ pomposamente) “L’erede di Madonna”, dedicandole una intera pagina di spettacoli. Ventisei anni, “è la numero 1 e viene lodata dalla popstar più famosa”, probabilmente non tanto per meriti artistici, che anche in Madonna non abbondavano, ma per l’immagine ambigua e pruriginosa – questa sì, settore di competenza di Madonna – che si sta ricavando grazie al suo look “da ragazzina impertinente degli anni Cinquanta” e ai testi delle sue canzoni.

Al momento infatti Katy Perry è in testa alle hit parade con “I kissed a girl” (ho baciato una ragazza), dove esprime amenità del tipo: Ho baciato una ragazza e mi è piaciuto… tanto per provarci… spero che al mio ragazzo non importi… mi è sembrato così sbagliato… mi è sembrato così giusto.

Il Corriere segnala fin nella titolazione che Katy è «figlia di due pastori protestanti», che ha «un tatuaggio “Jesus” sul polso e un esordio discografico nel settore christian music».

Vero: nel 2001, sedicenne, Katy Hudson (questo il suo vero nome) ha esordito nel campo musicale cristiano. D’altronde non poteva che cominciare così la figlia di due predicatori evangelici conservatori, seguendo un percorso che ricorda quello di Elvis Presley, Whytney Houston e molti altri.

Cosa sia cambiato, dal 2001 a oggi, non si sa. Forse niente, ed è questo il punto. Per chi cresce in un contesto cristiano, con genitori impegnati nel settore e un ambiente dove le priorità sono legate alla fede, è facile venire influenzati e credere di voler fare la stessa cosa. Credere di credere. E poi l’ambiente, almeno negli USA, è un buon trampolino di lancio per farsi conoscere, oltreoceano la musica cristiana “tira” anche come business.

Ma non si può vivere una fede di riflesso, specie in ambienti esposti e non facili come il mondo dello spettacolo (o della comunicazione). Sapere che la propria chiesa crede, che i propri genitori credono può essere un incoraggiamento, ma non è sufficiente. Il rapporto del cristiano con Dio è personale e diretto, nasce con una scelta e va alimentato ogni giorno per evitare che si spenga. E i momenti difficili, in fondo, servono anche a dimostrare a noi stessi se crediamo in quel che affermiamo, o se è solo un riflesso condizionato.

Quello di Katy Perry non è il primo caso né sarà l’ultimo: alle prime avvisaglie di successo, ecco che le certezze (altrui) si sgretolano, e un tatuaggio – che in qualche modo inizialmente voleva riprendere il significato del braccialetto WWJD – resta solo un tocco eccentrico a una personalità che non ha valori, né – ormai – limiti.

La vita giusta

“Bambini preoccupati per i genitori online”, perché i genitori non sono più in grado di badare a loro stessi: qualche giorno fa il Corriere accennava al caso della Svezia, dove sempre più spesso i bambini sono “in ansia per i comportamenti online di mamma e papà” e chiedono consiglio all’associazione per il rispetto dei diritti dei minori su come aiutare i propri genitori, troppo presi da Internet e da amicizie pericolose per la stabilità della famiglia.

Un caso ancora estremo ma emblematico della società che, attraverso la pubblicità, i film, la musica, i libri ci insegna che tutto sommato non è necessario crescere, che a ogni età è possibile ricominciare inseguendo sogni, desideri, ideali, utopie, chimere.

All’apparenza si tratta di un messaggio di speranza: i nostri padri, nonni, bisnonni si sono rammaricati per tutta la vita di una scelta lavorativa, di un legame familiare forse anche di qualche passo azzardato in campo sentimentale che li ha condizionati per tutta la vita. Il fatto di poter lasciare in qualsiasi momento il lavoro, la casa, la famiglia, gli amici, la città, inseguendo il mito di una esistenza più intensa, emozionante, soddisfacente dovrebbe garantire maggiori margini alla ricerca di quella felicità che, in fondo, tutti desideriamo. E invece no: dopo aver cancellato con un colpo di spugna la vita precedente, anche la “second life”, reale o virtuale che sia, ben presto mostra i suoi limiti, e l’impatto con la routine di quella che fino a ieri era una trasgressione rischia di rivelarsi fatale.

E così si riparte di nuovo per una terza, quarta, quinta vita. Con risultati simili, o – più spesso – di volta in volta peggiori, che rubano tempo e dignità, mentre la nostra mancanza di responsabilità ci porta a danneggiare anche gli altri, quegli “altri” che hanno fatto la nostra stessa scelta, o che semplicemente hanno la sventura di incappare nel nostro percorso.

E allora viene da chiedersi se le precedenti generazioni, nella loro velata malinconia per le scelte mancate, fossero davvero più infelici di noi, figli del XXI secolo: noi, che siamo cresciuti con la cultura del diritto a tutti i costi e viviamo smarriti in una confusa dimensione persa tra reale e virtuale; noi che ci sentiamo autorizzati a cambiare ogni giorno il volto alla nostra esistenza ma che, tentativo dopo tentativo, vediamo crescere la disperazione per il fatto di non riuscire mai a individuare la vita giusta, ideale, quella che ci renderà finalmente felici.

Due paesi, due mondi

Ogni tanto i giornali fanno riflettere anche solo con l’accostamento delle notizie. È il caso della Stampa oggi, che propone nella stessa pagina due vicende legate al mondo giovanile, ma con risvolti diametralmente opposti.

Cominciamo dall’estero: in Giappone è scandalo per gli studenti che, in gita scolastica, hanno “sfregiato” la cupola di Brunelleschi a Firenze; i media locali stanno dando ampio risalto alla notizia, con reportage speciali per scoprire i responsabili: un’attenzione che da noi, abituati a scioperati Grandifratelli e ammiccanti Lucignoli, fa un po’ tenerezza.

Infatti da noi un gruppo di adolescenti (quattro, tra i sedici e i diciassette anni) di Ivrea avevano ormai da anni l’abitudine a piazzare i bottini della spazzatura sui binari della linea Torino-Aosta, per poi aspettare il botto con il primo treno di passaggio e filmare – ça va sans dire – la scena con l’immancabile cellulare.
Naturalmente, come tutti gli adulti – e anche molti adolescenti – sanno, il gioco rischiava di farsi pericoloso: per il treno e i suoi passeggeri, ma anche per le case dei paraggi e i loro abitanti, che sarebbero potuti venire raggiunti da oggetti scagliati lontano in seguito all’impatto con il treno.

Non siamo giapponesi, e si vede: ci sarà sfuggito, ma sui giornali di oggi non abbiamo letto condanne ai giovani colpevoli di azioni così avventate da rasentare (o superare?) il criminale.

Sì, talvolta succede che qualche psicologo, sociologo, filosofo, intellettuale o benpensante ci spieghi i perché: non ascoltiamo i giovani, non li capiamo, non ci capiscono, sono diversi da noi, vivono nel loro mondo virtuale, non si rendono conto. Vero, chiaro, corretto.

Raramente, però, viene proposta una soluzione: quasi che si tratti di una situazione inevitabile, una piaga cui abituarsi perché “andrà sempre peggio”. E d’altronde c’è da capirlo: a proporre soluzioni si rischia di venir tacciati di insensibilità e di autoritarismo.

Questione di prospettive: da noi chi scrive sui muri è un giovanissimo artista incompreso che deve pur esprimere la sua creatività, sfogare i suoi impulsi, costruirsi un’identità, disorientato in una società senza riferimenti e senza valori.
In Giappone, invece, chi imbratta i muri è semplicemente un vandalo, un incivile che danneggia opere pubbliche, beni altrui, monumenti. E che, come tale, va rimproverato dall’opinione pubblica, sanzionato in maniera decisa, chiedendo le sue scuse per il comportamento inadeguato e la sua disponibilità a rimediare.

Ma non solo. Da noi i mezzi di comunicazione fanno cassa di risonanza alle bravate dei poveri disadattati, talora giustificando le loro azioni con un certo compiacimento; in Oriente sono un serio strumento di verifica sul comportamento delle autorità, ma anche dei singoli cittadini, per il bene di tutti.

Da noi la società è una comoda terra di nessuno per le proprie scorribande e un confortevole alibi per giustificare i propri limiti, mentre in Giappone è uno strumento di controllo per gli eccessi dei suoi membri.

Problemi simili in paesi diversi vengono affrontati con approcci diversi. Tanto da farli sembrare, alla fine, due mondi diversi.

Parentesi estive

La Stampa di oggi, citando il poco noto mensile Outside, individua quattro tipi di vacanziero. Si riferisce ai manager, ma in realtà le categorie possono essere applicate a qualsiasi persona che viva nel mondo occidentale, e che – per lavoro, oppure solo per piacere, volontariato o attività legate comunque al tempo libero – si ritrova a dover scandire il proprio tempo con la precisione e l’ansia di un manager: essere manager di se stessi, in fondo, non è meno impegnativo.

La ricerca in questione segnala:
– il “mondano”, che sceglie località alla moda, bazzica locali di tendenza, veste griffato e si connette sempre più per immagine che per necessità;
– l’iperattivo, per il quale la vacanza deve essere sempre e comunque itinerante, sportiva e condita da escursioni estreme: è però organizzatissimo e non “stacca” mai del tutto;
– l’avventuroso, che per “vacanza” intende una full-immersion nella natura selvaggia, senza programmi precisi, con abiti da montanaro trascurato: viaggia da solo perché la sua idea di vacanza corrisponde per gli altri all’idea di tortura;
– il minimalista, che dice vacanza e pensa relax, in un appartamento o in un hotel a due passi dalla spiaggia, senza programmi precisi, con pochi amici fidati e un abbigliamento che bada alla comodità più che all’immagine.

È interessante notare come il concetto di vacanza può differire così radicalmente da persona a persona. Il vocabolo non offre indicazioni precise in merito: unico indizio, il fatto che la radice latina trova origine nel concetto di vuoto, assenza.

Forse anche per questo varrebbe la pena interrogarsi sul senso della vacanza, che non dovrà per forza essere un vuoto pneumatico, ma non dovrebbe comunque perdere il connotato di “variazione” delle attività finalizzato a reperire nuovi stimoli e recuperare energie.

La vacanza non è – non dovrebbe essere – un sogno che diventa realtà, un privilegio che la vita mai ci concederebbe nei ritmi consueti, una emozionante parentesi dell’esistenza quotidiana: è triste pensare a una vita che ha bisogno della vacanza per trovare un senso compiuto.

No, la vacanza non dovrebbe essere vissuta come una corsa al desiderio incompiuto, ma come un momento della vita: un momento certamente diverso dall’ordinario, forse entusiasmante, altrimenti rilassante, ma inserito in un contesto che alimenta le nostre energie, non le nostre frustrazioni.

Un momento che, come gli alcolici, richiede senso di responsabilità, per dare soddisfazione senza provocare spiacevoli conseguenze.

Quello scoglio chiamato Dobson

L’avevamo preventivato, anche se non ci voleva poi molto: la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti entra nel vivo, e i due candidati fanno a gara per conquistare il favore degli evangelici.

Non sarà facile per nessuno dei due: per le sue posizioni molto possibiliste su tematiche primarie per il mondo cristiano (la difesa della vita, il matrimonio), il candidato repubblicano John McCain ha già subito il veto di James Dobson, fondatore di Focus on the family, una delle organizzazioni evangeliche USA più influenti (realizza programmi radiofonici che contano 220 milioni di ascoltatori in 164 Paesi del mondo). Dobson ha detto che non avrebbe mai votato per McCain – e infatti, alle primarie repubblicane, ha sostenuto il simpatico pastore battista Huckabee -, ma sull’altro fronte probabilmente non pensava di trovare un personaggio altrettanto controverso.

O meglio, Obama ha dimostrato di essere un perfetto liberal, e ha saputo trarre vantaggio da questa sua apertura per tracciare una nuova figura di evangelico “di sinistra”, aperto sulle questioni scottanti, tanto da affascinare quei giovani evangelici che – come abbiamo visto nei giorni scorsi – sembrano dare peso al significato sociale della sua possibile elezione, più che ai suoi valori morali.

Se con McCain Dobson non ride, con Obama potrebbe anche piangere: e se n’è accorto lui stesso, ripescando in questi giorni un sermone (o un discorso, non si è capito esattamente) che Obama avrebbe tenuto nel giugno 2006 dal pulpito di una chiesa evangelica progressista.

«Anche se fra noi non vi fossero altro che cristiani, anche se avessimo espulso tutti i non cristiani dall’America, quale cristianesimo insegneremmo nelle scuole, quello di James Dobson o di Al Sharpton?» si chiedeva Obama, in un paragone che vedeva il battista Al Sharpton come esempio positivo di evangelico impegnato nel sociale, e James Dobson come standard dell’evangelico bigotto, chiuso, letteralista.

Dobson ha avuto buon gioco a contestare un approccio confuso al testo biblico da parte del candidato democratico, che mette sullo stesso piano i precetti contenuti nel Levitico e il Sermone sul monte del Nuovo Testamento.

Se ripescare il discorso di Obama sia stato un jolly di Dobson o un’imboccata del suo concorrente, non lo sappiamo. Né sappiamo se, paradossalmente, Obama potrebbe giovarsi di questo ruolo liberal, in un momento storico che – come si diceva qualche giorno fa – vede gli evangelici americani piuttosto disorientati in fatto di prorità.
Non sappiamo nemmeno se questo (grave) incidente di percorso per Obama contribuirà a riavvicinare Mc Cain a Dobson e quindi agli evangelici più tradizionali, e come farà in questo caso Mc Cain a far convivere le varie anime dei gruppi che lo sostengono.

Sia come sia, l’interesse sollevato da questo discorso dimostra che, nonostante più di qualcuno accrediti negli USA la crescita degli evangelici progressisti, nessun candidato si permette ancora di disdegnare il sostegno dei più tradizionalisti.

Forse non saranno più quanti erano quattro, otto, dodici anni fa, ma nell’equilibrio tra i due contendenti riescono da varie tornate elettorali a risultare decisivi nel determinare chi debba essere il nuovo inquilino della Casa Bianca. E questo non sfugge né a McCain, né a Obama, nonostante nessuno dei due li possa digerire.

Spiccioli di vacanza

Una vacanza missionaria come alternativa ai luoghi comuni (di nome e di fatto)? È quello che propongono diverse organizzazioni internazionali, in ambito evangelico ma non solo, che indirizzano chi desidera utilizzare una parte delle proprie ferie per mettersi a disposizione degli altri.

Il mondo è grande e il lavoro non manca: intrattenimento e animazione dei bambini sono le attività più gettonate dai cristiani di buona volontà. Qualcuno criticherà la velleità di impegni del genere, dato che sicuramente ci sono cose più serie da fare quando si tratta di aiutare il prossimo. È senz’altro vero, ma va anche rilevato che molto dipende dalla vocazione e dalle capacità dei singoli, talenti che spingono a preferire una specifica chiamata, si tratti di servire nelle cucine di un orfanotrofio, di comunicare affetto e valori attraverso i giochi con i bambini, di ascoltare e consolare gli anziani.

Non solo: la predilezione per impegni che non richiedono specializzazioni dimostra che la maggior parte dei “missionari estivi” non sono medici, infermieri, geometri, periti né possono contare su una preparazione specifica.

Sono semplicemente persone di buona volontà, senza qualifiche e senza nemmeno troppo tempo a disposizione (sono prevalentemente lavoratori, non studenti), che però vogliono offrire al prossimo quel poco che hanno. Siamo certi che, in Sudamerica come in Camerun, nel sudest asiatico come altrove, queste persone saranno in grado di dare più di quanto pensano, e riceveranno più di quanto danno.

Perché i due spiccioli della vedova di evangelica memoria funzionano in questo modo: sono una cifra irrisoria, vengono donati per fede togliendosi di dosso qualcosa di essenziale, ma sono capaci di fruttare oltre ogni logica economica.

A contatto con la realtà

Duecento euro per i genitori modello: quelli che nutrono in maniera sana i loro pargoli, li vaccinano come si deve e li introducono al sano piacere della lettura. È la soluzione escogitata dal governo britannico per invertire la tendenza dopo l’infausta parentesi thatcheriana, che avrebbe rovinato un’intera generazione facendole smarrire nientemeno che la speranza.

Certo, da quando la Thatcher si è ritirata a vita privata sono passati quasi vent’anni, e dieci di questi li ha coperti il governo del predecessore di Brown stesso, ma si sa: quando un danno è fatto, mica è facile rimediare.

E così, bel belli, gli eroi laburisti – in piena crisi di consensi – si inventano un premio per i genitori. Niente di che, 200 euro all’anno, ossia 16 euro al mese: nemmeno quanto basta per la paghetta del pargolo. Che poi non si sa bene come verrà stabilito a chi assegnare il premio e a chi no: si valuterà il peso dei figli per verificare se siano stati nutriti bene? Si predisporrà un piccolo esame per vedere se leggono, quanto leggono, cosa leggono?

Qualcuno obietterà che la facile ironia è fuori luogo, perché questa decisione è un segno, il segno di un’attenzione ritrovata, di una strategia innovativa. Come quella che un paio di anni fa, con l’obiettivo di diminuire drasticamente le gravidanze delle adolescenti inglesi, finì per aumentarle: si era deciso di adottare sistemi illuminati, senza far leva su valori ridicoli come la moralità o concetti demodé come la fede. D’altronde in Gran Bretagna, oggi, sono più i musulmani dei cristiani praticanti, e questo la dice lunga sull’efficacia di considerare Dio come “uno dei tanti”.

Solo i nostalgici possono pensare che il passato fosse davvero migliore: regole, leggi e consuetudini venivano imposte talvolta senza logica, sempre senza elasticità, e la scarsa lungimiranza di una società arroccata a valori diventati semplici feticci ha portato a una inevitabile contestazione. Che però, una volta al potere, non è stata in grado di esprimere valori alternativi, e si è limitata a demolire la struttura per poi ricostruire qua e là senza una linea di fondo coerente, ignorando bellamente alcuni aspetti essenziali dell’esperienza umana.

Sì, perché l’uomo deve confrontarsi con un fastidio chiamato realtà. E attenzione, non si sta parlando di “normalità”, concetto ormai desueto più del buonsenso.
Parliamo di realtà. Una realtà che ci vede egoisti e tentati da ciò che è male. Questa realtà ci dice tra l’altro che non possiamo volare, vedere al buio, riprodurci senza un certo procedimento biologico. Ci dice anche che le strutture sociali hanno una loro logica: che va compresa e certamente innovata con il passare delle generazioni, ma senza dimenticare l’impianto di fondo, se non ci si vuole trovare a combattere contro l’essenza stessa della nostra umanità.

Rifiutare i cambiamenti per principio è anacronistico. Prendere decisioni senza tenere in considerazione la realtà, però, è folkloristico. Se la politica è una cosa seria, bisognerebbe tenerne conto.

La ragazza del fiume

«Due milioni e settecentomila spettatori: questo il numero delle persone che hanno seguito ieri sera “Chi l’ha visto“, il programma di RaiTre dedicato alle persone scomparse e agli omicidi misteriosi. Nel corso della puntata, stravolta rispetto ai piani originari a causa delle nuove rivelazioni sul caso Orlandi, Federica Sciarelli è tornata anche sulla vicenda del cadavere di donna ritrovato nel Po lo scorso 25 maggio».

Se poi non saranno stati proprio due milioni e settecentomila gli spettatori arrivati svegli fino alle 22.40 per seguire il collegamento con Milano, non importa: è già una soddisfazione che la nostra testata venga interpellata da un programma Rai come fonte autorevole in relazione a un caso che, in qualche modo, risulta legato al mondo evangelico.

Nel breve intervento in diretta ho tentato di dare un quadro quanto più ampio possibile per inquadrare correttamente il contesto evangelico ed evitare quindi che il braccialetto venga considerato come un banale feticcio; la vicenda però mi ha fatto, ancora una volta, pensare.

Nel ragionare su un paio di possibili ipotesi sul perché una ragazza trovata cadavere nel Po portasse al polso un braccialetto “evangelico”, mi sono reso conto di quanto sia semplice, tutto sommato, che casi come questo avvengano.

In una normalissima chiesa evangelica arriva un volto nuovo: è una ragazza dal passato difficile, lo testimoniano un paio di ampi e aggressivi tatuaggi – di cui uno recente – e un modo di vestire trasandato per i nostri canoni. Viene da lontano, non si è mai ambientata nella zona perché il tempo disponibile l’ha trascorso con compagnie poco raccomandabili, e per questo è rimasta straniera nella città dove, per scelta o per ventura, vive ormai da anni.

La ragazza cerca: cerca una soluzione per la sua vita, cerca una risposta. Trova la fede. O, almeno, un granello di Parola si posa nel suo cuore. Le si apre un mondo che non conosceva, fatto di amore, solidarietà, persone semplici e sincere, magari un po’ fissate ma buone, che le fanno ritrovare fiducia nel genere umano. Capisce che può farcela, e comincia timidamente – lei, piantina ancora fragile – a frequentare culti e riunioni, fermandosi volentieri a scambiare due parole, magari senza aprirsi troppo per non scoperchiare un passato che preferisce seppellire. E che invece, a breve, seppellirà lei in un sacco, prima di buttarla nel fiume.

A un certo punto questa ragazza, che si è fatta vedere in chiesa per qualche mese con ragionevole costanza e buon interesse nei confronti della fede, sparisce improvvisamente.

Cosa fa la chiesa? Forse si chiede che fine abbia fatto. Ma non va a cercarla: in fondo venire in chiesa è una scelta, e poi magari ora ne frequenta una dove si trova meglio (lei, che era sempre presente con il sorriso sincero e stupito di chi ha trovato un tesoro), o magari si è trasferita, in fondo non era del posto, e poi a chi vuoi chiedere? Sì, l’abbiamo accompagnata una volta a casa ma non sappiamo esattamente dove abiti, e magari la mettiamo in imbarazzo, disturbiamo.

Magari potrebbero farlo i giovani? Ecco, sì, qualche ragazza potrebbe “fare una visita” con la scusa di vedere come sta: ma poi si sa come finiscono le cose, talvolta è più piacevole un concerto o un’evangelizzazione, e poi come fai a giudicare, se il Signore vuole ce la farà incrociare uno di questi giorni. E comunque, sia chiaro, preghiamo sempre per coloro “che si sono allontanati”. Com’è che si chiamava, a proposito, quella ragazza che si era avvicinata alla fede per un periodo, qualche mese fa?

Naturalmente la chiesa rappresentata qui sopra non è la nostra, ci mancherebbe altro. Noi non lasceremmo mai una persona in difficoltà senza fare del nostro meglio per aiutarla. Non è nostra abitudine rassegnarci quando un’anima comincia a perdersi. Siamo pronti a collaborare con i responsabili della comunità nella cura dei più deboli, confortandoci e incoraggiandoci l’un l’altro come dice la Bibbia. Come farebbe Gesù. Già.

“Cosa farebbe Gesù”: a volte viene da pensare che quel braccialetto dovrebbero renderlo obbligatorio. Come i vaccini.

In diretta a Chi l'ha visto…

Grazie a tutti coloro che mi hanno seguito ieri sera su RaiTre. Sono contento di aver potuto dare un piccolo contributo al caso trattato, ma anche di aver ricordato brevemente agli spettatori cosa significhi essere cristiani.

È stata una bella sorpresa vedere scorrere le immagini del portale, durante il mio intervento, e qualche risultato in termini di visite (al sito, alla chat, al forum) c’è stato. E poi, parlare a 2 milioni e 700 mila persone in una volta sola… quando mi ricapita? 🙂