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Il decennio senza prospettive

Cosa resterà di questo primo decennio di XXI secolo? Se lo chiede, con qualche tocco di lirismo, Vittorio Macioce sul Giornale.

Sembravano anni già visti, detti, profetizzati: «sono stati lì a scrivere, immaginare, sognare, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, viaggi nel tempo, teletrasporti, telelavori, cibernauti, argonauti, terre promesse, visitors e ufo robot. Poi il 2000 è arrivato e sono passati dieci anni. Non è che non è successo nulla, solo che il futuro, quando ci cammini sopra, non è questa cosa straordinaria».
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Rapporti alla pari

Per un cristiano c’è sempre da imparare dalla realtà ebraica. Sul piano culturale, certo, ma anche relazionale.

La visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma è stata definita storica. Al di là dei contenuti, da parte della comunità ebraica spiccava un approccio da cui, forse, anche la realtà evangelica dovrebbe prendere esempio.

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Quando manca il sole

Troppo sole spinge al suicidio: lo ha scoperto uno staff di ricercatori che ha rilevato come «non sia l’oscurità a deprimere le persone, ma l’eccessiva esposizione alla luce solare».

La ricerca è partita dai dati relativi «ai crimini violenti avvenuti in Groenlandia dal 1968 al 2002: in quel periodo ci sono stati 1.351 suicidi e 308 omicidi», ma mentre gli omicidi hanno una distribuzione omogenea nel corso dell’anno, «i suicidi mostrano un marcato picco a giugno e un drastico calo in inverno», e la percentuale aumenta con il crescere della latitudine: ci si suicida di più a nord, «dove per sei mesi non fa mai buio».

L’equipe si è accorta che il discorso non vale solo per un paese anomalo come la Groenlandia, ma anche nel resto del mondo e in entrambi gli emisferi.

Che delusione per chi crede che il sole cambi le cose. Naturalmente nessuno nega che una bella giornata metta di buonumore, ma riesce a farlo solamente se, di fondo, la disposizione d’animo è positiva. O, per dirla in termini più spirituali, se il nostro animo è sereno e ben disposto.

La gioia, se prescinde dalla serenità, resta un effimero barlume di felicità. E non possiamo essere sereni se siamo sommersi da stress, depressione, problemi familiari.

Le condizioni critiche potrebbero essere state causate da situazioni oggettive come il superlavoro o un familiare difficile, o dal nostro approccio sbagliato alla questione: non possiamo dare la priorità al lavoro, alla famiglia, a un vizio – la Bibbia, meno benevola, parla di “idoli” e “falsi dei” – e pretendere di vivere bene comunque.

Come per la conversione e le dipendenze, ammettere il problema e riconoscerne le cause è il primo passo per risolverlo. Impegnarsi a cambiare le condizioni che ci hanno portato in quella situazione è il passo successivo.

È il caso di non sottovalutare le situazioni critiche, ma di affrontarle sul serio e subito: perché le cose, si sa, tendono a complicarsi con il passare del tempo.

Se aspettiamo che sia una bella giornata a risolverci la vita, siamo fuori strada: non sarà il sole a cambiare le cose.

Per vivere un’esistenza migliore, il sole bisogna averlo dentro.

Trattamento da vip

Che favola deve essere stato quel 26 maggio 1969 per Jerry Levitan: all’epoca era un ragazzo di 14 anni con una forte dose di inventiva, tanto da improvvisarsi giornalista e presentarsi nell’albergo del suo idolo, John Lennon. Era così convincente, nel suo travestimento, che non solo riuscì a entrare, ma Lennon gli dedicò quasi un’ora parlando della sua carriera artistica.

Il Corriere rievoca che «Mentre i giornalisti veri aspettavano fuori dalla porta della suite, John regalò al suo nuovo amico un disco, autografò la copia di «Two Virgins»… Poi lo mandò a un concerto, quella sera, al posto suo: “Date al mio amico il trattamento da vip che avreste riservato a me“, disse Lennon».

Non sappiamo se Levitan – che oggi si divide tra il suo ruolo di avvocato e impegni di attore e intrattenitore – dopo il bluff dell’intervista abbia trovato quella sera anche il coraggio di presentarsi a quel concerto, ma immaginiamo cosa possa significare trovarsi a un concerto per conto di un personaggio di quel livello: un trattamento che difficilmente si potrebbe provare altrimenti.

Al di là dell’immagine da guru che Lennon scelse nell’ultima fase della sua breve vita, e sorvolando sulla più celebre fanfaronata del personaggio («Adesso noi Beatles siamo più famosi di Gesù», disse scherzosamente nel 1966), la richiesta dell’artista nel congedare Levitan ha qualcosa di familiare.

«Date al mio amico il trattamento da vip che avreste riservato a me» è, in fondo, una buona parafrasi di quello che Gesù chiede di fare a ogni cristiano coerente. Riecheggia quella chiosa promettente e minacciosa, quel «… lo avrete fatto a me» che chiude la raccomandazione a dimostrare amore verso il bisognoso.

“Trattatelo come avreste trattato me”: come si sarebbero comportati gli organizzatori di quel concerto, se Lennon si fosse presentato? Gli avrebbero riservato la prima fila, lo avrebbero scortato al suo posto, gli avrebbero offerto tutti i comfort disponibili, si sarebbero fatti in quattro per venire incontro alle sue esigenze. In poche parole, il proverbiale trattamento da vip.

“… lo avrete fatto a me”. Superfluo chiedersi cosa faremmo se Gesù ci chiedesse un bicchere d’acqua, o qualche spicciolo per un panino: probabilmente lo accompagneremmo personalmente, ci assicureremmo che trovasse le condizioni ideali, e all’occorrenza ci impegneremmo in prima persona per garantirgliele. Anche qui, un trattamento da vip.

Non so voi, ma a me fare scivolare una moneta nel bicchiere di un indigente non è un trattamento da vip. E non lo è lo sguardo scocciato che spesso abbiamo nei confronti di chi ci chiede aiuto. Non lo è nemmeno il tentativo di evitare qualcuno che ci potrebbe chiedere aiuto per un trasloco, un passaggio, un prestito.

Trattatelo come trattereste me: nel 1969 sarebbe stato più facile – e di maggiore soddisfazione – farlo direttamente per Lennon, e oggi sarebbe più comodo e piacevole farlo direttamente per Gesù. Non è semplice stare vicino a chi soffre, a chi è in difficoltà, a chi non emana un odore gradevole. Ma siamo chiamati a farlo, e a farlo “come avreste fatto a me”.

Nel 1969 gli organizzatori di quel concerto non avrebbero mai osato screditarsi bistrattando un amico di John Lennon, quantomeno per non rischiare l’imbarazzo di vederselo comparire a metà serata e di dovergli dare improbabili spiegazioni sui perché di un tale comportamento.

Viene da chiedersi come mai invece noi, che pure consideriamo ancora Gesù Cristo più famoso – e importante – di John Lennon, ci permettiamo di deluderlo, offrendo ai suoi “amici” un trattamento diverso da quello che, certamente, riserveremmo a lui.

Chissà, forse siamo troppo sicuri che non comparirà a breve termine per chiedere spiegazioni.

Bellezze a confronto

Può esistere un concorso di bellezza in cui l’estetica non giochi un ruolo dominante?

Se la vostra risposta è “no”, sappiate che vi state sbagliando. Ma non fatevene una colpa, le nostre convinzioni nascono dalla società in cui viviamo: siamo occidentali, e nella nostra società la forma (fisica) risulta determinante in molte aree della vita.

Non è così ovunque, però – e questo, per inciso, dimostra che dovremmo smetterla di considerarci al centro dell’universo, e soprattutto di crederci i migliori -: in Arabia Saudita sono capaci di organizzare un concorso di bellezza, o meglio un reality, cui partecipano centinaia di ragazze coperte dalla testa ai piedi. Spiccano solo gli occhi, e qualcuna delle giurate (tutte donne, va da sé) particolarmente schizzinosa sostiene che si dovrebbero oscurare anche quelli.

Le valutazioni delle candidate si basano su qualcosa che noi europei abbiamo dimenticato: ciò che uno è dentro, ciò in cui una persona crede, come si comporta. Blanditi dai guru del relativismo abbiamo cancellato dal nostro immaginario tutto ciò che c’era di nobile, profondo, significativo, e che proprio per questo poteva apparire poco politicamente corretto.

In Arabia Saudita, a quanto pare, sono più avanti. O più indietro, a seconda dei punti di vista. Basano un concorso di bellezza – l’unico del paese – su educazione, conoscenza della morale (e, supponiamo, dell’educazione), qualità del rapporto familiare. Quasi una bestemmia per una società come la nostra, dove il massimo dell’espressione intellettuale emersa agli ultimi concorsi di bellezza è stata una dotta disquisizione sul “lato b”.

Sia chiaro: non vogliamo dimenticare che stiamo parlando dell’Arabia Saudita, un paese che non può essere additato come fulgido esempio di democrazia. Basti ricordare la condizione subalterna della donna, la mancanza di libertà religiosa, o il divieto di importare libri cristiani o simboli di una fede diversa dall’islam.

Premesso questo, però, viene da chiedersi se questa sorta di ballo delle debuttanti in salsa berbera, sia davvero così ridicolo come, a un primo sguardo, ci potrebbe sembrare.

In fondo abbiamo poco da ridere. Guardandoci attorno, camminando per la strada, navigando in rete troviamo una gioventù triste, delusa, senza punti di riferimento né valori: nemmeno l’ombra di quello che un tempo si definiva buona creanza, senso civico, buona educazione.

I miti di oggi sono sguaiati, arroganti, falsi, arrivisti, senza scrupoli né pietà, privi del benché minimo senso di opportunità.

Difficile stupirsi se poi i giovani si ritrovano a tirare avanti un’esistenza pigra, arrabbiata, sciatta, se tra un sms e l’altro niente li entusiasma e nulla riesce ad attirare la loro attenzione.

Pochi adulti se ne preoccupano davvero: “Sono solo ragazzi”, “è un’età difficile”, “hanno diritto a divertirsi” sono le frasi che ricorrono più spesso.
Nel declinare ogni responsabilità nei loro confronti dimentichiamo che tra qualche anno questi stessi ragazzi saranno, a loro volta, genitori. Con obblighi e responsabilità di cui, oggi, non vogliono nemmeno sentir parlare.

E allora una soluzione va trovata, e in fretta. Aiutarli a trovare un senso alla loro vita, spirituale e sociale, è un obbligo morale per tutti noi.

Felicità gonfiate

«Nel mondo dello spettacolo rifarsi è un’ossessione. La plastica in tv mette in moto una reazione a catena: mi arrangio con il botulino, ma non so quanto resisterò»: parole di una starlette nota al pubblico italiano. Ai suoi esordi, nelle interviste, erano per lei motivo di vanto le sue vistose protesi mammarie, dichiarando che aveva deciso di maggiorare le sue misure per per ottenere la notorietà.

Qualche lustro dopo la ritroviamo a lanciare l’allarme: dei suoi pregi acquisiti parla oggi come di un drammatico circolo vizioso, che costringe al rilancio continuo per non cedere ai segni del tempo. I suoi punti di forza sono diventati allo stesso tempo un idolo e una dipendenza (“un’ossessione”).

Una situazione drammatica sul piano umano, perfino disperata sul piano estetico («mi arrangio con il botulino, ma non so quanto resisterò»), che presenta tristemente il conto alle dichiarazioni ammiccanti e sostenute dell’epoca, quando alla soubrette sembrava sarebbe bastata qualche misura in più per essere felice.

Chissà se oggi, risvegliata dall’anestesia cui la celebrità l’ha sottoposta, ha colto la falsità dell’accostamento tra la felicità – quella vera – e fama, denaro, eccessi.

Chissà se, delusa da una vita a fondo cieco, avrà il coraggio di cercare una via alternativa, o se invece vorrà rilanciare fino all’ultimo, nella disperazione di una decadenza che i continui interventi estetici accelereranno.

E chissà se la sua (triste) vicenda potrà essere un monito per chi continua a vedere nel personaggio televisivo un essere che rasenta la perfezione, da mitizzare e invidiare, o per chi aspira a entrare nel rutilante mondo dello spettacolo.

Chi è stato?

“Chi è stato il primo ad aver tracciato un confine?” ci si chiedeva, con una certa dose di retorica, in tempi più ideologicizzati dei nostri.

Oggi, in un giorno qualsiasi dell’epoca più “post” della storia, vorremmo limitarci a chiedere chi ha cominciato a infierire su Denise.

La Denise di cui parliamo fa di cognome Pipitone, ed è una bambina di quattro anni scomparsa da casa nel 2004: una tra le sparizioni più eclatanti, almeno per eco mediatica, degli ultimi anni.

Vediamo i fatti. Nei giorni scorsi i giornali ci informavano di una clamorosa novità: una turista italiana in vacanza in Grecia ha incontrato una bambina molto simile a Denise. La bambina, raccontano le cronache, parla perfettamente l’italiano nonostante la madre – una trentenne albanese – non spiccichi parola nella nostra lingua.
Il giorno dopo le testate rilanciano: il dna di madre e figlia non corrispondono, si passerà quindi a confrontare le evidenze genetiche della bambina albanese con quelle della famiglia di Denise per verificare un’eventuale compatibilità.

Ieri un doppio contrordine: la polizia greca informa che il dna della presunta Denise corrisponde con quello della donna albanese che sostiene di esserne la madre. Non solo: la bambina biascia solo poche parole in italiano, quelle che servono per chiedere la carità ai turisti.

Probabilmente archivieremo amaramente questo ennesimo falso allarme senza farci domande, ma personalmente mi sento offeso. Offeso come lettore dei quotidiani, che hanno riportato una notizia basandosi su elementi manifestamente errati. Offeso come cittadino per una notizia data male e sviluppata peggio, che ha illuso e poi deluso sul volto della signora Pipitone.

Prima di dimenticare, in attesa della prossima bufala, sarebbe interessante capire chi abbia superato, stavolta, il confine della stupidità. Le ipotesi non sono molte.

Potrebbe essere stata la signora italiana turista in terra greca, reduce da un’overdose di serial polizieschi e tv del dolore. Certo, non è facile confondere una persona che “parla perfettamente” la nostra lingua con una che mette insieme due parole alla bisogna: in questo caso, evidentemente, la proprietà linguistica della signora è ai minimi termini (forse non ci sarebbe da stupirsi, visto il livello culturale medio nel nostro paese).

L’ipotesi alternativa? Sono stati i media a inventarsi quel “perfettamente” e perfino quella differenza di codice genetico che, a quanto pare, nessuno ha mai certificato.

Sia come sia, in ultima analisi è anche colpa nostra: non risulta che nessuno, sui principali giornali, si sia posto il benché minimo dubbio sui motivi di questa cantonata, segno che viene considerato normale sparare notizie inesistenti e che domani, al prossimo avvistamento, sarà la stessa cosa. Significa che ci troviamo di fronte a un giornalismo che diventa pour parler, un’informazione di terz’ordine che si allinea bellamente nei modi ai dibattiti inconcludenti del dopo partita.

Con una differenza: nei talk show sportivi non c’è di mezzo il dolore di una madre.