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Piccoli regali quotidiani

Era un periodo nero per Neil Pasricha: a trent’anni, improvvisamente, si trovava ad affrontare un divorzio, vivere problemi sul posto di lavoro, scoprire un amico seriamente malato.

Le disgrazie non vengono mai da sole, e sembravano addensarsi sulla sua testa con una intensità pericolosa. E poi si sa: i fatti condizionano la nostra percezione, e rischiano di portarci in un circolo vizioso di pessimismo e autocommiserazione.
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Solitudine da denuncia

Una denuncia. Poi due, tre, sei. Diverse tra loro ma accomunate dallo stesso problema, un problema che le forze dell’ordine non possono risolvere. Succede in Friuli, ma probabilmente anche altrove: «nelle ultime due settimane – raccontano i Carabinieri al Gazzettino, che ha segnalato la questione – abbiamo avuto sei di questi episodi».

Capita infatti sempre più spesso che persone avanti negli anni raggiungano la caserma dei Carabinieri per sporgere denunce poco verosimili: «Mi hanno spinto, fatto cadere a terra e volevano rapinarmi», è stata la storia di un settantaseienne di Pozzuolo (UD). Ai militari non c’è voluto molto per comprendere che c’era poco di vero: l’abitazione risultava in ordine, l’anziano molto meno, con quel tasso alcolico così sospetto.

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Se la truffa è l’unica speranza

Una zingara di origini slave di 28 anni è stata arrestata «per aver truffato una signora convincendola a consegnarle 50mila euro in cambio di un aiuto “ultraterreno”».

La nomade, racconta Il Giornale, «ha avvicinato la sua vittima, una brianzola di 50 anni, sul piazzale di un centro commerciale di Monza. La donna le aveva raccontato i suoi guai (un figlio trentenne gravemente malato, un matrimonio a pezzi, un fratello morto da poco per un male incurabile). Un racconto disperato, ma non così tanto da inibire le smanie della nomade, che è riuscita in più riprese a persuaderla circa un suo “intervento” e, soprattutto, a farsi quindi consegnare il denaro necessario per ottenere una “grazia”».

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Se la truffa è l'unica speranza

Una zingara di origini slave di 28 anni è stata arrestata «per aver truffato una signora convincendola a consegnarle 50mila euro in cambio di un aiuto “ultraterreno”».

La nomade, racconta Il Giornale, «ha avvicinato la sua vittima, una brianzola di 50 anni, sul piazzale di un centro commerciale di Monza. La donna le aveva raccontato i suoi guai (un figlio trentenne gravemente malato, un matrimonio a pezzi, un fratello morto da poco per un male incurabile). Un racconto disperato, ma non così tanto da inibire le smanie della nomade, che è riuscita in più riprese a persuaderla circa un suo “intervento” e, soprattutto, a farsi quindi consegnare il denaro necessario per ottenere una “grazia”».

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Pillole di tenerezza

Negli Stati Uniti spopolano i “Cuddle Parties”, feste a base di coccole: una dozzina di persone pagano tra i 20 e i 40 dollari per incontrarsi e scambiarsi tenerezze. Al bando la passione e le cattive intenzioni: i partecipanti desiderano dare e ricevere solo affetto.

«E’ un’idea carina ma nasconde un sistema fuorviante – spiega la sessuologa Francesca Romana Tiberi – e può avere solo un effetto placebo. Il sollievo è transitorio, un po’ come se si prendesse un ansiolitico, e una volta passato il momento ci si sente ancora più soli».

Insomma: cercare affetto puntando su formule anomale è solo una conseguenza di un approccio sbagliato ma diffuso, e gli americani – al solito – hanno semplicemente monetizzato la tendenza. Però rende bene l’idea dell’epoca disperata che stiamo vivendo.

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Il prezzo del successo

«Le donne hanno paura di dire che non vogliono figli. Ma io penso che le cose, adesso, stiano cambiando. Ho più amiche che non hanno bambini, rispetto a quelle che li hanno. Onestamente, non abbiamo bisogno di più bambini. Abbiamo un sacco di persone su questo pianeta» si sfoga Cameron Diaz, l’attrice con un viso da baby sitter che però, a quanto pare, di pargoli non vuole sentir parlare: 37 anni e «una vita incredibile». Anzi, precisa, «In un certo senso, ho questo tipo di vita proprio perché non ho figli».

Le fanno eco varie starlette e attrici italiane che rimandano, glissano, o dicono chiaramente di non sentirne il bisogno. Qualcuna, come Valeria Golino, va oltre e si lancia in un’analisi arguta: «Avere almeno un figlio è quasi un obbligo, un desiderio indotto dal nuovo conformismo. E questo mentre finisce l’epoca delle grandi certezze, della famiglia com’era, della coppia com’era».

A confortare la posizione child-free delle attrici c’è anche il supporto dell’immancabile esperta: «L’identità femminile non può essere definita soltanto dalla maternità».

Molto vero, anche se onestamente troviamo difficile trovare qualcuno che, nell’anno di grazia 2009, sia davvero convinto che la donna serva solo a fare figli, e non le riconosca invece un ruolo essenziale – solamente, concedetecelo, complementare e non competitivo rispetto all’uomo – nella società.

In fondo, si potrebbe concludere, non è un obbligo: se uno non ritiene di mettere al mondo dei figli eviti di farlo, e la società eviti di colpevolizzare la sua scelta. Certo, è ironico notare come in molti casi chi potrebbe averne non li vuole per nessun motivo, mentre chi non può smuove mari e monti per ottenere quello che considera un privilegio: questa, però, è un’altra faccenda.

Quel che invece è sintomatico, da parte delle attrici candidate a non diventare mamme, è che sono tutte sostanzialmente single. Le due cose, peraltro, oggi non sono collegate – anzi, spesso prevale un’inversione dei passaggi tradizionali: prima un bebè, poi eventualmente il matrimonio – ma possono essere un sintomo della stessa difficoltà: la difficoltà a impegnarsi, a vivere un rapporto, ad accettare le responsabilità, ad affrontare una sfida di vita.

Ubriacate dal lavoro, le ragazze si ritrovano prigioniere del loro status “incredibile” (termine che usiamo con tutte le riserve del caso), protagoniste e vittime di uno star-system che non consente una vera vita privata, un vero progetto a lungo termine, veri rapporti umani.

È il prezzo del successo, quel successo che cambia la vita e, spesso, rende instabile l’equilibrio interiore delle star. Quel successo che, come una droga, inibisce le difese immunitarie dello spirito, e rende la persona sempre più debole e influenzabile, erode scelta dopo scelta la sua dignità, ottunde il suo metro di giudizio e le scelte in campo morale, etico, spirituale.

Ma quel che stupisce forse di più è la mancanza di prospettive. Oggi sono felice, oggi vivo una vita meravigliosa, oggi non ne sento il bisogno.

Come in un brutto film urlano al mondo la propria indipendenza e si credono invincibili, immortali. Nessuna preoccupazione per domani o dopodomani, quando la bellezza sarà sfiorita, la fama sarà sfumata, i fan saranno un ricordo e il confronto con il passato renderà ancora più atroce il presente.

In quei momenti solo la presenza di rapporti umani reali, custodi di un’intimità e di una complicità costruite e consolidate nel tempo, potrà garantire quella serenità e quell’equilibrio necessari a non cadere nel vortice della disperazione.

Pieni di vuoto

«Hanno tutto, perché rubano?», si chiedevano disperate le mamme di quindici ragazzi della Milano e della Brescia bene, sorpresi ad alleggerire i turisti a Gardaland. Erano tutti figli di imprenditori, professionisti, commercianti, tutti vestiti alla moda, senza problemi di liquidità, con in tasca il cellulare all’ultimo grido.

Eppure nelle noiose – per loro – mattinate primaverili marinavano la scuola destinazione Gardaland per provare il brivido del furto. La direzione, dopo un’impennata di denunce da parte dei visitatori, ha interessato i Carabinieri di Peschiera, che in una giornata hanno fermato i ragazzi. Non si aspettavano di trovarsi di fronte la meglio gioventù, e non si aspettavano una banda così numerosa, tanto che per portarli in caserma hanno dovuto usare il pulmino del parco giochi.

«Dopo la denuncia ridevano e scherzavano tra loro», hanno raccontato i militari, «come se l’accusa di furto riguardasse altri».

E allora non si può non tornare all’interrogativo di partenza: «Hanno tutto, perché rubano?». I genitori hanno soddisfatto ogni loro capriccio dando loro tutto. A quanto pare, non abbastanza.

D’altronde, come tutti i genitori di questo mondo, non hanno potuto regalare ai figli ciò che non avevano: la felicità. Quella felicità che nasce dalla serenità di una vita che ha uno scopo. Probabilmente i poveri genitori hanno passato la vita ad arrivare, a guadagnare, ad accumulare, convinti che la quantità fosse la risposta al loro vuoto interiore.

Eppure, da buoni frequentatori delle boutique più note, avrebbero dovuto sapere che un falso resta un falso anche se è costruito con materiali pregiati. La qualità non si imita. La felicità non si raggiunge accumulando beni, emozioni, esperienze.

No, la felicità di una vita piena non potevano trasmetterla ai figli. E, quando alla vita manca un significato convincente, anche i valori rischiano di non bastare.

Non è sufficiente, ora, interrogarsi, disperarsi, rimproverarsi e rimproverarli. Forse addirittura non c’è stato niente di formalmente sbagliato, nell’educazione che hanno impartito ai loro ragazzi: niente, tranne l’obiettivo. Quando la morale diventa una convenzione ipocrita, quando gli assoluti diventano relativi, quando la fede diventa religione, allora la coscienza si addormenta, il divertimento si fa eccesso e il senso di tutte le cose – la vita in primis – si appanna inevitabilmente.

Sì, hanno avuto tutto, quei ragazzi; forse troppo. La felicità, però, è un’altra cosa.

Abbastanza grandi per capire

Mirko Locatelli, giovane regista milanese, è stato invitato da una scuola elementare e media di Milano a realizzare un documentario didattico raccontando – spiega il Corriere – “le idee dei giovanissimi, da 6 a 14 anni, a proposito di legalità”.

Tra le venti ore di interviste ai ragazzi su temi come la vita, la morte, l’immigrazione, la diversità, i valori, sono emerse differenze di analisi in base all’età («Alle medie… i maschi cominciano a riproporre concetti presi dagli adulti, sono più influenzabili») e al genere («le ragazzine… hanno più capacità di analisi, vogliono vivere bene, tutelare se stesse e gli altri…»).

Parlando di famiglia, Locatelli racconta: «Ho notato un fatto curioso. I figli che sono stati e sono “spettatori” dei litigi fra padre e madre, una volta intervistati mettevano l’accento sul fatto che i genitori “si dicono anche le parolacce”. Per loro era sconvolgente individuare nella propria famiglia il “trasgressore” delle regole, quelle stesse che abitualmente i genitori insegnano loro. Molti mi hanno detto “A volte dobbiamo fare noi i grandi…”».

Non so voi, ma personalmente rabbrividisco di fronte a certe situazioni di ordinario paradosso.

Figli presi in ostaggio tra due litiganti ma che non godono affatto, e restano disorientati da genitori che si comportano in maniera opposta rispetto a quel che insegnano.

Bambini che, quando non vengono tirati in mezzo alle dispute di una coppia in crisi, si ritrovano nel ruolo innaturale di pacieri in erba, angosciati da una vicenda più grande di loro, che non possono controllare né risolvere.

Bambini troppo adulti che devono badare ad adulti troppo bambini, incapaci di scrollarsi di dosso la superficialità di una vita catodica nemmeno di fronte alla responsabilità di una famiglia.

Ma gli adulti irresponsabili non si concentrano tutti nella categoria dei genitori, anche se in quel contesto si notano di più. L’esempio sbagliato può venire – e spesso viene – anche da chi, forse, leggendo di questi drammi familiari ha tirato un sospiro di sollievo.

Se i bambini sono la società del futuro, non stiamo investendo abbastanza per dare loro il futuro che si meritano. Siamo troppo impegnati a fare i nostri interessi, presi da quell’egoismo che ormai non risparmia nessun versante del tempo in cui viviamo, per ricordarci di quei piccoli, semplici gesti e parole che cambiano la giornata (e, talvolta, la vita).

Gesti e parole che aiutano adulti e bambini: dare una mano a chi ne ha bisogno, stare vicino a chi soffre, offrire un sorriso a chi ha il buio dentro, spendere una parola di speranza con chi prova la disperazione di veder crollare tutto attorno a sé.

Sono gesti e parole che non hanno età, e di cui si sente il bisogno a tutte le età: non è solo l’adulto ad aver bisogno di sapere che c’è sempre qualcuno pronto a starci vicino, su cui contare e da cui correre nei momenti più tristi.

Anzi: forse i primi a capirlo e a sentire l’esigenza di questo Qualcuno, in una società come la nostra, sono proprio i più piccoli.

In mezzo al dramma

«Mai come in questo momento ho sentito che il Signore esiste»: sono le parole di una donna estratta viva dalle macerie all’Aquila dopo ore di angoscia.

«Sono stata salvata dai miei vicini, di cui prima di ieri non conoscevo nemmeno il nome»: la testimonianza di una donna che, a sua volta, si è salvata grazie all’intervento di quegli illustri conosciuti che vivono a pochi metri da noi, ma cui riserviamo a malapena un saluto all’ingresso, se proprio capita di incrociarli.

Sono due tra le tante esperienze raccontate in questi giorni dagli inviati di giornali, radio, televisioni nazionali spediti nelle zone dove il terremoto ha picchiato con maggiore violenza.

Racconti toccanti e immagini che, senza commento, parlano ancora più forte: gli sguardi attoniti di chi ha perso tutto e non riesce a capacitarsene, i pianti sommessi degli anziani che hanno perso la loro appartenenza, le parole angosciate di chi, coperto da una coperta e relegato in un campo di fortuna, implora “non ci abbandonate“.

Un dramma come un terremoto non si riassorbe in tempi brevi e, di fronte a un simile dolore, sarebbe mera speculazione e mancanza di rispetto banalizzare la vicenda cercandovi per forza un lato positivo.

Eppure, in mezzo al dramma, qualcosa di positivo c’è stato.

Nel dramma improvviso di un pericolo mortale, il bene di una solidarietà che avevamo dimenticato.

Nel dramma angosciante di un futuro quantomai incerto, l’abbraccio concreto di milioni di italiani (e non solo).

Nel dramma disperato di un lutto inspiegabile, la consolazione di una fede quasi dimenticata, che emerge dal profondo, passando attraverso le spaccature di una vita finora troppo granitica e intensa per concedere spazio alla spiritualità.

Non sarà facile, certo, riprendere a vivere dopo tutto questo. Sarà lento e faticoso, talvolta perfino doloroso. Né esiste un percorso più breve per superare il trauma.

Solo quei valori, piccoli barbagli di luce riscoperti in mezzo al dramma, potranno dare la speranza, la serenità, la forza capaci di rendere tutto un po’ più facile a chi saprà farne tesoro.

Congelamenti e prospettive

«Ovuli congelati per diventare mamme a 40 anni», titola il Corriere. È «la sfida delle donne in carriera: tremila euro per allungare il periodo di fertilità. La tecnica è stata finora utilizzata da donne con seri problemi di salute, oggi anche da chi è senza compagno a 40 anni».

«La tecnica – si spiega – è stata finora utilizzata da donne con seri problemi di salute che volevano conservare la possibilità di diventare mamme. Oggi c’è una novità. “Sempre più donne chiedono il congelamento degli ovuli semplicemente perché, alla soglia dei quarant’ anni e senza un partner, rischiano di veder sfumare il loro sogno di maternità”».

«Non si tratta di atti di egoismo ma del disperato tentativo di realizzare una parte fondamentale di se», precisa Sabina Guancia, presidente dell’associazione per la famiglia; più critica Eleonora Porcu, del centro di procreazione assistita Sant’Orsola di Bologna: «Mi lasci dire una cosa prima di tutto: congelare gli ovuli per poter fare figli più tardi è una sconfitta».

Il ricorso al congelamento degli ovuli è la sconfitta, decisamente.

La sconfitta di una società che ci ha illuso di poter avere tutto e in qualsiasi momento.

Ma è anche la sconfitta di chi ha creduto in questa chimera, preferendo lasciarsi sedurre dal mito (poco scientifico) dell’onnipotenza.

Il congelamento degli ovuli è, in fondo, la mossa estrema di chi non si rassegna, e crede ancora di poter piegare la natura ai propri comodi. Procreare fuori tempo massimo, magari senza un compagno, ma procreare.

«Non è egoismo», si puntualizza. Ma se non è egoismo, poco ci manca. Certamente non è altruismo, o sensibilità nei confronti del nascituro. Forse anzi bisognerebbe chiedersi se è davvero a lui che si tiene tanto, o se prevalga il semplice desiderio di essere madre a tutti i costi e a prescindere dalle conseguenze.

Sia chiaro: ben venga il lavoro femminile. Tanto più oggi, quando risulta pressoché essenziale per far quadrare i bilanci familiari. E ben venga anche la richiesta di uno stato sociale più attento alle esigenze di chi a un certo punto rischia di perdere il lavoro a causa di una gravidanza (e succede ancora in troppi casi).

Ma allo stesso tempo è necessario crescere e confrontarsi con la realtà. Una realtà che richiede, ogni giorno, scelte grandi e piccole. E sarà sempre così, in un modo o nell’altro. Potrà migliorare, ma nella vita dovremo sempre e comunque decidere cosa vogliamo fare.

E allora è necessario, prima di tutto, dare un senso alla vita, cercare un progetto, una direzione, una prospettiva che renda le nostre scelte convincenti.

Fatalmente, quindi, si torna alle classiche domande che l’essere umano si pone da sempre: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.

Ineludibili e onnipresenti, ci corrono dietro in ogni epoca e in ogni questione. Forse è il caso di fermarsi e trovare una risposta.