Archivi Blog

Preferisco di no

È mancato venerdì sera Walter Cronkite, colonna del giornalismo televisivo statunitense. Nato nel 1912, era stato per sei decenni «l’uomo di cui gli americani avevano più fiducia, col suo approccio diretto, con le sue parole misurate, con la sua voce profonda che gli conferivano una autorevolezza senza precedenti nel mondo dei media».

Il culmine della sua carriera è stata la conduzione per quasi vent’anni (dal 1962 al 1981) del notiziario serale della CBS, ruolo che lo aveva consacrato anchorman di punta: fu lui ad annunciare la morte di Kennedy e lo sbarco sulla luna.

L’America si è commossa di fronte alla sua dipartita, e non solo perché era un grande comunicatore. «La grande forza di Walter Cronkite  – ha ricordato il suo collega Brian Williams – era di essere la stessa persona davanti alla telecamera o fuori dallo studio. Una persona onesta e diretta che andava sempre al sodo, senza tanti fronzoli. Un modo di fare che piaceva agli americani».

Leggi il resto di questa voce

Dalle parole ai fatti

Un’associazione britannica ha trovato un modo interessante per richiamare l’attenzione nei confronti della sua raccolta fondi per la lotta contro il cancro: ha chiesto agli utenti di esprimersi sulla felicità.

Le prime risposte arrivano da alcuni vip: al quesito “cosa vi rende felici?” «Lo scrittore Alexander McCall Smith, ha risposto: “Il modo più sicuro di essere felici è causare felicità al prossimo, e poi goderne i frutti”. L’imprenditore Charles Dunstone, re dei telefonini, ha risposto: “Il mio consiglio per sentirsi felici è credere che tutti possano dare il meglio”. David Cameron, leader del partito conservatore (e secondo i sondaggi prossimo primo ministro), ha detto: “Per me la felicità è qualcosa di molto distante dal mondo della politica. Nuotare all’alba davanti a una deserta spiaggia della Cornovaglia, per esempio”».

La felicità è un tema semplice e tuttavia complesso: tutti probabilmente abbiamo un’idea di cosa ci potrebbe rendere felici (un panorama, un risultato, un’esperienza), ma allo stesso tempo ci rendiamo conto che la felicità è qualcosa di diverso, più profondo, impossibile da sublimare in una situazione, un oggetto, un evento. E torniamo a cercare.

Forse una delle domande più imbarazzanti, personali e difficili è proprio “sei felice?”: sarà per questo che non lo si chiede quasi mai, e di solito ci si limita a un più neutro “come stai?”. D’altronde spesso non serve nemmeno chiederlo: dal comportamento, dall’espressione facciale, dal modo di relazionarsi  facile rendersi conto se una persona sia felice o no.

Probabilmente alla domanda “cos’è la felicità?” ogni cristiano ben addestrato risponderà “la felicità è avere Gesù accanto a sé“. Che sia vero non ci sono dubbi. Ma ci crediamo veramente?

Spesso sembrerebbe proprio di no. Perché è facile mettere Dio nelle nostre frasi, illudendosi che basti questo per farci riconoscere come cristiani.

È invece più difficile, molto più difficile, mostrare la propria felicità vivendo e praticando l’amore cristiano nelle piccole cose di ogni giorno: un sorriso, una parola gentile, un gesto di disponibilità.

Nella quotidianità non si può barare, o almeno non lo si può fare a lungo. È un bene e un male. È un male, perché la nostra vita parla per noi, e non possiamo dire di avere qualcosa che non abbiamo senza venir smentiti dai fatti.

Ma è anche un bene, perché se dimostriamo ogni giorno la nostra felicità saranno i nostri vicini e i nostri colleghi, spontaneamente, a chiederci come riceverla a loro volta.

La nostra felicità parla attraverso ciò che siamo, più che attraverso quel che diciamo.

Parole a vuoto

Ieri il Corriere, oggi Repubblica: la stampa italiana celebra Twitter, il nuovo sistema di comunicazione che – secondo qualche esperto – rende antichi siti, blog e perfino Facebook.

Twitter, spiega il Corriere, è una “rete basata su micromessaggi” di 140 caratteri al massimo con i quali ognuno può raccontare «”in diretta” a gruppi di amici, genitori o a fan (nel caso dei messaggi inviati da star dello spettacolo o dello sport) cosa sta facendo, cosa sta comprando al super­mercato, a che ora andrà a prendere i figli a scuola».

Insomma, come il Corriere stesso ammette, una noia profonda, salvo che in occasioni eccezionali: come quando un utente di Twitter comunicò per primo bruciando perfino la CNN, l’ammaraggio sul fiume Hudson, o quando gli studenti iraniani comunicano gli sviluppi del loro dissenso, attraverso questo sistema, unica voce non imbavagliabile da parte del potere di Teheran.

Strumento utile, ma nei confronti del quale è necessaria la giusta cautela: si fa presto a parlare di citizen journalism, ma al volontariato giornalistico proposto dai cittadini deve corrispondere un’azione di verifica da parte del lettore, impegno che sulle testate tradizionali si sobbarcano (se lo facciano bene o male è un altro discorso) i giornalisti. Leggere un post su Twitter non è come leggere un giornale, e non solo per una questione di metodo.

In ogni caso il fenomeno andrebbe ridimensionato: non capita tutti i giorni di trovarsi testimoni casuali di un fatto storico e di avere i mezzi per raccontarlo. A fronte di queste eccezioni, come detto, il resto della comunicazione partecipata è solo noia.

Twitter per lo più è un ammasso di parole scritte senza convinzione per un pubblico quasi inesistente, e d’altronde solo una persona molto annoiata può passare la giornata a crogiolarsi negli insignificanti dettagli della vita altrui.

Il successo di Twitter dovrebbe preoccuparci: è l’ennesimo indizio della nostra tendenza sociale all’isolamento, a parlare senza ascoltare, a pontificare anziché imparare.

«Ho un’opinione su tutto, e se non ce l’ho me la faccio», mi ha scritto anni fa una baldante giovane che, pur in assenza di competenze specifiche, si candidava al ruolo di editorialista.

A parte rari casi di blog e canali che si distinguono per la loro specializzazione, la maggior parte dei fenomeni di interattività – dai siti ai social network – vengono sfruttati dagli utenti solo per tamburellare sulla tastiera anziché farlo a vuoto sul tavolo.

Latita la competenza, ma anche il buonsenso e la coerenza: un giorno si annunciano i propri spostamenti descrivendo percorsi e movimenti, il giorno dopo si protesta contro le telecamere in centro. Un giorno si inseriscono online le foto private, il giorno dopo ci si lamenta per l’assenza di privacy.

Si dimentica che la riservatezza impone di tacere quando non si ha niente da dire, e riflettere quando si intende parlare. Solo così il discorso ci guadagna, il confronto diventa proficuo, la parola ritrova il valore che aveva perso.

Messaggi chiari e risposte coerenti: «il di più viene dal maligno», concludeva tranchant Gesù Cristo. Uno che di comunicazione si intendeva.