Archivi Blog

In mancanza di meglio

Si può essere fan di un fuorilegge? Certo che si può: l’ultimo caso, in ordine di tempo, è William Stewart, “Billy il fuggitivo”, «il ladro diventato celebre in Nuova Zelanda per le fughe spettacolari e per l’abitudine di rubare cibo da case di campagna, incidendo poi col coltello messaggi di ringraziamento sul tavolo di cucina».

Da quando si è dato alla macchia, a febbraio, «ha raggiunto una certa notorietà, ispirando una serie di magliette con la sua immagine, una canzone in suo onore e diversi siti di ammiratori su Facebook». È stato preso oggi nell’ennesima fattoria, dove cercava di prelevare una moto. Dopo un’ultima fuga, Billy «non ha opposto resistenza e sembra aver accettato la sconfitta».

Raccontata così, sembra quasi la storia di un ladro gentiluomo, nato dalla penna di qualche autore ottocentesco. Quel che viene da chiedersi è come mai abbia attirato l’attenzione e la stima di così tante persone, che probabilmente non avrebbero apprezzato il personaggio se avesse sottratto viveri o altri beni da casa loro. Facile parteggiare per un ladro, fino a quando esercita dall’altra parte del mondo.

Ma non è solo una questione di distanza. L’essere umano è attirato dal bene: lo testimonia il suo desiderio di migliorare la propria condizione e la continua ricerca di qualcosa che lo soddisfi. Allo stesso tempo, però, è anche affascinato dal male. Che, a valori invertiti, è comunque un’eccellenza di cui ci si può infatuare in assenza di un progetto di vita convincente.

William Steward è l’antieroe ideale per una società a modo: ladro ma non troppo, fuorilegge ma educato, fuori dalle regole ma senza raggiungere gli eccessi di un assassino.

Tutto sommato ci piace pensare che sia uno di noi, e ci piace proiettare su di lui i nostri sogni mai realizzati: è uno che ha avuto il coraggio di osare una vita diversa, libera da quelle comodità e da quelle convenzioni che noi abbiamo accettato – e a cui, naturalmente, non rinunceremmo mai – ma che non perdiamo occasione di criticare.

E allora sì, un personaggio catartico come Steward diventa una utile valvola di sfogo, in mancanza di meglio.

Annunci

Cento punti senza stile

A volte l’agonismo fa brutti scherzi. Ne sanno qualcosa le cestiste della Covenant School di Dallas, scuola superiore con una squadra femminile di basket insaziabile: nell’ultima partita hanno probabilmente battuto un record, vincendo con un tondo 100 a zero contro la compagine della Dallas Academy.

Certo, deve trattarsi di una squadra-materasso al limite del patologico, considerando che non vince una partita da quattro anni. Eppure a tutto c’è un limite, e la scuola delle vincitrici ha ritenuto opportuno inviare una mail alla scuola sconfitta porgendo nientemeno che le proprie scuse per l’umiliazione. «È vergognoso che questo sia successo. Questo, chiaramente, non riflette l’atteggiamento cristiano e onorevole di una competizione», ha scritto il preside.

Un gesto d’altri tempi, gentile, generoso e formativo: insegna che ricercare l’eccellenza è importante, ma che prima dei risultati vengono sempre e comunque le persone.

Di diverso avviso l’allenatore vincente, che non ha voluto saperne di scusarsi, e anzi ha giustificato le sue ragazze per la sonora sconfitta inflitta alle avversarie: «Non sono d’accordo sul fatto che le ragazze della squadra di pallacanestro di Covenant School debbano sentirsi imbarazzate», e ha ribadito le sue ragioni parlando di una «vittoria ampia» ottenuta «con onore e integrità».

Come dire: se abbiamo vinto è per merito nostro e demerito degli avversari. Sul campo non si fanno prigionieri e non esiste pietà: chi ha, dà; chi non ha, subisce.

Povera Dallas Academy, che si è trovata di fronte una squadra così motivata, guidata da un allenatore tanto agguerrito. Cento punti subiti, nemmeno uno segnato.

La scuola ospita studenti con problemi di apprendimento, e l’allenatore è più un amico che un coach: «Le mie ragazze non si sono mai rassegnate – ha detto al Dallas News -, hanno giocato con tutta l’intensità possibile fino all’ultimo secondo. Ci hanno messo tutto il loro cuore sul 70 a zero, sull’80 a zero, sul 100 a zero. Sono davvero orgoglioso di loro. È questo che ho detto loro alla fine della partita».

Insomma: nonostante i risultati diano un’immagine diversa, il suo mestiere di allenatore lo svolge bene.

Proprio come il suo antagonista, il vincente senza riguardi, il Mourinho della situazione: solo che lui, l’allenatore dei cento punti, ha sbagliato parquet, e di certo si troverebbe meglio nel campionato NBA, anziché sulla panchina una squadretta scolastica.

Chissà quanto gli rode doversi occupare di cinque ragazzette, proprio lui, con il suo talento e la sua filosofia battagliera.

Immaginiamo qindi che sarà stato contento nello scoprire che il suo trasloco è stato facilitato: dopo il rifiuto a porgere le scuse a nome suo e della squadra, è stato esonerato senza troppi complimenti.

Niente da dire: se è vero che una squadra vincente non si cambia e che chi vince ha sempre ragione, la scelta di mandarlo a casa è stato un bell’esempio di coerenza da parte della scuola, che con questo gesto esplica nel modo migliore la sua estrazione cristiana: privarsi di un coach di talento non è mai facile; farlo volontariamente per tener fede a un principio è ancora più ammirevole.