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La crisi del volontariato

L’altruismo sta morendo. A segnalarlo è Riccardo Bonacina, direttore editoriale di Vita Magazine, che in un intervento sul Corriere della Sera lamenta un dato preoccupante: negli ultimi tre anni il numero di coloro che si dedicano al volontariato è diminuito del 10%.

Un crollo che si spiega con l’assenza di una politica adeguata da parte delle autorità preposte, una linea capace di valorizzare l’impegno di chi dedica il suo tempo ai bisognosi, incoraggiando altri a seguirne l’esempio. Ma non solo.

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Solitudine da denuncia

Una denuncia. Poi due, tre, sei. Diverse tra loro ma accomunate dallo stesso problema, un problema che le forze dell’ordine non possono risolvere. Succede in Friuli, ma probabilmente anche altrove: «nelle ultime due settimane – raccontano i Carabinieri al Gazzettino, che ha segnalato la questione – abbiamo avuto sei di questi episodi».

Capita infatti sempre più spesso che persone avanti negli anni raggiungano la caserma dei Carabinieri per sporgere denunce poco verosimili: «Mi hanno spinto, fatto cadere a terra e volevano rapinarmi», è stata la storia di un settantaseienne di Pozzuolo (UD). Ai militari non c’è voluto molto per comprendere che c’era poco di vero: l’abitazione risultava in ordine, l’anziano molto meno, con quel tasso alcolico così sospetto.

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Donna a metà

Quando pensi di aver capito come gira il mondo, ti ritrovi al punto di partenza.

La Corte di Cassazione ha sancito che “Per questo lavoro serve un uomo” è una frase discriminatoria meritevole di sanzione: nel caso specifico, settemila euro che un giornalista di casertano, insieme al sindacalista che aveva intervistato, dovrà versare alla direttrice del carcere di Arienzo. A indispettire era stato il titolo dell’articolo: “Carcere, per dirigerlo serve un uomo”, e la Cassazione ha dato ragione alla donna, in quanto si tratterebbe di un «gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo che deriva dal dato biologico».

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Pieni di vuoto

«Hanno tutto, perché rubano?», si chiedevano disperate le mamme di quindici ragazzi della Milano e della Brescia bene, sorpresi ad alleggerire i turisti a Gardaland. Erano tutti figli di imprenditori, professionisti, commercianti, tutti vestiti alla moda, senza problemi di liquidità, con in tasca il cellulare all’ultimo grido.

Eppure nelle noiose – per loro – mattinate primaverili marinavano la scuola destinazione Gardaland per provare il brivido del furto. La direzione, dopo un’impennata di denunce da parte dei visitatori, ha interessato i Carabinieri di Peschiera, che in una giornata hanno fermato i ragazzi. Non si aspettavano di trovarsi di fronte la meglio gioventù, e non si aspettavano una banda così numerosa, tanto che per portarli in caserma hanno dovuto usare il pulmino del parco giochi.

«Dopo la denuncia ridevano e scherzavano tra loro», hanno raccontato i militari, «come se l’accusa di furto riguardasse altri».

E allora non si può non tornare all’interrogativo di partenza: «Hanno tutto, perché rubano?». I genitori hanno soddisfatto ogni loro capriccio dando loro tutto. A quanto pare, non abbastanza.

D’altronde, come tutti i genitori di questo mondo, non hanno potuto regalare ai figli ciò che non avevano: la felicità. Quella felicità che nasce dalla serenità di una vita che ha uno scopo. Probabilmente i poveri genitori hanno passato la vita ad arrivare, a guadagnare, ad accumulare, convinti che la quantità fosse la risposta al loro vuoto interiore.

Eppure, da buoni frequentatori delle boutique più note, avrebbero dovuto sapere che un falso resta un falso anche se è costruito con materiali pregiati. La qualità non si imita. La felicità non si raggiunge accumulando beni, emozioni, esperienze.

No, la felicità di una vita piena non potevano trasmetterla ai figli. E, quando alla vita manca un significato convincente, anche i valori rischiano di non bastare.

Non è sufficiente, ora, interrogarsi, disperarsi, rimproverarsi e rimproverarli. Forse addirittura non c’è stato niente di formalmente sbagliato, nell’educazione che hanno impartito ai loro ragazzi: niente, tranne l’obiettivo. Quando la morale diventa una convenzione ipocrita, quando gli assoluti diventano relativi, quando la fede diventa religione, allora la coscienza si addormenta, il divertimento si fa eccesso e il senso di tutte le cose – la vita in primis – si appanna inevitabilmente.

Sì, hanno avuto tutto, quei ragazzi; forse troppo. La felicità, però, è un’altra cosa.

L'impegno che conta

Venerdì sera comincia il 25.mo convegno annuale di Porte Aperte, base italiana dell’organizzazione umanitaria internazionale Open Doors, da oltre cinquant’anni impegnata a favore dei cristiani perseguitati. Se ne parla sempre troppo poco. Non tanto del lavoro di Porte Aperte, quanto della chiesa perseguitata.

Parla chiaro la World watch list, che ogni anno denuncia la situazione dei cristiani nei vari paesi del mondo: lo fa in modo semplice, attraverso una mappa dove vengono segnalati i paesi dove la situazione per i cristiani è più critica.

Anche per il 2009 si trovano tristi conferme – al primo posto, ormai da anni, resta saldamente la Corea del Nord, seguita dall’Arabia Saudita – e altrettanto amare nuove entrate – la Somalia, passata dal 17.mo al quinto posto per la recrudescenza delle persecuzioni – che non fanno ben sperare.

Perfino un posto trendy e vacanziero come le Maldive è un paese dove chi diventa cristiano perde la cittadinanza e i propri diritti: lo sancisce la nuova costituzione, approvata da pochi mesi.

È sufficiente, di fronte a situazioni simiili, essere spirituali, assicurando la nostra preghiera? Oppure è necessario mettersi all’opera, e sostenere concretamente i nostri fratelli che chiedono aiuto?

Una domanda cui Giacomo, nella Bibbia, risponde in maniera quasi scandalizzata. Porte Aperte la pensa allo stesso modo, e con lei decine di migliaia di credenti che non vogliono rinchiudere la propria fede dentro le quattro mura della sala di culto.

Da più di mezzo secolo, se i cristiani perseguitati soffrono un po’ meno, è anche grazie all’impegno di questi credenti.

L’impegno che conta

Venerdì sera comincia il 25.mo convegno annuale di Porte Aperte, base italiana dell’organizzazione umanitaria internazionale Open Doors, da oltre cinquant’anni impegnata a favore dei cristiani perseguitati. Se ne parla sempre troppo poco. Non tanto del lavoro di Porte Aperte, quanto della chiesa perseguitata.

Parla chiaro la World watch list, che ogni anno denuncia la situazione dei cristiani nei vari paesi del mondo: lo fa in modo semplice, attraverso una mappa dove vengono segnalati i paesi dove la situazione per i cristiani è più critica.

Anche per il 2009 si trovano tristi conferme – al primo posto, ormai da anni, resta saldamente la Corea del Nord, seguita dall’Arabia Saudita – e altrettanto amare nuove entrate – la Somalia, passata dal 17.mo al quinto posto per la recrudescenza delle persecuzioni – che non fanno ben sperare.

Perfino un posto trendy e vacanziero come le Maldive è un paese dove chi diventa cristiano perde la cittadinanza e i propri diritti: lo sancisce la nuova costituzione, approvata da pochi mesi.

È sufficiente, di fronte a situazioni simiili, essere spirituali, assicurando la nostra preghiera? Oppure è necessario mettersi all’opera, e sostenere concretamente i nostri fratelli che chiedono aiuto?

Una domanda cui Giacomo, nella Bibbia, risponde in maniera quasi scandalizzata. Porte Aperte la pensa allo stesso modo, e con lei decine di migliaia di credenti che non vogliono rinchiudere la propria fede dentro le quattro mura della sala di culto.

Da più di mezzo secolo, se i cristiani perseguitati soffrono un po’ meno, è anche grazie all’impegno di questi credenti.

Indignazione a senso unico

Sosta breve per Geert Wilders in Gran Bretagna: «A Londra non è stato che poche ore. Appena sbarcato all’aeroporto di Heatrow, Geert Wilders, il deputato di estrema destra olandese sotto processo nel suo Paese per dichiarazioni giudicate offensive nei confronti dell’Islam, è stato riaccompagnato alle partenze da due funzionari del servizio immigrazione e fatto salire sul primo volo per Amsterdam».

Era stato invitato da un parlamentare inglese per assistere alla proezione del suo film-documentario, Fitna, che da quando è uscito (poco meno di un anno fa) non ha smesso di creargli problemi: d’altronde, come spiega Repubblica, «Con lo short movie “Fitna” (in arabo “scontro”), della durata di 17 minuti, prodotto in proprio dal deputato olandese e diffuso su internet, Wilders aveva denunciato la natura violenta del Corano, esprimendo il concetto che il mondo musulmano è intollerante e violento e rappresenta una minaccia per la civiltà occidentale. Il film paragona il libro sacro dell’Islam al “Mein Kampf” di Adolf Hitler».

Un film a sostegno di tesi scomode, che sono costate al parlamentare «l’incriminazione per odio religioso da parte del tribunale olandese, l’atto di insofferenza del governo inglese, gli strali dell’Onu e le proteste del mondo islamico, così come avvenne dopo la diffusione in Danimarca delle vignette su Maometto».

Se il film sia valido, documentato, serio o solo un’accozzaglia di luoghi comuni accostati in maniera fuorviante alla Michael Moore, non possiamo dirlo. Però fa riflettere che un paese di tradizioni liberali come la Gran Bretagna respinga alle frontiere una persona – un rappresentante del popolo olandese, se vogliamo dirla in maniera pomposa – per una questione che riguarda solo pensieri e opinioni.

Certamente nell’accogliere un personaggio controverso c’era da aspettarsi problemi di ordine pubblico; probabilmente si sarebbero viste manifestazioni di protesta, e magari si sarebbe rischiato anche qualche atto estremo da parte di fanatici che con la libertà hanno poca familiarità.

Tutto questo era da mettere in conto, certo; se però il rischio è tanto forte da comportare una limitazione così clamorosa della libertà di parola, forse è il caso di chiedersi se la legge, oggi, sia ancora uguale per tutti.

Pare infatti che, in Gran Bretagna come in Italia e in tutta Europa ci siano particolari categorie, gruppi, confessioni che possono permettersi di minacciare e zittire gli altri, con il benestare di chi dovrebbe affrontare il problema ma preferisce non farlo.

Sarebbe fin troppo facile far presente che nessuna autorità europea blocca i film, i libri, i pensieri che criticano la cristianità, e speriamo vivamente che nessuno pensi seriamente di chiederlo; il problema, però, è che di fronte a queste vicende non è concesso nemmeno il diritto di indignarsi senza venir bollati come fondamentalisti liberticidi, mentre sull’altro fronte una banale vignetta su Maometto (in Danimarca) o un semplice commento storico (a Ratisbona) vengono considerati alla stregua di una “grave provocazione”, e giustificano a mettere sottosopra mezzo mondo.

Tolleranza, libertà, democrazia, solidarietà sono concetti cardine nella nostra cultura. Continuare a esercitarli a senso unico, però, potrebbe rivelarsi l’inizio della loro fine.

Il senatore e l’Onnipotente

Un attempato senatore americano fa causa a Dio. Ernie Chambers, 71 anni, da 38 in carica, ha deciso di portare in tribunale nientemeno che l’Onnipotente per chiedergli di difendersi dalla sua condotta.

Infatti, nella denuncia di Chambers, Dio risulta responsabile “delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”, nonché di “terremoti, uragani, guerre e nascite di bmibi on malformazioni”. Non solo: Dio avrebbe “distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza”.

La causa è stata giudicata inammissibile dalla corte del Nebraska, dal momento che non è noto un domicilio dove recapitare al Creatore l’invito a comparire davanti al tribunale.

Per parte sua Chambers si dice soddisfatto: avrebbe dimostrato che tutti possono accedere alla giustizia, e che chiunque può essere giudicato. Eppure i conti non tornano: fosse stato questo l’obiettivo, avrebbe fatto più effetto una causa contro il presidente Bush, o un Ahmadinejad qualsiasi.

Prendersela con Dio forse è più comodo, dato che apparentemente non risponde. Certo che poi quando si decide non è così semplice ribattergli, come ha imparato il buon Giobbe.

Chiamare in causa Dio per ascrivergli tutti i mali del mondo, d’altronde, è abbastanza comune, e rivela che il senatore Chambers non conosce Dio di persona. Niente di strano: negli USA come da noi molti si definiscono cristiani, ma limitano la loro fede a una religiosità di facciata, una formula vuota, ben lontana da una vita cristiana coerente.

Se non si conosce il Dio d’amore che ha dato suo figlio per l’uomo, è facile cadere nella demagogia un po’ ipocrita da supermarket del luogo comune. E dire che basterebbe un po’ di buonsenso e di onestà per rendersi conto che buona parte dei drammi e dei disastri di cui parliamo non li ha provocati Dio, ma l’uomo.

Il senatore e l'Onnipotente

Un attempato senatore americano fa causa a Dio. Ernie Chambers, 71 anni, da 38 in carica, ha deciso di portare in tribunale nientemeno che l’Onnipotente per chiedergli di difendersi dalla sua condotta.

Infatti, nella denuncia di Chambers, Dio risulta responsabile “delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”, nonché di “terremoti, uragani, guerre e nascite di bmibi on malformazioni”. Non solo: Dio avrebbe “distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza”.

La causa è stata giudicata inammissibile dalla corte del Nebraska, dal momento che non è noto un domicilio dove recapitare al Creatore l’invito a comparire davanti al tribunale.

Per parte sua Chambers si dice soddisfatto: avrebbe dimostrato che tutti possono accedere alla giustizia, e che chiunque può essere giudicato. Eppure i conti non tornano: fosse stato questo l’obiettivo, avrebbe fatto più effetto una causa contro il presidente Bush, o un Ahmadinejad qualsiasi.

Prendersela con Dio forse è più comodo, dato che apparentemente non risponde. Certo che poi quando si decide non è così semplice ribattergli, come ha imparato il buon Giobbe.

Chiamare in causa Dio per ascrivergli tutti i mali del mondo, d’altronde, è abbastanza comune, e rivela che il senatore Chambers non conosce Dio di persona. Niente di strano: negli USA come da noi molti si definiscono cristiani, ma limitano la loro fede a una religiosità di facciata, una formula vuota, ben lontana da una vita cristiana coerente.

Se non si conosce il Dio d’amore che ha dato suo figlio per l’uomo, è facile cadere nella demagogia un po’ ipocrita da supermarket del luogo comune. E dire che basterebbe un po’ di buonsenso e di onestà per rendersi conto che buona parte dei drammi e dei disastri di cui parliamo non li ha provocati Dio, ma l’uomo.