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Quando il mondo non basta

A volte la realtà supera la fantasia. Altre volte la asseconda.  A dimostrarlo stavolta è l’ONU, il carrozzone che lungimiranti statisti vollero dopo la Seconda Guerra Mondiale per favorire il dialogo tra Paesi e continenti, e scongiurare per il futuro un nuovo conflitto planetario.

Un obiettivo onorevole, quello pensato per l’ONU, che però non venne messa in condizione di operare con la dovuta efficacia e la necessaria equidistanza, ritrovandosi spesso sbilanciata nelle sue risoluzioni da maggioranze antidemocratiche, turnazioni surreali, alleanze improbabili, fascinazioni ideologiche: in due parole, ostacolata dagli inevitabili – e insuperabili – interessi di parte.

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Un mondo di volontari

I volontari marciano su Roma: domani e sabato 40 mila associazioni, in rappresentanza di sei milioni di italiani, si riuniscono nella Capitale per confrontarsi e farsi ascoltare.

Riferisce il Corriere che non hanno colore politico ma, rilevano, per portare avanti il loro lavoro non possono limitarsi al ruolo di osservatori. Domani parleranno al Capo dello Stato e, idealmente ma non troppo, rivolgeranno un appello a un Paese che non dimostra di apprezzarli come in effetti meriterebbero, e talvolta nemmeno li mette in condizione di operare. E dire che è proprio il no profit a rendere possibili servizi sociali che, senza il tempo e le energie di tanti cittadini di buona volontà, non potrebbero proseguire. E non parliamo solo di cultura e spettacoli, ma anche di mense per poveri, servizi ai bisognosi, conforto a chi soffre, personale che garantisce un numero sempre più adeguato di ambulanze.

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Dovrebbe essere scontato

«I mafiosi e coloro che fanno parte della criminalità organizzata sono automaticamente esclusi dalla Chiesa cattolica: “Non c’è bisogno – ha detto monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei – di comminare esplicite scomuniche perché chi vive nelle organizzazioni criminali è fuori dalla comunione anche se si ammanta di religiosità“».

La conferenza episcopale italiana, nella sua sessantesima assemblea generale, ha aperto un capitolo interessante, toccando un tema annoso: cosa comporta il fatto di essere cristiani?

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Cuore e denari

L’Istat conta un presidente, un direttore generale, 18 direttori centrali, 60 capi servizio: praticamente ottanta persone. E allora – si chiede Raphael Zanotti sulla Stampa – com’è che solo tre contribuenti hanno destinato il loro 5×1000 all’istituto? «A sottoscrivere sarebbero dovuti essere almeno in 80, per spirito di corpo. Forse la credibilità dell’istituto è bassissima anche tra i suoi vertici

Domanda forse un po’ ficcante, ma interessante. Fino a quando possiamo dividere equamente energie e risorse il problema non si pone; ma quando dobbiamo fare una scelta di campo si vede qual è il nostro vero interesse. Probabilmente i dirigenti dell’Istat non tengono particolarmente all’istituto per cui lavorano. O, banalmente, hanno pensato che i contributi sarebbero stati spesi meglio in altre sedi.
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La grande sfida dell'accoglienza

La Stampa con un servizio alza il velo su una pratica inquietante: a Torino «almeno quattro future mamme sottoposte nell’ultimo anno a fecondazione assistita hanno deciso di selezionare i loro feti, facendo venire al mondo soltanto due dei figli di una gravidanza trigemellare. È successo al Sant’Anna, l’ospedale torinese delle mamme e dei bambini, ma probabilmente è quanto accade anche altrove».

Normalmente nell’ambito della fecondazione assistita è previsto l’impianto di tre embrioni nell’utero della donna, in modo da garantire al concepimento maggiori margini di riuscita. Le percentuali di successo, spiega La Stampa, si posizionano tra il 22 e il 35%, e in alcuni di questi casi la riuscita può essere anche superiore alle aspettative: due, o addirittura tutti e tre gli embrioni possono svilupparsi, portando appunto a un parto gemellare o trigemino.
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La grande sfida dell’accoglienza

La Stampa con un servizio alza il velo su una pratica inquietante: a Torino «almeno quattro future mamme sottoposte nell’ultimo anno a fecondazione assistita hanno deciso di selezionare i loro feti, facendo venire al mondo soltanto due dei figli di una gravidanza trigemellare. È successo al Sant’Anna, l’ospedale torinese delle mamme e dei bambini, ma probabilmente è quanto accade anche altrove».

Normalmente nell’ambito della fecondazione assistita è previsto l’impianto di tre embrioni nell’utero della donna, in modo da garantire al concepimento maggiori margini di riuscita. Le percentuali di successo, spiega La Stampa, si posizionano tra il 22 e il 35%, e in alcuni di questi casi la riuscita può essere anche superiore alle aspettative: due, o addirittura tutti e tre gli embrioni possono svilupparsi, portando appunto a un parto gemellare o trigemino.
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La banalità della fede

Un ex vigile urbano siberiano in crisi di mezza età si proclama messia e fonda una chiesa.

Sembra una barzelletta, ma è successo davvero: lui si chiama Sergei Torop, «conosciuto come “Vissarion Cristo” o “Gesù della Siberia“».

Succede anche questo, nella lontana e placida steppa siberiana: Torop è «cresciuto nella città siberiana di Minussinsk», era «pittore di icone nella chiesa locale e, secondo il suo racconto, Sergei cadde in in visioni mistiche per un lungo periodo alla fine del quale realizzò di essere il “Figlio di Dio”. Cambiò nome, indossò una tunica rossa e iniziò a predicare».

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Finché non costa niente

I gestori dei locali notturni di Jesolo hanno deciso di lamentarsi per i troppi controlli che le forze dell’ordine stanno effettuando, in questa estate 2009, controlli che «danneggiano l’immagine turistica della città».

La polizia, per bocca del suo portavoce, risponde quasi incredula alle proteste: «Ci dicano loro cosa dobbiamo fare. Senza questi controlli non ci può essere sicurezza, altrimenti si rischia di fare solo propaganda fine a se stessa».

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Crisi di sobrietà

Su un periodico promozionale ho trovato alcuni consigli su come reagire alla crisi “usando la testa e attuando strategie di spesa intelligente”.

Ecco i punti più significativi della tattica suggerita:

1. andare a fare la spesa con un elenco ragionato per risparmiare tempo e denare e “imparare a ottimizzare quello che c’è in dispensa”. In effetti molto spesso a casa abbiamo scorte esagerate, barattoli dimenticati, cibi in scadenza. La crisi, in fondo, ci aiuta a essere più oculati e, allo stesso tempo, più etici.

2. fare swapping. Che è semplicemente un modo più elegante e internazionale per definire il baratto. A casa abbiamo, probabilmente, beni che non usiamo mai né useremo più. Scambiarli potrebbe essere utile per risparmiare qualche euro, oppure – perché no – potremmo addirittura permetterci il lusso di regalarli a chi ne ha bisogno. Chi pensa che in tempi di crisi non si può esercitare la generosità probabilmente dimentica il patrimonio di beni inutilizzati, ma soprattutto quella riserva di energie e buona volontà che ci può permettere di essere benevoli anche quando non possiamo largheggiare. La vita e i rapporti sociali non si misurano solo in euro.

3. approfittare degli sconti. Negli outlet si praticano prezzi ridotti del 50%, che arriva al 70% nel periodo dei saldi. Attenzione però: nonostante questo, l’outlet rischia di far spendere di più. Succede quando si decide di farci un giro senza una meta precisa, con la scusa che “magari trovo qualcosa di interessante”. Il superfluo è il peggior nemico del risparmio.

4. i supermercati propongono a rotazione una serie di beni a prezzo ridotto di cui si può approfittare. Tuttavia il rischio, di fronte a queste offerte, è importante evitare la sindrome da acquisto compulsivo: gli sconti sono una convenienza fino al momento in cui non subentra la logica del “prendiamolo comunque, costa poco!”. Se un prodotto non serve, non c’è sconto che tenga: l’acquisto sarà una spesa ulteriore.

5. riprendere l’abitudine a recuperare l’abbigliamento, anziché scartarlo al primo segno di usura. È sufficiente riscoprire sarti e calzolai.

Sono consigli spiccioli, spesso scontati. Eppure, se fossero stati così scontati, negli anni passati non ci saremmo sentiti dire, in spregio a ogni logica e pudore, che famiglie con introiti da 2500 euro al mese non arrivavano alla quarta settimana.

Sì, sarebbe davvero un bel progresso se la crisi ci aiutasse a riscoprire quella sobrietà che, anno dopo anno, abbiamo smarrito mentre rincorrevamo un consumismo sempre più spinto.

Il profumo dell'altruismo

In Piemonte si sono inventati il Bosco del silenzio. L’idea è venuta a Oscar Farinetti, imprenditore «noto per aver creato Unieuro e poi Eataly. Quello che aveva convinto anche Tonino Guerra a parlare in pubblico, a dire in tv “L’ottimismo è il sale della vita“».

Lasciati da parte (temporaneamente?) i suoi affari, Farinetti ha acquistato tredici ettari di bosco, «l’ultimo vero bosco di bassa Langa, l’unico che si sia salvato dall’invasione della vite». E per questo, spiega ha deciso «non solo di conservarlo, ma di dargli una destinazione particolare. Di farlo diventare il regno del silenzio e della riflessione».

In un percorso a tappe in due versioni, adatto a tutti, è possibile incontrare la natura, la letteratura con citazioni di grandi autori («da Leopardi a Baudelaire, da Fenoglio a Pavese a Whitman, da Maupassant a padre Turoldo») e se stessi.

Il percorso è gratuito, unica richiesta per essere ammessi nel bosco: impegnarsi a camminare in silenzio. Nessun divieto, beninteso, ma solo la richiesta di non interrompere i pensieri altrui con la propria voce.

Non ci soffermeremo a parlare del silenzio e dei suoi privilegi, dato che lo abbiamo fatto altre volte.

Ciò che fa riflettere è l’impegno di questo affermato professionista: un imprenditore di successo che non si limita a curare le sue aziende, ma ricava del tempo per creare qualcosa di bello, utile, da condividere con gli altri.

Probabilmente non ha molto più tempo dei suoi colleghi – e di ognuno di noi -, i problemi non gli mancano, gli imprevisti saranno anche per lui all’ordine del giorno. Eppure ha deciso di non lasciarsi travolgere da un diktat egoistico – il successo professionale – e lasciare il segno realizzando qualcosa di buono.

Viene da chiedersi come sarebbe il nostro Paese se fossero meno rari i personaggi come Farinetti, e non solo tra i professionisti. Chissà come sarebbe la nostra città se prendessimo sul serio quel mandato relazionale che Cristo ci ha assegnato, e decidessimo di dedicare una parte delle nostre risorse (tempo, energie, denaro) al benessere altrui.

Potremmo farlo come e meglio degli altri, ben sapendo che il benessere nasce dal profondo e non dai beni materiali; riusciremmo dare qualche consiglio non solo teorico, ma sperimentato in prima persona su cosa significhi affrontare le difficoltà con il conforto della fede.

Un bosco del silenzio, una casa della speranza, una scuola di valori, una sala di riflessione, un consultorio per un aiuto: tutte idee buone, che non dovremmo lasciare sempre agli altri.

Perché anche un bosco dove riflettere e trovare ispirazione può risultare efficace. Talvolta perfino più efficace dell’ennesima chiesa.