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Lo spezzatino di Verhoeven

Di artisti e intellettuali che hanno provato a riscrivere i vangeli è piena la storia: l’ultimo, in ordine di tempo, è il regista Paul Verhoeven che – segnala Il Giornale – ” passa dalla fantascienza alla teologia” con “un libro spericolato in cui si mescolano Vangeli e gnosticismo”.

Stando al regista, “Il Redentore sarebbe stato soltanto un uomo e per di più travolto dagli eventi”. Un Gesù assolutamente umano, che eredita quasi per caso i suoi discepoli alla morte di Giovanni Battista e solo con il tempo si convince di essere «qualcosa di più di un profeta».

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Scienza (in)esatta

Si fa presto a dare l’allarme: tanto, se il disastro non è imminente, tutti se ne dimenticheranno. Chi, per esempio, ricorda più l’allarme del principe Carlo, quando disse «Abbiamo 99 mesi prima del punto di non ritorno»?

Però stavolta ad Al Gore è andata male: da Copenaghen, con il tono grave di chi esprime una verità ineluttabile, «Al Gore ha lanciato l’allarme sulla possibilità che l’intera calotta polare artica sparisca nei prossimi 5-7 anni».

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Meglio un furgone oggi

Il Corriere racconta la storia di Aaron Heideman, un artista dell’Oregon che, come tanti altri, è rimasto travolto dalla crisi e si ritrovato, da un mese all’altro, a dormire in un furgone.

Al contrario di tanti altri, Heideman ha messo la sua arte al servizio di chi, come lui, ha visto la propria tranquilla esistenza naufragare in meno di un anno. Lo ha fatto diventando, a modo suo, portavoce delle tante piccole grandi tragedie causate dal tracollo del credito: ha investito i suoi ultimi soldi in carburante e girando l’America per farsi raccontare le storie della gente qualunque colpita dalla crisi.

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C'è bisogno di noi

«Sentiamo che in questa crisi economico-finanziaria globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori: se guardiamo alle cause e anche agli sforzi da mettere in atto per superarla, ci rendiamo conto che è essenziale un ristabilimento di valori spirituali e morali che sono stati largamente assenti dalle determinazioni dei soggetti economici e politici»: lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di qualche giorno fa di fronte ai 129 leader religiosi convenuti in Italia per il consueto summit pre-G8.

Se fino a qualche anno fa la fede veniva vista quasi con fastidio e relegata a un affare privato, e l’etica nel mondo del lavoro era un surplus per credenti particolarmente puntigliosi, dopo la crisi che ha squassato il mondo dell’economia i valori tornano in primo piano.

Fino a quando tutto va bene si tende a dimenticare il dovere a favore del piacere: e il piacere, per decenni, è stato l’edonismo di un sistema dove consumare significava tutto e tutto aveva un prezzo, dove l’imperativo era arricchirsi e ogni mezzo era lecito per farlo.

C’era bisogno di un terremoto per comprendere che l’economia non può essere un valore assoluto, che i valori non sono solo quelli di borsa, che l’arricchimento esteriore è arido senza un corrispondente arricchimento interiore.

A quel punto, disorientati, anche i famelici manager di Wall Street si sono dovuti fermare. Alcuni di loro, di fronte a una crisi economica e morale, hanno percorso di nuovo le navate delle chiese dopo anni spesi nel sacro tempio della Borsa.

Di fronte alla desolazione, ci si è concentrati di nuovo su quel mondo di piccole cose che si erano perse di vista: la famiglia, i gesti, i pensieri.

E, non ultima, la fede. Che non è un valore come gli altri, ma un valore aggiunto in qualsiasi sistema.

Ora questo ruolo è stato riconosciuto anche da Napolitano. I media non hanno enfatizzato le sue parole, anche se suona strano sentire un gentiluomo laico e di tradizione comunista sdoganare la spiritualità e i valori che ne discendono: «Nella visione che ispira la Costituzione della Repubblica italiana noi riconosciamo pienamente che hanno una dimensione pubblica e un valore pubblico il fatto religioso e la presenza religiosa. Senza pericolose confusioni tra politica e religione nella piena autonomia dell’una e dell’altra sfera abbiamo bisogno di tale apporto».

C’è bisogno di fede. Una fede viva, vissuta, coerente. Una fede che, applicata, porta a una morale convinta, non ipocrita ma profonda, nella vita del credente. Una morale che si trasforma in etica, un comportamento corretto fatto di serietà e onestà nel campo professionale.

Ora è ufficiale: anche il Capo dello Stato ne riconosce il bisogno e chiama i credenti a una presenza cristiana concreta, quotidiana, capace di restituire dignità a un mondo senza valori.

“… E voi mi sarete testimoni”, disse Gesù ai suoi discepoli. Oggi il mondo, la società, le autorità – quel mondo, quella società, quelle autorità che fino a ieri sottovalutavano la fede  – ci invitano a non dimenticare quella raccomandazione.

C’è bisogno di noi

«Sentiamo che in questa crisi economico-finanziaria globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori: se guardiamo alle cause e anche agli sforzi da mettere in atto per superarla, ci rendiamo conto che è essenziale un ristabilimento di valori spirituali e morali che sono stati largamente assenti dalle determinazioni dei soggetti economici e politici»: lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di qualche giorno fa di fronte ai 129 leader religiosi convenuti in Italia per il consueto summit pre-G8.

Se fino a qualche anno fa la fede veniva vista quasi con fastidio e relegata a un affare privato, e l’etica nel mondo del lavoro era un surplus per credenti particolarmente puntigliosi, dopo la crisi che ha squassato il mondo dell’economia i valori tornano in primo piano.

Fino a quando tutto va bene si tende a dimenticare il dovere a favore del piacere: e il piacere, per decenni, è stato l’edonismo di un sistema dove consumare significava tutto e tutto aveva un prezzo, dove l’imperativo era arricchirsi e ogni mezzo era lecito per farlo.

C’era bisogno di un terremoto per comprendere che l’economia non può essere un valore assoluto, che i valori non sono solo quelli di borsa, che l’arricchimento esteriore è arido senza un corrispondente arricchimento interiore.

A quel punto, disorientati, anche i famelici manager di Wall Street si sono dovuti fermare. Alcuni di loro, di fronte a una crisi economica e morale, hanno percorso di nuovo le navate delle chiese dopo anni spesi nel sacro tempio della Borsa.

Di fronte alla desolazione, ci si è concentrati di nuovo su quel mondo di piccole cose che si erano perse di vista: la famiglia, i gesti, i pensieri.

E, non ultima, la fede. Che non è un valore come gli altri, ma un valore aggiunto in qualsiasi sistema.

Ora questo ruolo è stato riconosciuto anche da Napolitano. I media non hanno enfatizzato le sue parole, anche se suona strano sentire un gentiluomo laico e di tradizione comunista sdoganare la spiritualità e i valori che ne discendono: «Nella visione che ispira la Costituzione della Repubblica italiana noi riconosciamo pienamente che hanno una dimensione pubblica e un valore pubblico il fatto religioso e la presenza religiosa. Senza pericolose confusioni tra politica e religione nella piena autonomia dell’una e dell’altra sfera abbiamo bisogno di tale apporto».

C’è bisogno di fede. Una fede viva, vissuta, coerente. Una fede che, applicata, porta a una morale convinta, non ipocrita ma profonda, nella vita del credente. Una morale che si trasforma in etica, un comportamento corretto fatto di serietà e onestà nel campo professionale.

Ora è ufficiale: anche il Capo dello Stato ne riconosce il bisogno e chiama i credenti a una presenza cristiana concreta, quotidiana, capace di restituire dignità a un mondo senza valori.

“… E voi mi sarete testimoni”, disse Gesù ai suoi discepoli. Oggi il mondo, la società, le autorità – quel mondo, quella società, quelle autorità che fino a ieri sottovalutavano la fede  – ci invitano a non dimenticare quella raccomandazione.

Il più simpatico del vangelo

Famiglia Cristiana ha lanciato un sondaggio tra i suoi lettori, chiedendo quale sia il personaggio più simpatico del vangelo. Tra le opzioni proposte ci sono una trentina di figure che spaziano dai discepoli agli incontri di Gesù, fino ai protagonisti delle parabole.

L’iniziativa è interessante, e potremmo definirla evangelistica: se lo scopo del cristiano è diffondere la conoscenza del messaggio di Cristo, sollecitare la conoscenza del vangelo è un aspetto propedeutico; chiedere all’intervistato di esprimere una preferenza motivata, inoltre, pone l’iniziativa in un contesto non meramente culturale, ma volto alla riflessione, stimolando la coscienza e l’autocritica.

La classifica provvisoria vede in testa il ladrone pentito, il figliol prodigo e il pubblicano Zaccheo; seguono Lazzaro, Maria Maddalena, il pastori di Betlemme e Tommaso.

Secondo Famiglia Cristiana, i voti pervenuti finora indicano una identificazione dei lettori con peccatori pentiti (d’altronde il messaggio del vangelo è proprio quello…), pur lasciandosi una porta aperta: si avverte la necessità di cambiare, ma si preferisce aspettare a farlo.

Dalle nomination sono state escluse, peraltro opportunamente, due figure: Gesù e Maria. Sul momento si potrebbe pensare che la motivazione di questa esclusione sia il rispetto, e di conseguenza l’eccessiva facilità con cui i due dominerebbero la classifica.

In realtà, forse, la scelta è stata dettata da ragioni opposte: d’altronde in un recente sondaggio effettuato in ambito cattolico, Gesù risultava paradossalmente in coda alla classifica dei santi preferiti.

Al di là della questione teologica – l’intercessione dei santi, come si sa, è un retaggio cattolico, avversato sul piano dottrinale dalle chiese evangeliche -, le risposte degli intervistati costringono a interrogarsi su quanto poco gli italiani siano al corrente del cuore stesso del messaggio cristiano. Commemorano la morte di Cristo, ricordano la sua resurrezione, ma non conoscono – né, di conseguenza, riconoscono – la funzione fondamentale del suo sacrificio.

Per questo viene da chiedersi se, escludendo Gesù dal sondaggio alla ricerca del personaggio più simpatico del vangelo, si sia cercato di evitare una vittoria scontata, o piuttosto gli si sia voluta risparmiare l’umiliazione di un piazzamento a metà classifica, dietro a personaggi che – al posto dei nostri contemporanei – avrebbero dato risposte ben diverse.

Per quanto riguarda noi, una volta passata l’indignazione abbiamo due possibilità. Possiamo decidere di ignorare il sondaggio, i nostri vicini, la nostra chiamata, per vivere serenamente nel nostro piccolo mondo fatto di culti, studi, comunione fraterna, begli inni e preghiere intense.

Oppure possiamo sentire il peso per questa situazione, e decidere di fare qualcosa: in questo caso potremmo chiederci se non sia opportuno approfittare di questo periodo pasquale – in cui tutti sono più sensibili al messaggio evangelico – per chiarire le idee a quella ampia parte della società che conosce Gesù di nome, ma lo ignora come persona.