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Povia, Eluana e gli altri

Non mi azzardo a dire che ha ragione: sul tema della morte, paradossalmente, non esiste una parola “fine”. Non possiamo dire se Eluana Englaro volesse davvero morire o se stesse lottando per vivere, se le sue condizioni cerebrali fossero irrecuperabili o meno, se la sua situazione sarebbe stata considerata irreversibile anche tra un mese, un anno, cinque anni.

Di certo facendo di lei una bandiera, la si è esposta a una discussione – e a un’umiliazione – che non avremmo mai voluto per nostra sorella o  nostra figlia.

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La fede di Enzo Jannacci

Sulla fede di Enzo Jannacci avevamo già avuto modo di riflettere qualche mese fa, e già in quell’occasione eravamo rimasti piacevolmente sorpresi sulla sua sensibilità per la figura di Gesù.

Ora, in un’intervista ad Avvenire, il medico cantautore parla a tutto campo delle origini e degli sviluppi della sua ricerca spirituale: scrive Paolo Viana, che lo ha intervistato, che Jannacci «A settantaquattro anni è un uomo che parla con Cristo, che lo cerca ogni giorno, perché – ci dice – ne ha “un gran bisogno”», e se «non ha ritrovato la fede» è «semplicemente perché non l’ha mai perduta: “Credo molto in Dio, ci parlo e non sono mai stato ateo“».

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Prelievi e dubbi

Repubblica segnala oggi in prima pagina che “Scatta l’allarme-trapianti”. I medici sono preoccupati: per la prima volta gli interventi sono in calo del 3%. Una flessione che viene addebitata ai “troppi dubbi sui prelievi d’organo”.

Sicuramente nella decisione di donare o non donare i propri organi (o quelli dei propri cari) al momento della dipartita influisce pesantemente la trasparenza delle pratiche, su cui più di qualcuno ha da ridire: la Lega contro la predazione di organi, per citarne una realtà molto combattiva, che si schiera contro la “predazione a cuore battente”. Detta così suona piuttosto tetra, ma non è detto che la realtà sia sempre migliore.

Viene però da pensare che non si tratti solo di questo, e che la maggiore ritrosia a donare gli organi derivi anche da un’inquietudine che si è sviluppata negli ultimi tempi in seguito ai casi mediatici più seguiti. Vedere la vicenda di Eluana Englaro costantemente sotto i riflettori fa riflettere. Al di là della gestione del caso e delle sentenze, al di là dei pareri morali e delle conclusioni che verranno, a forza di sentirne parlare subentra nel cittadino medio una sottile preoccupazione, che nasce sottotraccia, quasi subliminale, e si sviluppa in una serie di considerazioni.

Di fronte a questa e ad altre tristi vicende non si può non riflettere su questioni essenziali. Nonostante i baldanti pareri della scienza, non ci sono certezze assolute su quell’area grigia che in certi casi dobbiamo attraversare prima della dipartita. E allora, di fronte all’impossibilità di sapere, sempre meno persone sono disposte ad affidarsi completamente a chi conosce la medicina, ma non può andare oltre la competenza medica nel tracciare confini in un campo così delicato.

La speranza rubata

La notizia è nota: «Dal 1992 vive in uno stato vegetativo. E per anni il padre si è battuto per interrompere l’alimentazione forzata che la tiene in vita. Adesso, il caso di Eluana Englaro è a una svolta: dopo una lunga battaglia legale, infatti, la Corte d’appello civile di Milano ha autorizzato il padre, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato. Fino alla sua morte. Il provvedimento è immediatamente efficace, secondo quanto appreso da fonti giudiziarie, e può essere già attuato».

È stato il padre, in una battaglia legale durata quasi dieci anni, a ottenere il diritto a sospendere l’alimentazione. «Dolore? Mia figlia è morta 16 anni fa», ha dichiarato quando ha saputo della notizia.

Il tema richiede una certa dose di serietà, ma soprattutto di delicatezza: delicatezza per una ragazza che da sedici anni vive in stato vegetativo, delicatezza per una famiglia che ha pianto tutte le sue lacrime e che sicuramente prima di decidere – dopo sette anni – di chiedere l’eutanasia per la propria figlia deve aver riflettuto a lungo e con dolore sulla scelta.

Nonostante tutto, e con tutto il rispetto dovuto a chi soffre, chissà perché di fronte a casi come questo ci torna in mente Berlicche, e la riedizione che ne fa ogni settimana Tempi. Il diavoletto che parla con il suo discepolo-nipote, e che ben rappresenta sul piano logico il punto di vista diabolico, direbbe più o meno così: «lascia che tutti si concentrino sul dolore. Il dolore di una ragazza che ha perso sedici anni di vita in un letto di ospedale, il dolore di una famiglia che non ha più speranza. E’ proprio la speranza, caro nipote, quella che dobbiamo rubare agli uomini se vogliamo portarli dalla nostra parte. La fede? Quella è facile, in fondo in questi anni il battage laicista ha giocato ampiamente a nostro favore, e perfino i nostri avversari, i cristiani, sono possibilisti nei confronti dell’eutanasia, e talvolta perfino dell’eugenetica: la società dell’apparenza non può sopportare l’idea di malati senza termine di guarigione, o di bambini che nascono con qualche difetto fisico.
Hai fatto un buon lavoro, ne convengo, nel convincerli che l’apparenza sia così importante da sostituirsi – per il bene di tutti, ovviamente – alla sostanza. Ora non ci resta che togliere all’essere umano l’ultima difesa dai nostri attacchi: la speranza, appunto. Se la scienza riesce a convincere un genitore che vita di un figlio non è più degna di essere vissuta, siamo a buon punto.
Coraggio, nipote, manca poco: gli umani dicono che la speranza è l’ultima a morire. L’ultima: poi, finalmente, toccherà all’uomo. E il nostro compito (scusa se non dico “missione”, ma ricorda troppo da vicino il nostro Avversario) sarà compiuto».