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Area di servizio (cristiano)

Onestamente non pensavo di trovare spunti di riflessione, qualche giorno fa, in un articolo di Panorama titolato “Gli italiani visti da Madame pipì”, dove un cronista del settimanale raccontava le storie delle donne addette alle pulizie degli autogrill.

Spaziando per i bagni delle aree di servizio sparse per le autostrade di mezza Italia, Raffaele Panizza incontra «Ann, nigeriana di 31 anni che passa le giornate al Ristop di San Giacomo sud leggendo la Bibbia e cantando ad alta voce i versi gospel che scrive per il coro della chiesaGes ù vive di Maddalusa, Brescia.
“Mi è capitato poco tempo fa un uomo disperato, che aveva perso 23 mila euro al Casinò di Venezia”, racconta. Lei per consolarlo ha attaccato a leggere un passo del Vangelo di Giovanni, paragrafo [sic] 15, versetti 1-7: “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco…”. Gli ha parlato, con una mano sulla spalla, in mezzo ai viavai di gente. “Non so se la sua vita sia cambiata” dice in inglese, “ma quel giorno se n’è andato felice…”».

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Buoni o cattivi

«Aggredito e picchiato per sette volte in dodici anni al grido di “colono” e “cane bianco”, impossibilitato a trovare lavoro a causa delle quote riservate ai neri e senza fiducia nelle autorità. E, da pochi giorni, rifugiato politico in Canada perché perseguitato nel Sudafrica multirazziale di oggi».

Una vicenda curiosa che viene raccontata oggi dalla Stampa e che fa scalpore: un bianco che subisce un trattamento razzista, nel nostro immaginario, ricorda il classico esempio dell’uomo che morde il cane.

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Mediamente male

Nella sua semplicità è geniale il sistema messo a punto da due studiosi – un matematico e un informatico – per “misurare la felicità” degli americani.

Hanno creato un sistema di algoritmi capace di prendere in considerazione oltre due milioni di blog e utenti twitter, pescando di volta in volta gli interventi che si aprono con “mi sento…” (“I feel…”).

Poi hanno dato ai vocaboli più comuni un punteggio da 1 a 10: “paradiso” o “trionfo”, per esempio, sfiorano il 9, suicidio è sotto il 2.

In base a questo schema i due studiosi sono stati in grado di misurare l’umore degli utenti, e – visti i numeri – fare una media più o meno verosimile del sentimento comune nella pubblica opinione, almeno quella che naviga in rete.

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Vera passione

La Stampa racconta l’originale vicenda di una tifoseria tedesca, quella del 1. FC Union di Berlino.

Con lo stadio inagibile e le istituzioni pubbliche latitanti in quanto a fondi, gli ultrà si sono organizzati: dallo scorso giugno ogni giorno alle 6.30 un gruppo di irriducibili si incontra allo stadio e comincia a trafficare tra cazzuole, impalcature, carriole per rimettere in sesto la struttura. Lo fanno gratuitamente, per pura passione: unica consolazione concreta, nel pomeriggio passano alcune sostenitrici con un vassoio di dolci e del tè caldo.

«Nessuno si è pentito di aver preso questa decisione – dice la coordinatrice del gruppo -: la 1. FC Union è come una grande famiglia e ora i tifosi sono ancora più uniti».

Non si tratta (solo) di sfaccendati, naturalmente: ci sono persone che vengono solo per brevi periodi, altre che sono arrivate dal nord della Germania per un giorno solo, qualcuno addirittura prende ferie per poter dare una mano.

Risultato? A febbraio i lavori saranno conclusi e lo stadio sarà a norma, oltre a poter contare sulla copertura di tutte le tribune.

È una storia che sorprende e insegna molto. I tifosi della 1. FC Union non si sono scoraggiati, non hanno organizzato cortei o manifestazioni di piazza per chiedere a “Berlino ladrona” (se tutto il mondo è paese, i sentimenti saranno simili a ogni latitudine) i finanziamenti per rimettere a nuovo il glorioso stadio. Non hanno nemmeno archiviato la questione con un sospiro e un’alzata di spalle.

Sulle spalle, invece, hanno caricato mattoni, sacchi di cemento, attrezzature. Si sono rimboccati le maniche e, giorno dopo giorno, si sono messi al lavoro con un obiettivo. Ognuno lo ha fatto quando e come ha potuto. Senza crogiolarsi sotto il sole, senza scoraggiarsi davanti alla pioggia.

E i risultati sono arrivati.

I tifosi sono così. Spendono tutto quel che possono, pur di seguire la loro squadra; si identificano, sono orgogliosi della loro identità, sfruttano il tempo libero durante la settimana per organizzare il sostegno domenicale con cori e striscioni.

Lo fanno con pazienza, senza cambiare idea alle prime difficoltà, e non vengono meno alla loro fede (calcistica) nemmeno di fronte alle delusioni più cocenti.

Qualcuno obietterà che si tratta di un impegno eccessivo per il contesto effimero cui viene applicato.

Sia come sia, il paragone con i cristiani e le loro chiese è quantomeno impietoso.

Cartoni e complotti

Fa una certa tristezza vedere il modo in cui i media trattano certi argomenti.

I fatti: l’Unione russa dei cristiani di fede evangelica – una sorta di Alleanza evangelica, a occhio e croce – si indigna per South Park, un cartone animato americano: «South Park deve essere bandito subito — ha detto il leader del gruppo, Konstantin Bendas —. Insulta i sentimenti dei credenti, e incita i giovani all’odio per la religione e la patria. I bambini non dovrebbero poter vedere roba del genere: devono essere difesi». La procura di Mosca ha accolto la protesta, invitando a bandire il cartone animato dalla Russia.

Probabilmente tutti coloro che hanno avuto occasione di dare un’occhiata al cartoon in questione si saranno resi conto della sua corrosività, di una certa volgarità, di uno stile dissacrante al limite del profano (o, per chi crede, del blasfemo): caratteristiche, va peraltro detto, che gli autori non smentiscono, e anzi vantano come titoli di merito.

Non ci dovrebbe quindi essere niente di anomalo nel vedere una istituzione cristiana condannare South Park perché “offende i sentimenti dei credenti”. Forse non incita “all’odio per la religione e la patria”, ma è decisamente poco educativo. Per carità: non tutti i programmi televisivi devono esserlo, ma propinare un certo tipo di prodotto ai giovani (perché sono i giovani il target del cartone animato), allora sarà il caso di non lamentarsi di fronte a una generazione superficiale, irridente, irresponsabile.

Naturalmente si può non condividere questa analisi, e si può anche sospettare di questa improvvisa collaborazione tra procura moscovita e minoranza evangelica, fino a oggi vista con una certa diffidenza dalle autorità russe. Diverso però è cimentarsi in una dietrologia complottista come fa il Corriere, secondo cui «Il nuovo fronte della guerra russa all’Occidente passa attraverso il tubo catodico. Dopo aver occupato intere zone di territorio georgiano e aver sfidato l’Unione Europea e gli Stati Uniti con promesse finora mai mantenute di ritiro, e mentre ancora tiene la mano sul rubinetto del gas, pronta a chiuderlo per farci passare l’inverno al freddo, Mosca ha infatti deciso di prendersela con i cartoni animati del “nemico”».

Nientemeno. Ci permettiamo di suggerire al Corriere qualche approfondimento in merito: notoriamente infatti gli evangelici sono, in tutto il mondo, una quinta colonna statunitense. Come mai proprio loro prendono la parola in Russia per condannare un prodotto made in USA? E il Vaticano, come mai non ha detto nulla né contro il programma tv, né contro gli evangelici? E tutto questo non avrà mica qualche relazione con il lapsus di Barack Obama sulla sua “fede musulmana”?

L’affare decisamente si complica. Più che il taccuino di un giornalista, servirebbe la penna di un giallista.

Tra l’India e le Maldive

Nei giorni scorsi abbiamo apprezzato – e non poteva essere altrimenti – l’intervento del ministro degli esteri, Franco Frattini, a difesa dei cristiani in India: una protesta di carattere diplomatico, espressa attraverso la convocazione dell’ambasciatore indiano, auspicando «una forte reazione della polizia federale indiana contro questi estremisti che hanno purtroppo torturato e ucciso cristiani in India».

Ha fatto bene, Frattini, e onore al merito per il fatto di essere stato il primo ministro europeo a muoversi in questa direzione: l’ondata di violenza indù che ha investito scuole, chiese, missionari e credenti aveva bisogno di un intervento politico presso le sedi opportune; naturalmente le violenze non sono cessate solo per questo, ma crediamo che l’interessamento della Farnesina non sia caduto nel vuoto presso le autorità indiane.

Un unico dettaglio sporca il quadro. Come la autoproclamata fidanzata del ministro ha fatto presente, Frattini era in vacanza insieme a lei (e sia chiaro, insieme a lei: non sia mai che esistano questioni più importanti di questo chiarimento, nella vita del suo compagno) alle Maldive.

Proprio in quelle Maldive che risultano ormai da anni ai primi posti nella lista nera dei paesi dove i diritti umani sono più calpestati, dove non è permesso esprimere una fede diversa da quella islamica, dove i cristiani vengono perseguitati senza troppi scrupoli.

Una situazione che non è destinata a cambiare, dato che nella nuova Costituzione maldiviana, promulgata due settimane fa. Come segnalava il Corriere, «”Un non musulmano non può diventare un nostro cittadino”, recita il punto (d) dell’ articolo 9, aggiunto ex novo rispetto alla vecchia Carta del 1998. Un principio che non solo impedirà di ottenere la cittadinanza ai non musulmani ma ne provocherà la perdita anche da parte di chi si converte o è figlio di un non islamico. Le persone colpite dalla revoca potranno restare nel Paese, ma solo per lavorare, e perderanno diritti fondamentali come quello di parola e di spostamento».

Ironia della sorte, la costituzione è stata ratificata lo scorso 7 agosto, proprio nei giorni in cui alle Maldive si svolgeva la vacanza del nostro ministro.
Difficile credere che proprio Frattini, capo della nostra diplomazia, non sia venuto al corrente della questione.

Viene da pensare che se il ministro avesse espresso il suo rammarico, o se addirittura avesse deciso di soprassedere alla continuazione della vacanza, avrebbe raggiunto un triplice obiettivo anche a prescindere dalla questione georgiana.

Sul piano diplomatico l’Italia sarebbe stata il primo Paese, e forse l’unico, a muovere l’obiezione: nemmeno le istituzioni internazionali risulta abbiano ritenuto di intervenire sulla questione, che pure non pare secondaria.

Sul piano politico il ministro – uomo di centrodestra – avrebbe spiazzato i paladini dei diritti umani e i pacifisti, che sollevano volentieri la voce di fronte alle ingiustizie ma in questo caso sono risultati inspiegabilmente taciturni.

Sul piano umano, infine, avrebbe dato un buon esempio a quell’ampia schiera di credenti che a parole difende volentieri il diritto dei cristiani sparsi per il mondo, ma poi nei fatti smarrisce le proprie convinzioni per non rinunciare a una spiaggia. Che di paradisiaco, oggi, ha davvero poco.

Tra l'India e le Maldive

Nei giorni scorsi abbiamo apprezzato – e non poteva essere altrimenti – l’intervento del ministro degli esteri, Franco Frattini, a difesa dei cristiani in India: una protesta di carattere diplomatico, espressa attraverso la convocazione dell’ambasciatore indiano, auspicando «una forte reazione della polizia federale indiana contro questi estremisti che hanno purtroppo torturato e ucciso cristiani in India».

Ha fatto bene, Frattini, e onore al merito per il fatto di essere stato il primo ministro europeo a muoversi in questa direzione: l’ondata di violenza indù che ha investito scuole, chiese, missionari e credenti aveva bisogno di un intervento politico presso le sedi opportune; naturalmente le violenze non sono cessate solo per questo, ma crediamo che l’interessamento della Farnesina non sia caduto nel vuoto presso le autorità indiane.

Un unico dettaglio sporca il quadro. Come la autoproclamata fidanzata del ministro ha fatto presente, Frattini era in vacanza insieme a lei (e sia chiaro, insieme a lei: non sia mai che esistano questioni più importanti di questo chiarimento, nella vita del suo compagno) alle Maldive.

Proprio in quelle Maldive che risultano ormai da anni ai primi posti nella lista nera dei paesi dove i diritti umani sono più calpestati, dove non è permesso esprimere una fede diversa da quella islamica, dove i cristiani vengono perseguitati senza troppi scrupoli.

Una situazione che non è destinata a cambiare, dato che nella nuova Costituzione maldiviana, promulgata due settimane fa. Come segnalava il Corriere, «”Un non musulmano non può diventare un nostro cittadino”, recita il punto (d) dell’ articolo 9, aggiunto ex novo rispetto alla vecchia Carta del 1998. Un principio che non solo impedirà di ottenere la cittadinanza ai non musulmani ma ne provocherà la perdita anche da parte di chi si converte o è figlio di un non islamico. Le persone colpite dalla revoca potranno restare nel Paese, ma solo per lavorare, e perderanno diritti fondamentali come quello di parola e di spostamento».

Ironia della sorte, la costituzione è stata ratificata lo scorso 7 agosto, proprio nei giorni in cui alle Maldive si svolgeva la vacanza del nostro ministro.
Difficile credere che proprio Frattini, capo della nostra diplomazia, non sia venuto al corrente della questione.

Viene da pensare che se il ministro avesse espresso il suo rammarico, o se addirittura avesse deciso di soprassedere alla continuazione della vacanza, avrebbe raggiunto un triplice obiettivo anche a prescindere dalla questione georgiana.

Sul piano diplomatico l’Italia sarebbe stata il primo Paese, e forse l’unico, a muovere l’obiezione: nemmeno le istituzioni internazionali risulta abbiano ritenuto di intervenire sulla questione, che pure non pare secondaria.

Sul piano politico il ministro – uomo di centrodestra – avrebbe spiazzato i paladini dei diritti umani e i pacifisti, che sollevano volentieri la voce di fronte alle ingiustizie ma in questo caso sono risultati inspiegabilmente taciturni.

Sul piano umano, infine, avrebbe dato un buon esempio a quell’ampia schiera di credenti che a parole difende volentieri il diritto dei cristiani sparsi per il mondo, ma poi nei fatti smarrisce le proprie convinzioni per non rinunciare a una spiaggia. Che di paradisiaco, oggi, ha davvero poco.

Effetti collaterali

Una volta i ministri erano azzimati. Anziani, se preferite. Vecchi, per molti versi. Tanto vecchi che, dopo decenni di politica attiva, li si accusava di aver perso il contatto con il territorio, talvolta perfino con la società, e sicuramente con i giovani, di cui non riuscivano a capire le speranze.

Si è invocato per intere legislature un cambio generazionale, agitando sui giornali il virtuoso esempio – così si voleva far considerare – di tutti i paesi europei, dove presidenti e ministri erano giovani o giovanissimi, a ovest come a est. Insomma, si faceva presto a maliziare sul fatto che dopo la caduta del Muro, e con lui dei politburo, l’Italia era il paese con i governi e i parlamenti più vecchi.

L’accusa è caduta da quando il nuovo presidente del consiglio, per altri motivi, ha preso alla lettera questa argomentazione, proponendo un baby governo dove i trentenni la fanno da padroni. Una ventata di novità che ha dato vita a interessanti proposte alternative, a scelte meno politiche e più coraggiose, a uno svecchiamento nei tempi e nei modi. Se poi i risultati siano all’altezza delle attese, o se almeno lo saranno a fine mandato, è un’altra questione: intanto qualcosa è cambiato, e si vede.

Si vede, purtroppo, anche sui giornali: in questa estate 2008 il pettegolezzo di Stato ha avuto un’impennata che ha oscurato anche le vicende della vipperia televisiva in salsa sarda, quella che ogni anno delizia i rotocalchi con legami, tradimenti e abbandoni degne del peggiore Olimpo letterario.

In primavera hanno avuto buon gioco, i giornali stranieri, a ricordare il passato velinaro di una giovane ministra, eletta – magra consolazione – la più affascinante del continente: il ritorno di foto e calendari risalenti a una vita (gaudente) fa deve essere stato imbarazzante per lei, ma lo è stato soprattutto per il ruolo che ricopre.

Poi, con i primi caldi, si è aperta la caccia al “Pinco Pallino”, presunto compagno che un’altra ministra pudicamente celava agli occhi dei media.

A chiudere il cerchio mancava solo il ministro all’istruzione. Forse per il suo ruolo, forse per la sua immagine, la facevamo inflessibile e austera nonostante i suoi trent’anni: una via di mezzo tra la maestrina dalla penna rossa e la signorina Rottenmeier.

E invece no: ecco che anche lei, formalmente single come le altre, è stata sorpresa – e prontamente paparazzata – in affettuose effusioni con un aitante immobiliarista.

Sono giovani, verrebbe da commentare benevolmente con un sorriso paterno. E, in fondo, è vero. Se oggi si è giovani fino a cinquant’anni, a trenta si viene considerati poco più che adolescenti: nei negozi ti danno del “tu” e nessuno si scandalizza se vivi ancora in casa con i genitori. E, si potrebbe aggiungere, i coetanei delle nostre ministre oggi in pubblico fanno ben di peggio di qualche tenero bacio ai tavolini di un bar.

Il punto è che le tre trentenni al Governo non sono solo giovani: sono ministri. Hanno accettato, in scienza e coscienza, un certo incarico, ben consapevoli del peso, dell’impegno, degli effetti collaterali, dell’esposizione mediatica. Dai ministri ci si aspetta un certo lavoro e un certo decoro, e il fatto che i cattivi esempi siano stati troppi – in Italia e all’estero – non cambia la questione di fondo.

Non basta infatti dire che “lo fanno tutti”. Forse sì, e forse è entrato nell’uso comune tanto che, ormai, nessuno si scompone più per così poco. Ma restiamo convinti del fatto che un servitore dello Stato dovrebbe rappresentare un esempio virtuoso: come chiunque abbia un ruolo di riferimento per la società, dai ministri di culto alle forze dell’ordine, dal magistrato al sindaco. A prescindere dall’età.